36. Qui da noi è lunedì soltanto

[Questa è la Gara delle canzoni di Battiato, oggi con una canzone portoghese che non lo è, con una canzone tantrica che non lo è, un sonetto di Shakespeare che non lo è, una canzone di Antony che non lo è].

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1996: Segunda-feira  (Battiato/Sgalambro, #95)

Segunda-feira de Lisboa, che nome d’incanto: qui da noi è lunedì soltanto. Ecco, se ci pensate, è l’esatto contrario: “lunedì” è un nome evocativo, quanto meno evoca il nostro satellite – ma anche una brevissima fase in cui la scansione cristiano-giudaica della settimana ha convissuto con l’abitudine di intitolare i giorni alle divinità. Per contro, “segunda-feira” vuol pedestremente dire “secondo giorno”, ed è il risultato di una riforma rigidamente monoteistica che si impose nell’occidente iberico nel VII secolo. Però certo, a un italiano suona meglio “segunda-feira”: quanto meno non gli ricorda la sveglia alle sette. Questo è precisamente il tranello dell’esotismo, il fascino che proviamo non tanto per un Paese straniero ma per il fatto che non lo capiamo, non per la lingua ma per i suoni che non associamo ancora a veri significati. È una trappola in cui Sgalambro sembra progettato per cadere a piedi pari, con la sua passione barocca per i significanti vistosi e ridondanti (sempre qui, i nuotatori devono essere “ignudi”, immagina che banalità, che vergogna, se fossero “nudi” soltanto). Lui del resto per sua ammissione in Portogallo non c’era stato: dettò il testo a Battiato al telefono. Battiato, da parte sua, intercetta per una singolare coincidenza quella metà degli anni Novanta in cui aleggiava anche in Italia una vaga ma persistente lusomania: i film di Wenders, i romanzi di Tabucchi, l’Expo del 1998, i Madredeus. E allo stesso tempo nemmeno ci prova, a fare qualcosa di musicalmente portoghese. È forse l’unico viaggio da cui Battiato non ha portato a casa suggestioni sonore.

1998: La preda (Battiato/Sgalambro, #162)

Battiato ha mostrato al mondo della musica italiana, tra le altre cose, un modo di cantare il sesso già liberato – non solo dai pudori tradizionali, ma anche dagli ammiccamenti che ci hanno costretto, dopo i decenni in cui non se ne poteva parlare, a parlarne in modo caricaturale e volgare. Battiato in un qualche modo è stato risparmiato da entrambe le tentazioni ed è riuscito a parlare del sesso come di un incantesimo bellissimo, quasi completamente deprivato dal senso del possesso (che come ci ha fatto notare “fu prealessandrino”, cioè quando ce la pigliamo col cattolicesimo non scordiamoci che non è che l’erede di un palazzo già millenario). Detto questo, non è che ne ha parlato tantissimo, e così decide di tornare sull’argomento in Gommalacca, decisamente il suo disco più sesso droga rock’n’roll. Qui per esempio c’è Sgalambro caffeinomane che attacca così: “sto sempre sveglio, ho voglia di arditezze”. La musica è solare, un po’ storta e spigolosa, completamente diversa da ogni tipo di musica che un sound designer contemporaneo userebbe per alludere al sesso: nella strofa sembra scorrere come un carillon capriccioso – che la sessualità non sia anche questo, un perpetuo caricarci a molla e poi liberarci? I battiatologi ci spiegano che La preda è una descrizione del sesso tantrico. Il testo non autorizza una definizione tanto tecnica. La “preda” del titolo, più che il partner, sembra essere l’estasi, a cui si perviene trasformando “la furia in ebbrezza, in tenerezza” (ed ecco che il ritornello sospende la ritmica, vecchia soluzione a cui Battiato non si stanca di tornare, mentre alla sua voce si unisce quella di Ginevra Di Marco. Mi diverte, nella seconda strofa, le lenzuola si intreccino come “sacre bende di sacerdoti egiziani”, a dire il vero le bende le mettevano alle mummie ma vabbe’, sto a fare i puntini sulle i perché le scene di sesso coi cinquantenni m’imbarazzano. Anche adesso che sto a 49. Che altro dire? Tanta nostalgia per Sentimiento nuevo, quelli sì che erano orgasmi. Ma è anche giusto provare nuove cose, non si può continuare a eccitarsi sempre coi ricordi dei tempi migliori. 

2005: Come Away Death  (Quilter/Shakespeare, #223)

Sad true lover never find my grave. Nel 2005, su dichiarata pressione della casa discografica, Battiato pubblica il concerto del 17 febbraio a Firenze in formato audio e video, col titolo Un soffio al cuore di natura elettrica. I brani di repertorio sono più o meno i soliti più alcuni scelti dall’album uscito l’anno prima, Dieci stratagemmi. L’unico inedito è l’introduzione: per scaldarsi Battiato sceglie un Lied del compositore inglese Roger Quilter, su un testo di Shakespeare. Battiato lo definisce un sonetto ma dovrebbe essere un passo dalla Dodicesima notte: quel che è interessante è che è un’invocazione alla morte dagli accenti decisamente romantici, che Battiato accentua nella sua versione, mediante l’uso della voce naturale.   

2008: Del suo veloce volo (Battiato/Antony, #34) 

Del suo veloce volo è il più atipico dei Fleurs. È l’unico, tra quelli non inediti, a essere stato composto originalmente dopo gli anni Settanta del secolo scorso, anzi addirittura nel 2005: l’unico caso in cui Battiato riprende un artista/compositore nettamente più giovane di lui (Antony Hegarty, oggi Anohni). È anche l’unico caso in cui stravolge il testo, senza limitarsi a ritocchi formali (non sempre minimi, come nella Musica muore), ma abbandonando completamente lo spunto originale per raccontare una storia autobiografica su un amico di cui da ragazzino aveva previsto la morte prematura (forse leggendogli la mano, successe anche a me, che paura che mi venne, in effetti la mia linea della vita non parte neppure). È una scelta che può lasciare perplessi. L’originale, si capiva, era poco più di un’improvvisazione di Antony su un pattern ritmico e melodico abbastanza semplice. Battiato, che aveva scoperto Antony & the Johnstons al Traffic di Torino e li aveva invitati a casa sua a Noto, vede in questa improvvisazione una struttura e cerca di usarla per costruirci una sua canzone, con una sua storia. Tant’è che lo stesso Antony nel finale interviene, ma in lingua italiana (non che all’inizio si capisca, ma qualcuno prima o poi doveva vendicare l’accento inglese di FB). Ed è un fleur atipico anche per questo: il risultato finale non era mai stato tanto inferiore alla versione originale. Conviene piuttosto riascoltarla nella versione incisa dal vivo cinque anni dopo all’Arena di Verona, sempre con Antony ma con un migliore affiatamento: è il momento in cui forse si intuisce cosa FB aveva in mente. 

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