33. Perché sei un essere speciale

[Questa è la Gara, oggi con uno dei brani più famosi, uno dei brani più scabrosi, uno dei brani più inspiegabili e un brano di Claudio Rocchi: chiedi chi era Claudio Rocchi]. 

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1972: Energia (#130)

Dopo aver più volte dichiarato che Franco Battiato è riuscito ad accreditarsi presso il pubblico italiano come l’anti-macho, colui che non può essere sospettato non già di concupire, ma di consentire che qualche sua occasionale concupiscenza si tramuti in azione prevaricatrice o anche solo vagamente maliziosa nei confronti di una persona concupita, dobbiamo comunque riconoscere che la sua carriera ‘seria’ comincia con un’affermazione incredibilmente bomberistica: “Ho avuto molte donne in vita mia, e in ogni camera ho lasciato qualche mia energia”. Nientemeno. Ma appunto, solo a Franco Battiato poteva essere consentito di cantare una cosa del genere senza suggerire nessuna velleità da sex machine. 

Buongiorno, mi chiamo Leonardo e per Fetus provo qualcosa di molto particolare: è un disco del 1972, quando ero un feto anch’io, insomma siamo coetanei. Certi suoni di questo disco li sento in un modo particolare – solo certi dischi prog anni ’70 mi danno questa sensazione, l’illusione di averli sentiti in un passato remotissimo e in bianco e nero. Potrebbe essere perfino successo, perché no? Potrei essere rimasto davanti al vecchio televisore con quattro tasti e senza telecomando mentre in Rai passava un intervista al giovane Battiato inframezzata da suoni presi da Fetus. In particolare potrei avere ascoltato i primi secondi di Energia, che fino all’edizione in CD del 1998 era il primo brano del disco ed è qualcosa che a distanza di tanti anni mi dà ancora i brividi, il fraseggio ipnotico del sintetizzatore VCS3 che copre le voci dei “Bambini della Scuola Materna Istituto San Vincenzo di Milano”. Nella mia memoria c’è appena l’ombra di un ricordo, è come se quei bambini che parlano li avessi visti giocare e guardare in camera mentre l’immagine si satura di luce come una foto troppo sviluppata. Potrei aver persino provato paura di fronte a una combinazione mai sentita prima di suoni e voci. 

La canzone vera e propria invece no, credo proprio di averla ascoltata già adulto. Tratta di un argomento che nel 1972 doveva suonare davvero scabroso – l’eiaculazione, e la vertigine che il maschio sperimenta quando ci riflette, cosa che avviene (quando avviene) sempre soltanto dopo, prima riflettere è impossibile. Ma dopo a volte ti coglie questo pensiero tremendo, che ti sei liberato in un colpo di migliaia di potenziali vite, diomio sono un mostro, ma che colpa ne ho, la natura è così. “Quanti figli dell’amore ho sprecato io / racchiusi in quattro mura ormai saranno spazzatura” (ormai, Battiato?) Di emissioni spermatiche metaforiche o reali Battiato continuerà a cantare per tutta la sua carriera, malgrado la rivendicata castità: in Mesopotamia “la prima goccia bianca che spavento”, e come dimenticare l’incipit di Dieci stratagemmi, “eiacula precocemente l’impero” (viene il sospetto che persino il titolo del secondo album, Pollution, sia un tremendo gioco di parole). Ma già nel 1972 la sua concezione del liquido seminale come “energia” che non si dovrebbe sprecare si avvicina più alla trattatistica indù che al mondo morale cattolico. 

1973: Soldier (Battiato, Conz, Massara, #255)

I amma lika soldier, I’ve diedda lika soldier. Di tutti i dischi strani pubblicati da Battiato per ragioni che ci sfuggono, ecco, questo 45 giri del 1973 in assoluto è quello che ci sfugge più lontano – probabilmente ci manca un tassello, del resto che ne sappiamo di come funzionasse il mercato discografico in quei primi anni Settanta in cui era un settore in espansione (già facciamo fatica a immaginarcelo, un mercato in espansione). Per cui ascoltando Soldier o Love capita che mi distragga a immaginare i motivi per cui un disco così volutamente anonimo è stato composto, suonato e stampato, del tipo che la BlaBla doveva assolutamente farne uscire tot entro la tale scadenza e quindi si è montato un testo qualsiasi in inglese su una musica qualsiasi e l’hanno fatta cantare al primo che passava in sala d’incisione quel giorno, ed era Battiato. Oppure sentite questa: magari il nome “Springfield” era una proprietà intellettuale dell’etichetta e volevano denunziare qualcuno che stava usando lo stesso nome (i Buffalo Springfield?), e quindi hanno pubblicato un disco qualsiasi per dimostrare che gli Springfield esistevano (nei fatti nessuno sa esattamente chi siano, e se Battiato ne facesse parte o fosse un featuring). Cioè in altre industrie queste cose si fanno, magari si facevano anche nella musicale, quando valeva ancora la pena. Che altro dire. Non è affatto una brutta canzone, è orecchiabile, meno semplice di quel che può sembrare, ma buttata lì senza reale convinzione… Forse anche a causa della copertina, mi sembra un brano mimetico, cioè è chiaro che non è veramente un disco di rock anglosassone dei tardi ’60 ma è altrettanto chiaro che vuole assomigliarci e ci riesce più o meno come la vespa somiglia all’ape. Uno degli indizi che potrebbe rivelare il mimetismo al cacciatore è l’inglese di FB, che qui lascia traspirare una sicilianità che in seguito non sentiremo mai più.    

1996: La cura (#2)

Onestamente pensavo che La cura fosse il brano di Battiato più ascoltato su Spotify. In realtà guardando bene c’è una versione di Centro di gravità con due milioni di ascolti in più, ma siamo comunque già sui 20 milioni, numeri che le altre canzoni del suo repertorio guardano da lontano. Non è difficile capire il perché: è la classica canzone che una persona può decidere di ascoltare all’improvviso, come altri si versano un bicchiere o mandano giù una pillola. È una canzone terapeutica, lo dice già il titolo. Battiato decide di scriverla mentre lavora al suo primo disco con la PolyGram: forse vuole dimostrare ai nuovi committenti che vale l’investimento, o a sé stesso che è ancora capace di tirar fuori una zampata da alta classifica, una canzone da ficcare nel nostro inconscio collettivo se vuole, non che in generale ne avrebbe voglia ma altroché se ne è capace. Dunque si mette a tavolino, con o senza Sgalambro, e si pone il problema: cosa vuole ascoltare la gente, davvero? Lascia perdere lo stile, il ritmo, lascia perdere tutto. Cosa vorrebbe sentirsi dire la gente, dal primo all’ultimo istante della vita (e soprattutto nel primo e nell’ultimo instante)? La gente vuole sentirsi amata, vuole sentirsi protetta, vuole sentirsi curata, vuole sentirsi speciale… perfetto: faremo una canzone così, e la gente l’ascolterà all’infinito. Ed è andata così.
È buffo che ci abbia pensato, tra tanti autori, proprio uno che ha deciso con molta autoconsapevolezza di non diventare mai un padre. Buffo ma appropriato, ripensando ai suoi vecchi dischi huxleyani, e a Fetus in particolare, che cominciava proprio con la nascita del Nuovo Individuo Alienato: “non ero ancora nato che già sentivo in cuore che la mia vita nasceva senza amore”. Possiamo pensare che La Cura sia la risposta a Fetus: dobbiamo tornare a essere individui, dobbiamo tornare ad amarci, interrompere il percorso che ci sta portando a vivere come cellule tra i motori. Possiamo, ma mi è venuta in mente un’interpretazione più diabolica, in parte stimolata dal riff iniziale.
Battiato lo suona con una voce campionata, qualcosa che non mi pare avesse mai fatto nei suoi anni elettronici. Il campionamento vocale è uno strumento delicato, specie prima che i trapper ci ammorbassero con l’autotune si trovava in una specie di uncanny valley: non è un suono sintetico, non è un suono umano, sta in mezzo e come le cose che stanno in mezzo può ispirare una forte repulsione, l’allarme istintivo dell’essere umano di fronte a qualcuno che si sta travestendo da suo simile. Perché Battiato decide di usarlo proprio in questa canzone? Chi è che ci sta davvero dicendo Sei Un Essere Speciale? Ricordiamo che i bambini artificiali di Huxley crescevano ascoltando nastri registrati che li rassicuravano sul loro destino (“Son felice di essere un Beta!”) Ecco, la Cura potrebbe essere un nastro del genere, forse noi stiamo galleggiando nel nostro brodo primordiale illusi da un software che con la voce di Battiato ci rassicura che tutto andrà bene. Perché siamo esseri speciali, ed Esso avrà cura di noi.

2013: La realtà non esiste (Claudio Rocchi, #127)

Quando stai mangiando una mela, tu e la mela siete parte di Dio. Durante il concerto all’Arena di Verona del 2013, mentre Anthony prende fiato, Battiato presenta Alice e invece di intonare la solita Tozeur, l’orchestra attacca una canzone che la maggior parte del pubblico non ha probabilmente mai sentito: è un omaggio a Claudio Rocchi, morto pochi mesi prima: fondatore degli Stormy Six e del Re Nudo, cantautore rilevante e assai sottovalutato che persino Battiato in tre dischi di Fleurs si era dimenticato – malgrado una concezione del mondo davvero non dissimile, voglio dire, chi altri avrebbe potuto intitolare una canzone La realtà non esiste e versi come “Quando vivi sei un centro di ruota”? È una bella versione ed è bello che qualcuno abbia approfittato di un pubblico così vasto per ricordarlo. 

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