31. Ti dico che nulla mi inquieta, ma tu mi dai sui nervi

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con un brano sull’agnello di Dio, un brano sull’amore che finirà, un brano su Auschwitz e un brano sulla morte, insomma è una tipica giornata della Gara delle canzoni di Franco Battiato]. 

Qui, si vota sempre qui

1978: Agnus (#236) 

Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere dona eis requiem. E sempre sia lodato il funzionario Rai che bocciò la colonna sonora prodotta da Battiato per il film tv Brunelleschi: ci pensate, se l’avesse accettato forse FB si sarebbe accontentato di aver inciso Agnus e non avrebbe avuto voglia, pochi mesi dopo, di trasformarla in Stranizza d’amuri. A cui somiglia, bisogna avvertire, come un bruco alla farfalla: Agnus è un brano ancora orgogliosamente dissonante, in cui Battiato si avvale della voce di Camisasca come in seguito dei campionamenti di cantori mongoli o tibetani, cioè in sostanza di qualcosa che la musica dodecatonica occidentale non riesce a non registrare come stonato. La tensione tra il lamento dell’agnello di Camisasca e l’intervento del soprano Alide Maria Salvetta è anche una lotta tra dissonanza e musicalità, il suono del Battiato anni ’80 che si dibatte per venire al mondo – in certi momenti i violini per un attimo accantonano gli arpeggi e sembrano già pronti a diventare un accompagnamento ritmico. Forse non c’è stato un parto musicale più lento e complicato di questo, ma ormai ci siamo.   

1999: Te lo leggo negli occhi (Endrigo/Bardotti, #21).

Finirà? Me l’hai detto tu. Ma non sei sincera. Metto qui un appunto che non saprei dove appoggiare, ovvero: Battiato ha avuto tutto il tempo della vita per omaggiare Gaber di una cover, ma non l’ha fatto. Ha coverizzato i Rolling Stones e Beethoven, Alan Sorrenti e Adamo, ma Gaber no. È abbastanza curioso che Battiato non abbia mai voluto riprendere altre canzoni dell’unico cantautore italiano che poteva rivaleggiare con lui per rifiuto della modernità e ampiezza della cavità nasale (e col quale collaborò parecchio). Lui alla domanda avrebbe risposto che naso a parte avevano vocalità diverse, ma questo non gli ha impedito di rifare De André… vabbe’. La cosa più vicina a un tributo a Gaber è forse appunto questa Te lo leggo negli occhi che Sergio Endrigo ha composto per il cantante Dino nel 1964 e che Gaber continuava a suonare nei bis fino agli anni ’90, e aveva inciso nel 1967 in una versione che ancora più dell’originale gridava “Morricone!” Come si capisce quando una versione grida “Morricone!”? È soggettivo, ma spesso il contrabbasso fa una specie di schiocco che vi rimanda negli anni Sessanta anche se non ci siete mai stati, e qualche strumento da qualche parte fa la stessa serie di note per tutta la canzone – spesso sono tre, ma in Te lo leggo negli occhi sono addirittura due, il che fa a pugni con il ritmo terzinato ma è appunto questo fare a pugni che grida “Morricone!” (Il quale Morricone in realtà dirigeva l’orchestra di Dino nel 1964; ignoro se abbia anche sovrainteso all’incisione di Gaber, ma a quel punto forse morriconizzare le canzoni era diventata una pratica condivisa). Battiato di tutto questo morriconismo non sa che farsene: nel primo volume di Fleurs vuole andare all’essenza delle canzoni, sopprimere tutte le interferenze dettate dalle mode, dai periodi. Questo in effetti rende la sua Te lo leggo negli occhi la più educata, la meno tesa, e non escludo che nel futuro qualche musicologo avrà difficoltà a capire che Battiato è arrivato vent’anni dopo Gaber. Ci resta più attenzione per ascoltare il testo di Bardotti e scoprire quello che nel 1967 passava inosservato, ovvero che la voce cantante è quella di un manipolatore: vuoi dirmi di no, ma è solo paura, in realtà hai bisogno di me, te lo leggo negli occhi. Un Brel, forse anche un Tenco, sarebbero riusciti a far sentire l’ambiguità della situazione e ad autoridicolizzarsi; Gaber nel 1967 nemmeno ci prova (forse era troppo presto?), e se non ci prova Gaber, figurati Battiato.

2008: Il carmelo di Echt (Camisasca, #149) 

Dentro la clausura qualcuno che passava, selezionava gli angeli. A differenza dell’altro prestito da Camisasca (La musica muore), qui Battiato non cambia una sola parola, anzi sembra preoccupato di dare una versione il più corrispondente possibile a quella che l’amico aveva inciso in un album del 1991 ormai introvabile. Sarò cinico se lascio scritto che invece era proprio qui, invece, nella canzone dedicata a Edith Stein che valeva la pena di correggere qualcosa? Soprattutto quel distico così naif “E sopra un camion o una motocicletta che sia / ti portarono ad Auschwitz”, che è proprio un esempio di quello che non si deve fare in poesia: perdersi dietro dettagli inutili facendo anche notare che sono inutili. Forse pesa su di me un’assuefazione, vent’anni di giornate della memoria e tutto il relativo merchandising, che dalla Vita è bella in poi può effettivamente indurre se non un senso di rigetto, ma almeno un germe di sospetto ogni volta che qualcuno si mette a cantare “Auschwitz!”, come se bastasse questo per fare letteratura della memoria. Giova quindi sempre ricordare che Il carmelo di Echt è una canzone che viene prima di tutto questo, che Camisasca la incise quando era appena uscito da un monastero ed Edith Stein non era ancora stata canonizzata, e ci mise tutta la sua devozione e sì, la sua ingenuità: e che a Battiato quasi vent’anni dopo quell’ingenuità interessava ancora, era un fiore che gli premeva conservare. 

2012: La polvere del branco (#108) 

Ho voglia di appartarmi e di seguire la mia sorte, perché morire è come un sogno. Apriti sesamo è un disco sulla morte: anche quando sembra cambiare argomento va sempre a parare lì, ormai è un chiodo fisso e come dargli torto. Battiato ne parla con franchezza, senza artifici retorici e io ho appunto questo problema, che il Battiato più franco e scevro da artifici retorici è quello che mi risulta più indigesto. La canzone descrive con molta chiarezza lo stato d’animo dell’animale ferito che cerca un posto lontano per morire in pace e solitudine (forse anche per evitare pratiche di eutanasia troppo precipitose e brutali). Però è bello almeno quando dice: Ci crediamo liberi, ma siamo prigionieri, di case invadenti che ci abitano e ci rendono impotenti. 

Si vota qui

via Blogger https://ift.tt/a5L79vV

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...