30. Come piombo pesa il cielo questa notte

[Questa è la Gara delle canzoni di Battiato, oggi con tre brani finali di tre album diversi, e un altro che dà il titolo a un album]

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1988: L’oceano di silenzio (#53)

Cosa avrei visto del mondo senza questa luce che illumina i miei pensieri neri? L’oceano di silenzio chiude Fisiognomica con una preghiera. Battiato non aveva mai scritto una canzone così contemplativa ed è possibile che non ci sia più riuscito in seguito. Di fronte al Silenzio, Battiato usa poche parole molto semplici, o al limite le prende in prestito dalle Statue d’acqua di Fleur Jaeggy… ma stavolta tradotte in tedesco, forse per rinforzare una sensazione di Lied. In effetti ho dovuto controllare perché pensavo che l’aria del soprano fosse un prestito da qualche compositore, invece no, è di Battiato. Mica male però questo Battiato. L’oceano di silenzio è anche il momento in cui capisce che gli è possibile raggiungere certi livelli di intensità anche con la forma canzone, e spalanca la porta alla fase più mistica della sua produzione. 

1991: Come un cammello in una grondaia (#76) 

E cosa devono vedere ancora gli occhi e sopportare? I demoni feroci che fingono di pregare. Posto che l’espressione che dà il titolo alla canzone e all’album è presa dallo studioso persiano Al-Biruni (XII) secolo, che a quanto pare la usava per indicare l’incapacità della lingua persiana nell’esprimere concetti scientifici, rimane da capire perché la usi Battiato e in linea di massima cosa stia cercando di esprimere qui, ok, vuole ali per fuggire, ma da cosa? e devo confessare che l’espressione “onorata società” (anzi “illustre e onorata società”) a volte mi ha fatto pensare a un’allusione alla mafia, che avrebbe reso il disco di Povera patria ancora più profetico, alla vigilia delle stragi del 1992. Battiato in effetti non ha mai parlato di mafia nelle sue canzoni. Non aveva nessuna remora a parlare del fenomeno, se intervistato: ma come artista non è mai andato più in là di quegli accenni agli “abusi di potere” che possono riferirsi a qualsiasi fenomeno di corruzione. Così la canzone potrebbe dare conto del fenomeno: Battiato saprebbe di vivere in una società violenta, ma denunziarla sarebbe un atto a suo modo violento, e siccome “lo so bene che dietro a ogni violenza esiste il male”, rimane bloccato così nel suo mondo privato, come un cammello in una grondaia. Ipotesi ben lambiccata ma è più probabile che la canzone si riferisca alla Guerra del Golfo, in assoluto l’Argomento sulle bocche di tutti in quel 1991. Musicalmente, è amaro constatare come lo stile liederistico intravisto in Mondi lontanissimi e codificato nei momenti più intensi di Fisiognomica sia già decaduto a maniera: Battiato ormai si sente sicuro del mezzo e lo usa per sfogarsi senza troppo ritegno. 

2001: Il potere del canto (#204)

Si bagna come un prato. Si arrampica sugli alberi. Fa muovere il giroscopio. Spezza ogni inganno. Ha la forza di undici aquile. Fa smuovere il cuore al faraone. Questo è il testo del Potere del canto, ultima traccia dichiarata di Ferro Battuto (prima della ghost track Ode). Non ho la minima idea di cosa significhi e nessun testo mi è d’aiuto. Forse Battiato sta citando un autore che però fin qui nessuno ha rintracciato. La musica è abbastanza monocorde; FB che dà l’impressione di alternare rock ed elettronica come due polarità, qui le sovrappone. A guarnire il tutto i vocalizzi di Natacha Atlas. Un gran mescolone, se devo dirla fuori dai denti.

2004: La porta dello spavento supremo (Battiato, Sgalambro, Wieck, #181)

Quello che c’è, ciò che verrà, ciò che siamo stati e comunque andrà, tutto si dissolverà. A questo punto i battiatomani più incalliti hanno già sentito Sgalambro cantare in Fun Club (e nel bonus di Campi magnetici), ma sentirlo intonare l’ultima canzone dei Dieci stratagemmi regala comunque un momento di sorpresa. È una canzone sul dissolversi ed è coerentemente fatta di poche cose, quasi inconsistenti, come gli ultimi ricordi di un terminale. Finalmente – anche grazie a Fleur Jaeggy, che presta le parole con lo pseudonimo di Carlotta Wieck – Battiato ci confessa quello che personalmente sospettavo, ovvero: la morte gli fa paura, altroché. Sarà uno “spavento supremo”, anche per lui. Tutto quel meditare, tutto quel ragionarci – una delle sue ultime produzioni è stato un documentario sulla morte con interviste a monaci tibetani – tutto questo negare il concetto, “noi non siamo mai nati e non siamo mai morti”, ecc., tutto questo non lo affrancava dallo spavento supremo. Questo un poco mi consola. Non saprei esattamente perché, ma mi consola. 

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