29. Pieni gli alberghi a Tunisi

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con una canzone che è impossibile prendere sul serio, una canzone che fu la prima che i discografici presero sul serio, un’altra in cui Battiato non si prendeva sul serio, e una cover di Bridge Over Troubled Water, sul serio] 

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1968: Fumo di una sigaretta (Battiato/Logiri, #245) 

L’amore? È meglio se lo sognerai in cucina, l’amore. Il lato B di È l’amore mette a fuoco l’ambiguità della coppia Battiato/Logiri: il primo è ancora un cantante deciso a sfondare nell’ambito sentimentale (l’unico in cui sia immaginabile sfondare in Italia anche in quel 1968); il secondo è un chitarrista infatuato di Jimi Hendrix: una passione che sul lato A si deve per forza contenere, ma esplode poi nel lato B creando quest’ibrido abbastanza peculiare tra Sanremo e il rhythm’n’blues, struggimento d’amore e assoli distorti. Battiato è un ex innamorato deluso dell’amore che rifiuta le avances di una ragazzina – per la verità non le ha proprio rifiutate del tutto, un bacetto c’è stato ma è poca roba, non ti credere, torna a casa bimba, non hai idea. La chitarra dovrebbe sottolineare questo messaggio virile: l’amore è roba da adulti, ti devasta, stanne fuori. È difficile non riderci sopra, oggi, soprattutto pensando a quanto si sarebbero adattate ai Battiati successivi le pose sentimentali o machiste. E comunque la canzone non è che giri tantissimo, è una strana chimera che non poteva andare lontano. Ma ci voleva del coraggio, della disponibilità a sperimentare, e Battiato ce l’aveva.  

1979: L’era del cinghiale bianco (#12) 

In un percorso artistico così ricco di svolte improvvise, L’era del cinghiale bianco resta la pietra miliare più rilevante. C’è un prima e c’è un dopo. Questo potrebbe indurci perfino a sopravvalutarla, perché se è vero che Battiato non aveva mai cantato una canzone del genere, è anche vero che quello che farà da lì in poi non sarà necessariamente un prosieguo dell’Era, che viceversa resta un episodio abbastanza isolato, anche nel disco a cui dà il nome. Mentre l’idea di costruire una canzone su un fraseggio di violino (all’inizio era un esercizio che Giusto Pio aveva impartito al suo allievo Franco Battiato) non era affatto così peregrina: il 1979 era il periodo di massima popolarità di Angelo Branduardi (nello stesso anno esce Cogli la prima mela), mentre il violino di Lucio Fabbri si imprimeva indelebilmente nei classici di De André incisi dal vivo con la PFM. Aggiungi che da due anni le radio non cessavano di suonare Samarcanda e capisci che uscire con un fraseggio di violino pop, nel 1979, era una mossa perfino sfacciata. Questo non significa che l’Era non sia un’ottima canzone, che dal vivo Battiato non ha mai smesso di eseguire – ma l’affetto che proviamo non deve impedirci di vederne i difetti, ad esempio: poteva durare tranquillamente un minuto in meno. Quel che conquista a distanza di anni è la naturalezza con cui la chitarra di Radius dialoga col violino, la scioltezza del cambio di tempo – possiamo chiamarla new wave italiana, ma ci sono ancora tanti debiti col progressive. E soprattutto l’improvvisa eclissi del ritmo, quando comincia la strofa e FB riesce a evocare, con pochi versi, tutto un mondo equivoco e suggestivo. 

1985: Personal computer (Battiato/Cosentino, #117)
Unu dui tri quattru. Mondi lontanissimi è anche il disco in cui Battiato sembra più spesso tentato dal non prendersi sul serio. Un impulso autoparodico che si era già manifestato nel pezzo più controverso del disco precedente (La musica è stanca), e che forse era già presente anche prima, salvo che è veramente difficile capire quando FB scherzi e quando faccia sul serio. In Personal computer (e in Temporary Road) dà proprio l’impressione di scherzare. Si comincia con un 4/4 smaccato per batteria elettronica; un soprano canta un esercizio, ma immediatamente il tempo si trasforma in una specie di bossanova smaccatamente sintetica, e Battiato comincia a snocciolare frasi sciolte sul male di vivere su una melodia medio-orientale. Una cosa che in seguito avrebbe fatto con molta serietà, qui sembra più dettata dalla volontà di giocare col personaggio Franco Battiato. Il ritornello sembra basato sulle esperienze dell’artista in tour (“quand’è notte nelle stanze d’albergo rumori di letto, sesso automatico”), che ricordano vagamente l’alienazione sessuale raccontata da Giorgio Gaber in È sabato (1972). I cori etnici, il risponditore automatico (“il sollecito è stato inviato / sulla linea dell’utente desiderato”), la conta in siculo: sono tutti rimandi a momenti diversi della ricerca di FB, ma qui sembrano infilati alla rinfusa per riderci sopra. Il problema è che il pubblico di FB non è molto disponibile a riderci sopra e La musica è stanca e Personal computer sono tra i pochi titoli ad attirare qualche critica non benevola dagli specializzati. Come se a FB fosse concesso fare di tutto, tranne prendersi in giro da solo. 

2008: Bridge Over Troubled Water (Paul Simon, #140) 

Sail on silver girl. Giunto al terzo volume dei suoi Fleurs, Battiato semplicemente canta quello che gli va di cantare, e se non vi piace pazienza. L’età sta allentando il pudore: basti pensare che se nel secondo volume non c’era una sola canzone in lingua inglese, ora ce ne sono tre, di cui almeno due mostri sacri. L’inglese di Battiato nel frattempo è un po’ migliorato, ma non abbastanza da far passare liscia questa Bridge Over Troubled Water. Battiato vi si accosta con rispetto, ma è chiaro che non ha una particolare idea di come arrangiarla – del resto come si può migliorare la dinamica dell’arrangiamento originale, col canto che sembra cominciare sottovoce e gli strumenti che si aggiungono uno alla volta, e quel rullante riverberato che esplode? Battiato vuole solo cantarla, perché è una canzone che gli piace cantare. Forse si sente in debito: in fin dei conti, quando ha deciso di scrivere una canzone che sbancasse, gli è venuto qualcosa di concettualmente molto simile: ci sarò quando avrai bisogno, quando tutti gli amici mancheranno avrò cura di te. 

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