28. Nei villaggi assolati e nei bassifondi dell’immensità

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi di poche parole: tre canzoni su quattro sono più o meno strumentali, e la quarta non l’ha scritta Battiato]. 

Si vota qui

1974: I cancelli della memoria (#165)

Quando uscì, Clic era il disco più difficile di Battiato: e se in seguito avrebbe fatto cose ancora meno ascoltabili, rimane oggi un oggetto abbastanza impenetrabile. I cancelli è il brano iniziale, una lunga introduzione a No U Turn: Battiato si prende tutto il tempo che gli serve per creare un’atmosfera inquietante. Le nostalgie e gli incanti di Sulle corde di Aries sono completamente accantonati: se c’è davvero una memoria al di là dei cancelli, è possibile che faccia paura. Un breve accenno di pianoforte a una romanza di Bela Bartok viene interrotto dal sorgere del ritmo forsennato di un sequencer che ci fa sospettare che FB stia mixando una serie di piste che non hanno quasi niente in comune, alzando e abbassando i volumi con una logica che ci sfugge. C’è una chitarra e un pianoforte che si concedono brevi fraseggi, e a un certo punto arrivano colpi di tom tom in controtempo che fanno il rumore di grosse gocce d’acqua sul parabrezza. Il sequencer cala, poi anche le gocce si diradano, resta ancora qualche accordo di organo. Non avrebbe sfigurato in un film dell’orrore italiano del periodo. 

1979: Luna indiana  (#92)

Tre minuti incantevoli dall’Era del cinghiale bianco che di indiano hanno assai poco (il toponimo è un evidente depistaggio) e invece potrebbero essere infilati tra gli spartiti di un compositore romantico di sonate per il chiaro di luna. L’unico vago richiamo alla contemporaneità è la tastiera elettronica di Danilo Lorenzini, che dialoga col pianoforte di Michele Fedrigotti: per il resto Luna indiana è un cedimento alla melodia veramente inatteso da parte del musicista sperimentale Franco Battiato. Forse è la prima volta che FB incide una musica semplicemente perché è piacevole all’ascolto. Anche i suoi vocalizzi in un orientalese fasullo non riescono a turbare l’incanto, né a rilevare segni di ironia. 

1988: Nomadi (Camisasca, #37)

Lungo il transito dell’apparente dualità. Quando Alice incise Nomadi, nel 1986, Juri Camisasca era già da quasi dieci anni in un monastero benedettino. L’anno successivo avrebbe ottenuto il permesso di uscirne temporaneamente per partecipare all’esecuzione della Genesi di Battiato, che lo voleva come voce narrante. Sempre nel 1987 Battiato sceglie di interpretare il brano per il suo primo album in lingua spagnola, che prenderà proprio il titolo di Nómadas. Il brano avrà un buon successo e segnerà l’inizio di una fortunata carriera ispanofona, per cui non è così strano che Battiato decida di inciderla anche in italiano su Fisiognomica. La sua Nómadas ricalcava nel ritornello il fraseggio vocale di Alice, per un pubblico spagnolo che non conoscendo Alice non avrebbe potuto fare il paragone: nella versione italiana Battiato lo accenna appena a mezza voce, lo dà per scontato. Rispetto alla versione spagnola i violini sembrano più alti degli interventi elettronici, non solo per differenziarsi dall’arrangiamento ‘anni ’80’ di Alice ma per uniformare Nomadi al suono di Fisiognomica. E in più rispetto a Nómadas c’è l’assolo di chitarra del New Troll Ricky Belloni, che col suono di Fisiognomica davvero non ha molto a che vedere e in generale resta abbastanza sconcertante: una strizzata d’occhio ai trascorsi rock di Camisasca? Quest’ultimo nel 1988 lasciò il saio definitivamente.

2000: In Trance (#220)

I primi sette minuti di Campi magnetici mettono subito in chiaro che questo non è il solito Battiato. Archi sintetizzati, drum machine, cori etnici campionati, Sgalambro che recita sssibilando, gira tutto molto bene. E allo stesso tempo bisogna ammettere che questo suono così futurista non era affatto eccezionale per l’anno 2000: era l’elettronica ‘intelligente’ europea che si poteva sentire nei programmi radio di nicchia e nei club (dalle mie parti persino nei circoli Arci), e che divideva gli ascoltatori: da una parte chi la riteneva il suono nuovo dei tardi ’90 e poi del Duemila; dall’altra chi non la trovava nemmeno così intelligente, voglio dire: tastiere, drum machine, voci campionate, non è che ci voglia un genio, metti un bambino davanti a un Macintosh con un software decente e qualcosa ti tira fuori, certo al primo tentativo non verrà fuori un Kruder & Dorfmeister, ma al terzo magari un Future Sound of London, chi lo sa. Non abbiamo mai fatto la prova. In compenso a un certo punto qualcuno ha fornito a un cinquantenne Franco Battiato un software decente, e il risultato desta ancora ammirazione. Questo forse dimostra la poliedricità, l’apertura mentale di FB. Oppure la relativa semplicità con cui si poteva produrre questa roba. 

Si vota qui

via Blogger https://ift.tt/l2mfFCD

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...