27. ‘Ccu tuttu ca fora se mori

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con il brano che capisco di meno e quello che capisco di più]

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1973: Il silenzio del rumore / 31 dicembre 1999 – ore 9 (#156) 

Capire dove comincino e dove finiscano i brani di Pollution è un’impresa in cui credo abbia fallito lo stesso Battiato. Quando li ristampa per Ricordi, nella raccolta Feedback, taglia e cuce con molta disinvoltura. Anche su Spotify avevano cominciato a dividerli e poi a un certo punto hanno inserito una traccia di mezz’ora con tutto il disco, come dire: sbrogliatevi voi. Comunque Pollution inizia con un valzer di Strauss (Storielle del bosco viennese) che sembra registrato in un ristorante, tra rumori di piatti e posate, e FB che declama, con fare svagato “Il silenzio del rumore / Delle valvole a pressione / I cilindri del calore / Serbatoi di produzione / Anche il tuo spazio è su misura / Non hai forza per tentare / Di cambiare il tuo avvenire / Per paura di scoprire / Libertà che non vuoi avere / Ti sei mai chiesto / Quale funzione hai?”. Poi parte un’intro per basso e synth che sembra suggerire un disco molto più duro del precedente (una violenza ancora piuttosto inaudita per il mercato discografico italiano), e infine un’esplosione che sarebbe già il secondo solco del disco, 31 dicembre 1999 – ore 9. Come dire: a che ora è la fine del mondo.   

1975: Orient effects (#229)  

Per quel che mi riguarda il brano più indecifrabile di Battiato, anche se la storia è spassosa. Deciso a suonare l’organo del duomo di Monreale, per vincere la diffidenza di un parroco, Battiato si fa presentare da Juri Camisasca e Gianfranco D’Adda come un musicista americano (di origini siciliane). Ottiene così il permesso di suonare e registrarsi, e ne approfitta per tre ore. Fantastico. Chissà che baccano è riuscito a fare in quelle tre ore. Non credo che la registrazione renda l’idea, voglio dire, gli organi suonano forte. Siamo in un periodo in cui Battiato si è stancato del suo modo di fare musica elettronica: nei concerti del periodo sconvolge le attese del pubblico (e parliamo di un pubblico che veniva per ascoltare il Battiato di Clic) improvvisando accordi dissonanti per ore. A Londra siccome è il primo a suonare in un festival (prima dei Tangerine Dream) lo scambiano per il tecnico del suono, dopo un po’ lo cacciano a fischi. Orient effects non dev’essere molto lontano dal tipo di musica che sta facendo ma bisogna dire che se io lo trovo estremamente soporifero, altri battiatologi ci sentono tantissime cose. “In questi frammenti i ricordi si susseguono: torna il Franco bambino che si esercitava sull’organo della chiesa del paese, lo stupore, per la scoperta della musica, le domeniche in famiglia, i campi da calcio, le ripetizioni nel cortile, la voglia di restare e il desiderio di fuggire dalla terra natia. Tutto quello che Franco ha finora vissuto converge in questi dieci minuti…” Così Fabio Zuffanti (Franco Battiato, Arcana 2020). Io ci sento solo un po’ di baccano. Mi dispiace. 

1979: Stranizza d’amuri (#28)

Man manu ca passo li jonna sta frevi mi trasi int’all’ossa. D’accordo, ho fatto questa cosa scema di selezionare 256 canzoni di Franco Battiato e metterle l’una contro l’altra, ma se dipendesse da me, chi vincerebbe? Stranamente non ho dubbi. 

Non li ho dall’anno scorso, quando ho scoperto che Battiato non c’era più e non sapevo come sentirmi. Allora ho preso tutti gli album che ho trovato su Spotify, dal più antico, e li ho ascoltati uno per uno senza interruzione. Molte cose le avevo dimenticate, altre mai ascoltate. Alcune belle sorprese, altre non mi hanno convinto nemmeno stavolta. Certo, quando dopo ore di sperimentalismi è cominciata L’era del cinghiale bianco, l’atmosfera è cambiata di colpo. E quando venti minuti dopo i mosconi ciabbulaunu, Tullio De Piscopo ha attaccato il vibrafono e mi sono messo a piangere. Non era previsto e non è spiegabile. Giorni dopo ho ricordato un vecchio quaderno di canzoni che portavo con me nella custodia della chitarra, canzoni che ero convinto che la gente avrebbe voluto sentire in corriera o attorno a un fuoco, e mi ricordo che ci avevo trascritto Stranizza d’amuri, basandomi unicamente sul mio orecchio e senza speranza di capirne il senso, con un simbolo diacritico inventato per l’occasione per dar conto della ‘t’ palatale tipica della parlata siciliana. Non so quante volte sia realmente successo che io abbia suonato Stranizza in pubblico – sicuramente nessuno me la chiedeva, anche dopo averla sentita. Ma riesco ancora a suonare la linea di basso in 7/4. Stranizza è una canzone su due innamorati in tempo di guerra in cui forse Battiato intendeva far risuonare certe corde nostalgiche, ma come nei momenti migliori del Cinghiale bianco il salto di qualità è arrivato nello studio Radius con Julius Farmer al basso e De Piscopo alle percussioni (appena freschi di Faust’O) che ti inventano lì per lì senza strafare una new wave italiana: e allo stesso tempo è anche un brano profondamente battiatesco, già nell’aria ai tempi di Juke-box, costruito su un’allucinazione uditiva semplice ma di sicuro effetto che evoca un’ascesa infinita: un accordo (“Man manu ca passunu i jonna”, un intervallo di quinta e quindi abbiamo la sensazione di salire (“sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa”), un tono ancora più su (“‘ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra, mi sentu”) e di nuovo un intervallo di quinta: ma a questo punto anche se siamo tornati all’accordo iniziale abbiamo la sensazione di aver salito una scala intera, e possiamo ricominciare da capo. L’allucinazione è favorita dall’ondulare degli archi, e dalle scale ascendenti tracciate dal basso. Il testo in dialetto si consente quel sentimentalismo che in italiano Battiato non poteva ancora permettersi. Probabilmente Battiato ha scritto canzoni migliori – sarebbe triste che nei 35 anni successivi di carriera non ci fosse riuscito. Ma Stranizza d’amuri è il mio campione.

1998: Auto da fé (Battiato/Sgalambro, #101)

A volte faccio un esame di coscienza, ripenso ai miei innamoramenti e mi rendo conto che dietro a tanti slanci c’era soprattutto un grande appetito sessuale che forse andrebbe soddisfatto senza coinvolgimenti sentimentali. Ecco. Questa cosa in sgalambrese suona: “Faccio un auto da fé dei miei innamoramenti / Voglio praticare il sesso senza sentimenti”. Suona meglio?  Beh, perlomeno è più svelto. Alla fine l’importante è comunicare. Sempre. Lo sgalambrese è un linguaggio che indulge al preziosismo verbale, ma se riesce a esprimere un concetto o una sensazione in breve tempo e con precisione, perché no? Altre volte a infastidire non è tanto il lessico forbito, quanto la sproporzione tra la presunta originalità delle parole e la banalità del concetto che vuole coprire, cioè qui Sgalambro sta dicendo a una tizia “non sei tu, sono io”, ma passa attraverso locuzioni come “È sceso il buio nelle nostre coscienze e ha reso apocrifa la nostra relazione”. Tutto questo lasciava perplessi anche ai tempi dell’Ombrello e la macchina a cucire, ma adesso c’è anche il problema che Battiato è in una delle sue fasi rock, anzi nella fase più rock in assoluto, in Gommalacca vuole le chitarre distorte e ritmiche come vanno in quel periodo (se ne occupano i Blu Vertigo) e questo crea un corto circuito che Battiato nemmeno prevede – come infilare il povero Sgalambro in una giacca di pelle e montarlo su una motocicletta – perché davvero se c’è un mondo che gli sfugge completamente è quello del machismo: questo lo rendeva un uomo migliore di quasi tutti noi ma forse gli impediva di capire che cantare “Voglio praticare il sesso senza sentimenti” su una base rock a cinquant’anni passati rischiava seriamente di suonare ridicolo. 

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