23. Potendo poi rinascere, cambierei molte cose

[Questa è la Gara delle canzoni di Battiato, oggi con un requiem pasquale, un Lied su un animale, il suono primordiale, e intanto la musica muore]. 

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1979: Pasqua etiope (#109) 

Kyrie Leison, Christe Leison (non suona quasi Hare Krishna?) In cinquant’anni di carriera, Battiato ha toccato piuttosto raramente l’argomento cristianesimo, e l’ha fatto quasi esclusivamente attraverso il linguaggio musicale (arrivando a comporre una Messa arcaica). Le preghiere che gli capita di citare (qui il Requiem) sono sempre quelle dei riti pre-Concilio Vaticano II: in particolare un anno prima di Pasqua etiope aveva composto un Agnus per la colonna sonora del film di Brunelleschi che una volta rifiutata divenne Juke-Box. Pasqua etiope riprende in parte le atmosfere di quel disco strano: scale pianistiche a profusione, un senso di liturgia un po’ improvvisata lì per lì da suonatori ispirati ma estemporanei. Ma mentre i brani di Juke-Box sono un’imperterrita sfida all’orecchio, Pasqua etiope scivola che è un piacere, cullando l’ascoltatore in uno stato di grazia che Battiato non si concedeva più dai tempi di Sequenze e Frequenze. Anche il titolo aggiunge qualcosa di mellifluo e pittoresco – è abbastanza improbabile che i sacerdoti copti etiopi preghino in latino, ma tutto sembra ambientato in un villaggio postmoderno (postatomico?) dove le liturgie dovranno essere ricostruite partendo da frammenti, detriti, suggestioni. 

1985: L’animale (#20) 

Fingere, tu riesci a fingere quando ti trovi accanto a me. Mi dai sempre ragione, e avrei voglia di dirti che è meglio che sto solo. A metà degli anni Ottanta Battiato è in piena mutazione: si è stancato di fare la popstar, vorrebbe diventare il compositore colto che da dieci anni sospetta di essere, e invece sta per scoprirsi cantautore – con un certo iniziale disappunto. Capita così che il suo disco più raccogliticcio, quasi una raccolta di canzoni sparse qua e là durante quegli anni frenetici, termini con un capolavoro imprevisto. Scritta forse per Giuni Russo (che la inciderà appena trent’anni più tardi), parzialmente sconfessata dal suo autore che ha sempre negato una lettura autobiografica (“è una canzone presa in prestito dall’esperienza di altre persone”), L’animale a ben vedere mette a fuoco lo stesso dilemma di Tra sesso e castità ma con una semplicità più perentoria, un lessico castigato e basilare – anche nella seconda strofa, quando tira in ballo i quattro elementi, non dice nulla che i profani non possano capire al volo: “dentro di me segni di fuoco, e l’acqua che li spegne”. L’arrangiamento ‘da camera’ lo rende il primo vero Lied battiatesco, oltre che probabilmente il meglio riuscito. È un brano irresistibile anche perché, malgrado la lucidità della voce cantante e tutta la compassatezza orchestrale che lo circonda, alla fine quello che sembra avere l’ultima parola è proprio l’Animale. E l’Animale che mi porto dentro vuole te. 

   

2000: Suoni primordiali (#237) 

Suoni primordiali è il lento smorzarsi di Campi magnetici, il balletto composto da Battiato per il Maggio fiorentino. Suoni primordiali consta in dieci minuti di note che si attraggono e distraggono, finendo per smorzarsi come una galassia che collassa nell’infinità del nulla. Non ha nessuna speranza di passare il turno e ci si potrebbe domandare anche che ci fa in un torneo di “canzoni” di Franco Battiato: cosa rimane qui, della forma canzone? Lo stesso si potrebbe dire anche per i brani del periodo 1976-1978: che senso ha includerli? Non perché non siano interessanti da ascoltare, ma perché sono persino più lontani dall’idea di canzone di altri componimenti che sono stati esclusi: le opere (GenesiGilgamesh, Telesio), la Messa arcaica, le colonne sonore, e a proposito: perché Benedetto Cellini no e Juke Box sì? Per una volta ho una risposta semplice: ho incluso tutti i brani che nel sito ufficiale di Franco Battiato compaiono alla voce “discografia leggera”. Cosa poi ci sia di leggero nell’Egitto prima delle sabbie o in Za non saprei dirlo. Quanto a Campi magnetici, è pur vero che certi brani potresti selezionarli in un contesto di chill out e nessuno protesterebbe – anzi magari verrebbero a chiederti da che playlist IDM l’hai tirata fuori. Ma non è il caso di Suoni primordiali, il suono di un dissolvimento prima del finale a sorpresa con la guest star che nessuno osava immaginare: Manlio Sgalambro in carne e ossa che canta La Mer di Trenet (ecco quello in gara non l’ho messa, almeno l’avesse cantata Battiato) (no, non dà fastidio, fa quasi tenerezza, ma in gara non l’ho messa lo stesso).   

2008: La musica muore (Camisasca, #148) 

Sono anni che non cambia niente: tutto è chiuso in un sacco a pelo. La musica muore è un fleur atipico, uno dei rari casi in cui Battiato decide di manipolare sensibilmente il testo della canzone che reinterpreta – certo, con la complicità dell’autore e vecchio amico Juri Camisasca che interviene a metà brano. La musica muore era un epico singolo del 1975 che sembrava dare voce a un senso di delusione per il ristagno della cultura giovanile e musicale in quegli anni – può sembrarci strano oggi, ripensando a che dischi fantastici continuavano a uscire, ma era analoga alla sensazione provata da Battiato durante il suo primo viaggio a New York: musica troppo forte e già sentita, pubblico assente, instupidito da sostanze. Ma Camisasca sembrava volerne fare anche una questione privata: la fine della musica era anche la fine della sua musica, tanto che la seconda strofa descriveva una crisi dell’ispirazione “Le mie note cercano una madre che le copra con un bianco velo. Scivolando sopra la mia fronte se ne stanno andando senza far rumore. La musica muore!” A Battiato questa crisi non interessa (così come non interessa l’andamento motownesco dell’originale, con gli archi usati nel modo più soul possibile): cancella strofa e ritornello, sostituendoli con un collage di citazioni che non hanno più l’immediatezza icastica di Cuccurucucù. Sembrano piuttosto le diapositive sbiadite di un boomer che si lamenta che la musica non è più quella di una volta, e il fatto che abbia ragione non lo rende meno fastidioso, anche perché insomma, nonno: “Degli Stones amavo Satisfaction e dei Doors Come on, baby, light my fire. Ascoltavo Penny Lane per ore ed ore…” che gusti originali, eh? L’arrangiamento è etereo e insolitamente didascalico: quando cantano “concerti” si sente un assolo di chitarra, quando l’acqua ritorna “nel sacco a pelo” risentiamo per un istante l’inconfondibile synth di Propiedad prohibida, come un’istantanea da Parco Lambro: quando dicono “stop”, la musica si ferma. È comunque uno dei momenti più ispirati di Fleurs 2, con un ipnotico finale a base di sassofoni, ma che lascia l’amaro in bocca: dopo aver passato trent’anni a provare tutte le strade musicali possibili, Battiato cede a un attimo di disperazione e confessa che sì, forse qualcosa è davvero finito verso il 1972.  

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