22. Guerriglia nella jungla, ma sotto un tetto di paglia amore mio

[Questa è la Gara delle canzoni di Battiato, oggi con una canzone sulla fine del mondo, una canzone sull’esistenza di Dio, una canzone sul perduto amore, una canzone su quanto sia tutto vanità]

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1982: Clamori (#52)

Il mondo è piccolo, il mondo è grande, e avrei bisogno di tonnellate di idrogeno. Quante volte di fronte a un verso ci siamo detti: puro Battiato. E quante volte ci sbagliavamo, ad esempio in questo caso l’autore è Henri Thomasson maestro gurdjeffiano di Battiato, sotto il bello pseudonimo di Tommaso Tramonti, più che appropriato dal momento che è di tramonto della civiltà che intende parlare. Nell’Arca di Noè è il paroliere di Clamori è l’Esodo, due ‘puri Battiato’. Questo in parte potrebbe essere dovuto agli interventi condotti da FB sul testo originale (che nel caso delle Aquile rappresentano come abbiamo visto una completa riscrittura, per cui l’attribuzione a Fleur Jaeggy è più una dedica che uno scarico di responsabilità), in parte al fatto che lo ‘stile Battiato’ si presta molto bene a essere imitato (e parodizzato): ma in questo caso anche al fatto che Thomasson e Battiato parlano davvero la stessa lingua, che non è esattamente la nostra. Come l’Esodo, anche Clamori è un’apocalisse, ma il mood è molto diverso: niente più scene di massa, ma una languida devastazione capillare, che ci coinvolge tutti e parte dall’infinitamente piccolo. Siamo infestati di ragnatele, siamo infangati di cifre. I “computers” sono minuscoli, le mosche sono giganti e “sputano dati, dando il totale sui disoccupati”. La fine sarà lunga e languida, come il marcire del frutto sull’albero. Clamori prosegue sul ritmo ipnotico e rallentato di Radio Varsavia, sfruttando molto astutamente la dinamica tra il ritmo in sottofondo e strumenti che compaiano e scompaiono all’improvviso, come lampi di luce o clamori, appunto, nel mondo moribondo. L’arca di Noè, che disco incredibile. 

1995: L’esistenza di Dio (testo di Manlio Sgalambro, #205) 

Ecco no guardate: un po’ più sotto, qui vedrete esattamente com’è fatto Dio. Verso la fine, L’ombrello e la macchina da cucire comincia a mostrare una certa stanchezza: Battiato finisce le musiche e comincia a prenderle in prestito (qui dalla colonna sonora di Latcho Drom) ma non è completamente colpa sua. Lui aveva sempre inciso dischi compatti e molto brevi: mezz’ora e poco più. Questo non era ritenuto affatto un difetto, fino alla fine degli anni Ottanta, quando il supporto principale diventa il CD che i discografici decidono di apprezzare dell’80%. All’inizio sembrava una scelta dissennata, ma col senno del poi probabilmente sapevano che i supporti digitali avevano gli anni contati e stavano spremendo la vacca finché grassa. Ma Battiato in tutto questo? Battiato di tutto questo poteva anche non essersene accorto – nei primi ’90 dà la sensazione di vivere sostanzialmente in un bel mondo di fatti suoi. Ha un suo prodotto, ha un pubblico che lo segue in qualsiasi svolta improvvisa, e continua a incidere dischi di mezz’ora. L’esigenza di rimpolpare un po’ il contenuto per far sì che non sembri un furto all’acquirente si fa strada, se si fa strada, solo nel 1995 appunto con L’ombrello, che poi sarà l’ultimo disco in studio per la EMI. Nei dischi successivi Battiato comincerà a usare gli ultimi minuti dei CD per concedersi esperimenti e divagazioni che a volte diventano la cosa più interessante del prodotto. Nell’Ombrello invece prevale una sensazione di allungamento di brodo – prima Battiato declama su base tzigana una poesia di Sgalambro sulla vanità dei teologi che a rileggerla non è nemmeno così male, ma cantandola Battiato non riesce a segnalarne l’ironia. Restano ancora quattro minuti e FB sceglie di riempirli con un brano del Trattato dell’empietà di Sgalambro – salvo che per farlo risuonare più Filosofo li fa recitare a Helena Janeczek in tedesco, la lingua che più spesso nella produzione battiatesca segnala la Pretesa Culturale. No, sul serio, se uno non è fluente in tedesco perché dovrebbe fermarsi ad ascoltare una giaculatoria incomprensibile? La vera esperienza intellettuale è che in qualsiasi momento puoi decidere che tutto questo è insopportabilmente inutile, premere stop e mandare FB e Sgalambro a quel paese. 

2002: Perduto amore (De Lorenzo, Adamo, #77) 

A questo punto sono a un terzo del primo turno, di Fleurs ne ho già ascoltati una dozzina, me ne restano venti, che faccio? Mi gioco Proust? 

Mi gioco Proust. “Un certo ritornello insopportabile, che ogni orecchio ben nato e ben educato rifiuta all’istante di ascoltare, ha accolto in sé il tesoro di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite, di cui fu la viva l’ispirazione, la consolazione sempre pronta, sempre aperta sul leggio del pianoforte, la grazia sognante e l’ideale. Certi arpeggi, una certa “ripresa” han fatto risuonare nell’anima di più di un innamorato o di un sognatore le armonie del paradiso o la voce stessa dell’amata…” Sì, certo, e non c’è bisogno di sottolineare quanto dev’essere stata importante questa canzone nemmeno così insopportabile di Adamo per Battiato, che appena è riuscito a fare un film autobiografico l’ha chiamato proprio Perdutoamor. È triste perciò constatare come la sua Perduto amore sia uno dei fleurs meno riusciti – quello che più esibisce i limiti del procedimento. Dopo essersi salvato per un disco intero dall’effetto karaoke, all’inizio del secondo Battiato ci casca in pieno: cos’è andato storto? È un problema del materiale di partenza? In effetti Perduto amore era una ballata piuttosto convenzionale, già un po’ datata quando uscì (era il 1963, ma come a tutti gli italiani all’estero, al belga Salvatore Adamo il mercato chiedeva di interpretare un determinato stereotipo). Colpisce il fatto che Battiato, che nel primo disco ha saputo spogliare qualsiasi canzone della retorica inutile (arrivando a de-barocchizzare le canzoni di De Andrè), qui si lasci tentare dall’opzione opposta e trasformi un banale arpeggio di chitarra in una partitura per archi, appoggiati su una ritmica contemporanea e piuttosto convenzionale – base di karaoke, appunto.    

2007: Io chi sono? (testo di Manlio Sgalambro, #180) 

E siamo qui, ancora vivi, di nuovo qui, da tempo immemorabile. Qui non si impara niente: sempre gli stessi errori, inevitabilmente gli stessi orrori. Parlando d’altro, a voi piace il Qohelet? L’Ecclesiaste, intendo? A me sì, lo considero un capolavoro della letteratura mondiale, e una cosa che mi piace particolarmente del Qohelet è che è breve: dieci paginette di Bibbia. Dal momento che tutto è vanità, perché sprecarne di più? Chiunque l’abbia scritto, ci ha condensato tutto quello che aveva imparato in una vita di esperienze. Battiato per contro aveva questo problema, che ogni due o tre anni un disco doveva pur farlo e quindi le sue meditazioni sulla vacuità del tutto oltre un certo limite possono risultarci ripetitive, proprio perché alla fine se siamo qui e non impariamo niente è fatale che dopo un po’ ci parliamo addosso a vuoto (con o senza Sgalambro). Questa sensazione di ridondanza è probabilmente un errore di prospettiva: magari anche il Qohelet all’inizio era una valigia di dodici papiri (mi piace pensare che sia il sequel del Cantico dei Cantici, la ragazza nigra sed formosa nel frattempo ha allattato dodici figli, tre son morti bambini, altri sei in guerra, due non gli rivolgono la parola, tutto è vanità), magari tra mille anni di Franco Battiato non resisteranno che cinque o sei canzoni e se una fosse Io chi sono, non risulterebbe estremamente profonda? Spero che nel caso resista la versione del Vuoto, ancora un po’ elettronica, e non quella più disadorna incisa per la raccolta Le nostre anime (2015).

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