21. Com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con quattro canzoni scritte da lui: un amore che mi prende piano piano per la mano, una cellula fra i motori, un’alba dentro l’imbrunire, un tempo in alto e pieno di allegria]

1968: È l’amore (#244) 

Guarda le sere che passo se non sei con me. Di fronte a È l’amore bisogna avere pazienza e ricordare che se in seguito abbiamo potuto godere di Battiato, del privilegio di ascoltarlo e di invecchiarci un po’ assieme, lo dobbiamo anche a questa canzonetta senza visibili pretese, con la fisarmonica nel ritornello addirittura, e notate che era il 1968, il maggio parigino, le pantere nere alle Olimpiadi mostravano il pugno e Battiato cantava È l’amore su una base di fisarmonica, nella vita può capitare anche questo. È l’unico singolo che riuscì a mandare in classifica negli anni Sessanta. È quello che gli permise di tenere insieme un complesso e andare avanti con le serate. Non è neanche una canzone così terribile, e tradisce già uno dei temi ossessivi che FB porterà con sé per tutta la carriera, l’associazione dell’amore alla stagionalità. Forse Battiato aveva già dimostrato di avere qualcosa da dire più interessante di “è l’amore che mi prende piano piano per la mano”, però “mentre l’acqua dietro ai vetri già discende lentamente” prometteva bene. 

1971: Una cellula (#116)

Sarò una cellula tra i motori. Battiato ha inciso Fetus mentre era in servizio militare, anzi ricoverato all’ospedale militare perché fisicamente “incompatibile” alla vita in caserma (la sera evadeva saltando un cancello, probabilmente aveva corrotto una guardia o due). La cartolina lo ha sorpreso a metà di una delle sue metamorfosi più delicate, da aspirante cantautore ad artista di avanguardia. Il carattere peculiare di Fetus è proprio in questa natura stratificata: è un disco che vuole assolutamente essere un’opera prima, qualcosa di mai sentito e appena nato, eppure tra i motori smaglianti c’è ancora qualche cellula del vecchio organismo. Una cellula è uno dei brani che più somiglia a una canzone tradizionale: c’è la melodia accattivante, una progressione armonica ben riconoscibile, addirittura il ritornello. Poi, certo, il VCS3 suonato a tutto volume garantisce una carenatura sperimentale: ma dentro a cercare bene c’è ancora il vecchio Francesco Battiato.

1980: Prospettiva Nevski (#13) 

Prospettiva Nevskij non è sempre stata una delle più famose canzoni di Battiato: all’uscita su Patriots passò quasi inosservata, del resto a un primo ascolto poteva sembrare il pezzo più incongruo del disco, una ballata al pianoforte che al tempo poteva ricordare un Venditti o un Cocciante. Le cose cominciano a cambiare quando Alice la interpretò all’inizio di Gioielli rubati (1985), anche perché nel frattempo la percezione di Battiato stava cambiando: non più un provocatore in megafono ma (almeno a partire da Fisiognomica) un cantautore con un passato da rivendicare. Pochi anni dopo Tommaso Labranca ci regala in Cialtron Hescon quella pagina spietata in cui riconosce la grandezza di Battiato nel suo essere “al tempo stesso cialtrone e non-cialtrone“, e come esempio di cialtronismo provinciale analizza con crudeltà proprio il testo di Prospettiva Nevski, definito “uno stornello popolaresco nascosto sotto uno strato di guano culturale”. Labranca esagera, finge di non vedere la struttura frammentaria del testo creando una scenetta esilarante in cui tutto quello che Battiato racconta nella canzone succede nello stesso momento. Ma ha il merito di far notare che la Russia di Prospettiva è un mascheramento: “credevamo di essere in Russia e invece siamo nella piazza principale di Ramacca (CT, 9324 ab., 270 m slm)”. Dà però per scontato che il mascheramento sia in cattiva fede, ovvero che Battiato voglia davvero spacciarci una Russia contraffatta: forse perché anche lui ormai è abituato ad ascoltarla estrapolata dal contesto di Patriots, un disco in cui i ricordi d’infanzia affiorano in ogni canzone e sono sempre ritagliati, decontestualizzati, mescolati ad altri luoghi comuni letterari o giornalistici. È un gioco che in Prospettiva si continua a giocare, ma forse su un livello più raffinato: siamo in provincia di Catania ma siamo anche in una steppa letteraria: Battiato racconta la sua infanzia ma la arreda con gli oggetti di scena dei romanzi russi che leggeva in quegli anni. Continua a ricordare quei benedetti “saggi ginnici”, ma trasfigura l’oggetto del suo desiderio in Vaclav Fomič Nižinskij. Si meraviglia di esser cresciuto e di avere conosciuto compositori importanti come Stockhausen, ma lo trasfigura in Stravinskij. Oppure no, oppure sta raccontando davvero la vita di un personaggio ma non ci ha mai voluto dire chi (Pëtr Dem’janovič Uspenskij? Era russo e a San Pietroburgo fu allievo di Gurdjieff, Henri Thomasson, il maestro guedjieffiano di Battiato, tradusse la sua biografia in italiano). Sia come sia, Labranca non aveva tutti i torti: Battiato a volte è un mix inestricabile di Kitsch e non Kitsch, tale da farci dubitare che il Kitsch si possa del tutto escludere dai manufatti artistici. Prendi proprio Prospettiva Nevski: contiene uno dei più bei versi di Battiato (“com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”) e uno dei più agghiaccianti versi di Battiato (“un giorno sulla prospettiva Nevski per caso vi incontrai Igor Stravinskij”: una rima ridicola, un errore di sintassi, un namedropping svergognato). È una canzone molto bella e ci si vergogna ad ascoltarla. Lo stesso Battiato aveva il sospetto di aver fatto una “cazzata”: “Scrissi quella canzone tutta di seguito e poi la feci sentire a Giusto Pio: “Ma è bellissima”disse. Io ero scettico, cercavo di convincerlo: “Sicuro? A me sembra una cazzata”. Fui lui a spingermi a inciderla: fosse stato per me sarebbe finita nella spazzatura“. 

1993: Sui giardini della preesistenza (#141) 

MALCOM PAGANI: Ha nostalgia di qualcosa?

FRANCO BATTIATO: La nostalgia non è un valore. Se la provassi non avrei scritto una canzone come “Sui giardini della preesistenza”.

Qualcosa non va. Che la nostalgia non sia un valore è un punto di vista coraggioso che mi propongo di fare mio. Ma che Battiato non ne provasse sembra difficile da sostenere. L’autore di Perdutoamor e Stranizza d’amuri e Sequenze e frequenze poteva davvero misconoscere l’importanza che aveva sempre avuto la nostalgia nei suoi procedimenti creativi? E perché invocare contro la nostalgia proprio “una canzone come Sui giardini della preesistenza“, che evoca un sentimento di rimpianto per un’età dell’oro a monte della creazione? Chiaro, se sei convinto di essere un’anima immortale, in circolazione da prima dell’universo, il rimpianto per un passato di qualche anno fa deve sembrarti un’emozione piuttosto futile. Ma è quello che ha ispirato a Battiato le sua canzoni migliori e Nei giardini della preesistenza – mi dispiace – non è tra queste. La musica oscilla tra Lied e pop ma non riesce a evadere da una sensazione di già sentito. Forse ciò che rende Caffè de la Paix un disco meno interessante di altri è proprio il tentativo di arrivare a un sublime depurato di ogni nostalgia – ma appunto, se la togli cosa resta? Atlantide, Cartagine, il Terzo Occhio, l’Inviolato, tutta una mitologia personale che è ben più difficile da condividere. 

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