20. Questa parvenza di vita ha reso antiquato il suicidio

[Questa è la Gara delle Canzoni di Battiato, oggi con una tecnica speciale per dissuadere i suicidi, un pezzo sulle campane senza campane, un pezzo di Mogol, un pezzo della Premiata Forneria Marconi (è sempre lo stesso pezzo), un Addio per Giuni Russo]. Si vota qui   

1978: Campane (per soprano, violini e pianoforte) (#221) 

Su Spotify Juke-box non è nemmeno tra gli album, è nascosto nella sezione “singoli ed EP” benché non sia né l’uno né l’altro. È un disco difficile da ascoltare: la cronologia ci incoraggia a considerarlo un canto d’addio alla fase più avanguardista – salvo che, appunto, forse è solo un “episodio”, una colonna sonora come ne avrebbe scritte anche in seguito. Certo se si prende come punto di riferimento L’era del cinghiale bianco, risulta quasi inascoltabile. Mentre rispetto all’Egitto prima delle sabbie rappresenta una compromissione, un ritorno a forme musicali che nel 1977-78 sembravano abolite. E c’è questa tensione, avvertibile in ogni pezzo, tra musicalità e dissonanza. Qui per esempio c’è un brano che si intitola Campane, dove non suona nessuna campana ma chi pesta il pianoforte sembra volerle mimare, suonando con insistenza un intervallo fastidioso che non sembra mai esattamente a tempo. Qualche violino in sottofondo sembra decisamente più melodioso e a un certo punto entra una vera orchestra e suona un vero accordo, convenzionale, piacevole: è come se la musica richiamasse a sé Battiato, dai, vieni, smettila di farmi il broncio – ma Battiato è testardo e continua a maltrattare il pianoforte, il ritorno all’ordine è rimandato. Ormai manca poco, comunque.

1995: Breve invito a rinviare il suicidio (testo di Sgalambro, #164)

“Va bene, hai ragione se ti vuoi ammazzare. Vivere è un’offesa che desta indignazione”. Di solito io mi immagino un signore su un cornicione. Sta lì a fissare il vuoto, quand’ecco che da una finestra a pochi metri vediamo slanciarsi con un megafono… Manlio Sgalambro. Di tutte le persone che potevano mandare a dissuadere un suicida, per arcani motivi noti solo a Battiato, è stato scelto il filosofo Manlio Sgalambro. Saprà trovare le parole giuste? Miracolosamente stavolta sì: non c’è neanche un parolone, né un Grande Nome citato ad minchiam. Al suo posto troviamo un approccio molto pragmatico al problema: non hai tutti i torti, questa vita è inautentica, ma facciamo così: moriamo insieme ma di morte lenta. E per quanto lo svolgimento ceda un po’ al gusto barocco per il paradosso (questa parvenza di vita non merita il suicidio, solo una vita migliore), non mi stupirei che a Sgalambro fosse capitato di applicarla con successo. Sto cominciando a pensare che L’ombrello e la macchina da cucire sia uno dei dischi più pazzi e artigianali di Battiato, fatto veramente in casa con tante idee commercialmente improponibili e due o tre tastiere suonate alla garibaldina.   

2002: Impressioni di settembre (Mussida, Mogol, Pagani, #36)

Quanto verde, tutto intorno e anche più in là. Perché il secondo volume di Fleurs (intitolato travellingwillburyanamente Fleurs 3) non è buono come il primo? Alcune ipotesi.

1. In realtà è buono come il primo, è solo che l’effetto sorpresa non c’è più, è l’ennesimo album di cover di un artista che abbiamo già capito si diverte a farle (e forse ha capito che è meglio farle quasi tutte in italiano).
2. Le trilogie, o le cominci con in testa un prospetto già chiaro, oppure va a finire che spari tutte le cartucce migliori nel primo episodio. C’è ottima roba in Fleurs 3, ma Adamo non è Endrigo e Leo Ferré – mi spiace per i compagni della mozione Leo Ferré – non è Jacques Brel.
3. Tutte le persone che hanno conosciuto Battiato un po’ più direttamente stanno ripetendo una cosa: era un simpaticone, gli piaceva divertirsi, per carità non consideratelo un guru o uno snob. Prendiamo nota, ma può darsi che in certi dischi accada quel che si dice accada nei film: se ci si diverte troppo sul set, gli spettatori si divertiranno meno. Il primo Fleurs rendeva ogni canzone un oggetto prezioso con un’intensità quasi religiosa: era un’operazione che sfidava il Kitsch e lo vinceva. Qui invece prevale un atteggiamento più scanzonato, forse mutuato dal set del Fun Club di Sgalambro: Battiato canta per divertirsi e sta bene, ma non è detto che ci divertiremo noi ad ascoltarlo. Anche nel pezzo forse migliore, Impressioni di settembre, prevale un approccio dissacrante, Battiato decide che il riff più storico del prog italiano è un po’ troppo lungo e lo taglia come gli va, gioca d’anticipo, lo stravolge, nel primo volume non l’avrebbe fatto..
4. In realtà era scarso anche il primo, è solo che l’effetto sorpresa non c’è più.

2008: L’addio (Battiato, Avalli, Di Martino, #93) 

Stavamo bene. Per orgoglio non dovevi lasciarmi andare via, lasciarmi andare via. Ammettiamo pure che il terzo volume di Fleurs sconfini nel pianobarismo: non è forse proprio questo a rendere sublime questa versione dell’Addio? Vecchia canzone scritta con Mino Di Martino (già nei Giganti) per Giuni Russo ai tempi in cui sapeva andare più in alto dei soprani, là dove la voce umana diventa indistinguibile dal trillo dei gabbiani. È passato molto tempo, quei gabbiani non trilleranno mai più, un anziano pianobarista approfitta del momento di stanca di una serata per ritornare sulla vecchia canzone d’addio – la canterebbe sottovoce, se si potesse cantare sottovoce un pezzo del genere. Chi la conosce piangerà, gli altri sbadigliando si avvieranno all’uscita.

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