19. Non servono più eccitanti o ideologie

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi sospesa tra una Milano invivibile e una Sicilia assolata, tra Maria Callas ed Emma Bovary]

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1983: Un’altra vita (#29)

Sulle strade al mattino il troppo traffico mi sfianca; mi innervosiscono i semafori e gli stop. E la sera ritorno con malesseri speciali. Non servono tranquillanti o terapie: ci vuole un’altra vita. Quando l’ascoltammo per la prima volta, verso la fine di quel 1983, probabilmente la scambiammo per una delle tante desolate contemplazioni del male di vivere contemporaneo, un sottogenere a cui il Battiato pop ci aveva abituato sin dall’Era del cinghiale bianco. Non sapevamo che stavolta Battiato faceva sul serio (o faceva più sul serio del solito): che a sfiancarlo non era la contemporaneità in generale ma Milano in particolare, e che stava per andarsene sul serio: “un’altra vita” lo aspettava in Sicilia. Ci sfuggiva un dettaglio che si è chiarito col tempo: Orizzonti perduti non era il solito disco postmoderno e ironico. Era una cosa molto più intima e cantautoriale, con versi di una discorsività commovente (Certe volte anche con te e sai che ti voglio bene mi arrabbio inutilmente senza una vera ragione: sta parlando a sua madre?) Senonché di solito il cantautore ce lo immaginiamo con una chitarra in braccio o al pianoforte; Battiato invece si appoggia ai synth ma non sono più i complicati synth a valvole degli anni Settanta: sono le tastiere Roland del 1983 e non sono così dissimili da quelle che diversi ascoltatori di Battiato hanno in casa. Si verifica così per la prima volta nella storia della musica italiana il paradosso ben noto ai frequentatori delle scene indipendenti che potremmo definire “della musica da cameretta”: tanto più personale quanto è prodotta con strumenti all’apparenza asettici – qui però manovrati con una maestria che lascia ammirati a cinquant’anni di distanza. Da notare che mentre Battiato si stancò quasi subito dell’arrangiamento digitale della Stagione dell’amore, quando riprese Un’altra vita in un un live molto tardo (Inneres Auge, 2009) non trovò praticamente nulla da cambiare. Nel frattempo anche “Dallas e i Ricchi piangono” erano diventati frammenti di modernariato come le mille bolle blu di Cuccurucucù, ma al tempo un inserto così prosaico potava infastidire come le unghie sulla lavagna. Oggi lo trovo un verso bellissimo: “sui divani abbandonati a telecomandi in mano storie di sottofondo: Dallas e I Ricchi Piangono”.  

1989: Giubbe rosse (#100) 

Ritornare a sud per seguire il mio destino. È facile prendersela con Manlio Sgalambro, in effetti sembra che l’abbiano messo lì apposta, un catalizzatore di ostilità, un homunculus cresciuto nell’orto mistico di Calasso. Yoko Ono almeno è una donna, milita in due o tre minoranze, Sgalambro un possidente siciliano con l’hobby degli aforismi: si aggira per la discografia battiatesca col cartello Odiatemi e ci conviene farlo, perché altrimenti ci toccherebbe incolpare cose più scomode, ad esempio la Sicilia. Battiato non è più stato lo stesso, da quando è tornato. Battiato ha vissuto a Milano per 25 anni e sono stati 25 anni di lancinanti nostalgie (“ed era come un mal d’Africa”), 25 anni passati a evocare i demoni meridiani – chi meglio di lui ha cantato la transumanza turistica come un’esperienza di annullamento dell’io, chi ci ha fatto sentire di più il sale, lo iodio, mare mare mare voglio annegare, tutti quei dischi smaglianti di Giuni Russo che era più stagionale di Takeshi e Ketra, appena arrivava alla radio tu sentivi l’odore della sabbia e del coppertone. Tutta questa mediterraneità a Battiato saliva spontanea, finché viveva nelle nebbie confortevoli del nord. Poi un giorno ha deciso di tornare al vulcano, e magari è stata una coincidenza: ma poco dopo ha finito le parole. La partenza per Milano, Battiato l’aveva descritta con toni epici in Da oriente a occidente, un esperimento con strumenti medievali dove il suo synth suonava più ancestrale di tutti. Quindici anni dopo, Giubbe rosse (dal live omonimo) è una pagina di diario più eloquente del solito. Le immagini della Sicilia non sono più illuminazioni improvvise, non hanno più i contorni sgranati e i colori smarmellati dei ricordi, sono i sereni autoscatti appena sviluppati da un quarantenne che ci spiega chi è e cosa sta diventando. È ancora una buona canzone, eppure c’è un incanto particolare che è finito, e non tornerà più.

1998: Casta diva (#157)

Divinità dalla suprema voce. Supponiamo che l’arte, la musica in particolare, serva a suscitare emozioni in chi l’ascolta: questo si può ottenere in tanti modi. Una strategia primitiva, naive, può consistere nel descrivere l’emozione che l’artista prova e invitare l’ascoltatore a condividerla: Alcune delle migliori canzoni di Battiato fanno questo (ad es. Stranizza d’ammuri). Un artista più maturo cercherà di evocare l’emozione nell’ascoltatore senza definirla in partenza, allestendo tutti gli stimoli che messi assieme dovrebbero funzionare. Pensate per esempio alle Aquile: Fleur Jaeggy non scrive “commuoviti lettore perché a me è successo guardando camminare un’aquila”, ovvero vuole arrivare esattamente lì, ma non esplicita nessuna emozione, sarebbe volgare: dissemina gli indizi, il vento che gonfia le vesti, le cavigliere ortopediche, e se il lettore è un po’ attento e ha voglia di mettere insieme i pezzi ce la fa da solo, e alla fine parte dell’emozione è la soddisfazione di chi ha risolto un puzzle.

Il Kitsch è una terza opzione, che procede da un forte senso di insicurezza. L’autore Kitsch non sa come funziona bene questa storia delle emozioni: forse ne prova davanti a determinati manufatti artistici, ma non è sicuro di capire il perché, né si azzarda a smontare i manufatti per cercare di capirne il funzionamento: sa bene di non esserne capace. L’unica cosa di cui è sicuro è, poniamo, che la Callas quando canta lo commuove. Qualcun altro si domanderebbe: cosa rende la Callas più commovente? Potremmo confrontarla con altre soprano e capire. È sempre commovente o soltanto quando canta determinate arie? Il Kitsch-artista queste domande non se le fa perché non ha la fiducia in sé stesso necessaria per trovare risposte. Ha paura che a smontare la Callas poi smetterà di emozionarsi, quindi l’unica opzione possibile è citare la Callas.

Alla fine il Kitsch è la versione postmoderna del naif. Il naif condivide il suo struggimento d’amore dicendo: mi struggo per amore, emozionatevi con me. Il Kitsch-artista dice: la Callas mi spezza il cuore, emozionatevi con me. Il naif tiene un diario in cui esprime tutti i suoi sentimenti; il Kitsch-artista ha un catalogo, un Parnaso, un juke box coi Grandi Protagonisti del Novecento, il Kitsch-artista se non lo troviamo dopo un po’ da Fabio Fazio è perché è diventato lui stesso Fabio Fazio. Che poi c’è qualcosa di male nel dichiarare i propri eroi, i propri maestri? Magari qualcuno che si sintonizza in quel momento prende nota, magari uno su cento va davvero ad ascoltare la Callas e alla fine all’emozione primaria ci può pure arrivare. Poi certo, possiamo criticare il Kitsch-artista, deprecare il suo lessico da marchettaro di eventi culturali, il suo debole per il sublime, se tiri fuori la Grecia ovviamente è “la Terra degli Dei”, mica ce li avevano degli Dei gli altri popoli antichi, solo i Greci. Però occhio che siamo tutti Kitsch un paio di volte al giorno, se ci facciamo caso.

1998: Emma (testo di Manlio Sgalambro, #228) 

À la fin de Septembre, chargé d’humidité, je m’abandonne à mes pensées. Emma è un raro esempio di “lato B” battiatesco, uscito già in un periodo (1998) in cui l’espressione “lato B” non aveva più senso, mentre oggi i giovani sanno soltanto che è un modo di dire “culo”, anche se non saprebbero dire il perché. La canzone esce sul CD singolo Il ballo del potere, col sottotitolo “demo” e in effetti di questo si tratta: del provino di una canzone che in quello stesso anno viene incisa da Patty Pravo. Abbiamo così l’occasione di capire forse come si presentano i provini delle canzoni che Battiato proponeva ai suoi interpreti, e di apprezzare la differenza col risultato finale, che è davvero notevole. FB si cimenta con un testo bilingue, laddove la Pravo preferirà farsi tradurre in italiano i versi in francese (senza che nella traduzione si perda nulla di particolarmente significativo: in certi casi il bilinguismo è solo un vezzo). FB si affida soprattutto alle tastiere, un po’ perché è nella fase Gommalacca, un po’ perché è il modo più efficace di comunicare le sue idee musicali: le suona con uno stile inconfondibile ma anche la versione di Pravo, molto normalizzata, trattiene in qualche modo lo stile Battiato. Il demo di Emma è interessante e ci fa rimpiangere di non poter ascoltarne altri: sarà esistito un demo di Per Elisa, di Un’estate al mare

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