17. Da quando sei andata via non esisto più

[Questa è La Gara delle canzoni di Battiato, con una delle sfide più combattute fin qui: non solo tra Sesso e Castità, ma tra Sesso, Castità e Cuccurucucù. Chi vincerà?]

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1978: San Marco (#253) 

San Marco è una delle prime collaborazioni di Battiato con Giusto Pio, il lato B di quel pazzo singolo che i due fecero uscire nel 1978 per la Elektra (che in Italia era un’etichetta della Ricordi e forse aveva bisogno di rimpolpare il catalogo), attribuendolo a un fantomatico violinista aspirante popstar che nella copertina aveva le fattezze del figlio di Giusto Pio. Al tempo Battiato era anche l’allievo di Pio, e in San Marco si ha veramente l’impressione di assistere a una lezione: c’è un violinista competente, un pianista volonteroso ma incerto, e qualcuno tiene il tempo battendo il piede. Il testo è declamato da FB al megafono – lo stratagemma che tornerà in Bandiera bianca e che qui ha anche la funzione di dissimularne l’identità, perché Battiato in quel periodo è un brand di musica d’avanguardia, mentre questa roba è un’altra cosa, anche se a distanza è abbastanza difficile capire cosa sia. 
Come esperimento commerciale può lasciare perplessi ma bisogna sempre ricordare che era il 1978: i dischi si vendevano come il pane, più strani erano e più creavano nuove nicchie di mercato. Non v’immaginate la gente che è riuscita a stravendere dischi nel 1978. Se poi vi state domandando, ok, ma che nicchia di mercato si sarebbe dovuta aprire per un progetto musicale basato su un violino vagamente vivaldiano, una base ritmica più contemporanea e un’immagine associata alla Venezia della dolce decadenza settecentesca? ecco, magari non ci buttereste dieci euro in un progetto del genere e bisogna riconoscere che nemmeno Battiato e Pio ci stavano credendo troppo (tant’è che mandarono il figlio di Pio a suonare in tv in playback perché, per sua ammissione, non avrebbe chiesto un soldo), e però stiamo parlando del periodo in cui uno dei pochi artisti italiani a riempire i palazzetti europei era proprio un violinista, Angelo Branduardi; che pochi mesi dopo sarebbe uscito per esempio un pregevole album delle Orme ispirato proprio al Settecento veneziano, Florian, e prodotto da quel Gian Piero Reverberi che negli anni ’60 aveva orchestrato i pezzi più barocchi di De André (quelli che molto più tardi Battiato avrebbe ripreso in Fleurs): il quale poi nel 1979, su insistenza del suo discografico che gli chiedeva di riempire una specifica nicchia di mercato, (“qualcosa che sia di facile ascolto ma di classe, dal sapore internazionale ma con un chiaro tocco italiano”) cominciò a comporre musica finto-vivaldiana su ritmiche contemporanee, e a venderla con l’etichetta Rondò veneziano. Il primo singolo si chiamava proprio Rondò veneziano e aveva una linea di basso insistita molto simile ad Adieu, il lato A di San Marco; Berlusconi la scelse come sigla d’apertura delle trasmissioni di Canale 5. È senz’altro una coincidenza, ma il lato B di Rondò veneziano si chiamava San Marco, proprio come il lato B di Adieu. I Rondò esistono tuttora, anche se in Italia non vengono più a fare concerti (ma in Mitteleuropa sono ancora molto apprezzati) e hanno venduto qualcosa come trenta milioni di dischi: insomma a cercarla bene la nicchia c’era. Battiato e Pio la sondano quasi per caso, e poi vanno altrove (ma con l’Era del cinghiale bianco torneranno pericolosamente nei dintorni). 
1981: Cuccurucucù (#4)
Il mondo è grigio, il mondo è blu. Cuccurucucù è una delle canzoni più importanti della mia vita, ma questo non è così importante per Cuccurucucù – in effetti ciò che ha reso così centrale Cuccurucucù è la progressiva scoperta che non era stata scritta per me, che non mi riguardava, che era un patchwork di riferimenti che io non conoscevo. Troppo tardi: Cuccurucucù era scritta per gente che conosceva Le mille bolle blu di Mina e Il mare nel cassetto di Milva, canzoni che io avrei ascoltato solo molti anni più tardi associandole comunque indissolubilmente a Cuccurucucù e persino l’ira funesta del pelide Achille, e i profughi afgani in generale, per Battiato erano frammenti di cronaca e memoria scolastica da graffettare assieme in un collage postmoderno, mentre per me sono diventati il paesaggio semantico dove sono cresciuto, per me è Omero che cita Battiato, così come Paul McCartney e Bob Dylan, tutti saccheggiatori del Battiato primordiale. 
Mentre scriveva Cuccurucucù FB non aveva certo in mente me, ascoltatore di nove anni. Stava portando alle estreme conseguenze una poetica del frammento che era cominciata con i frastuoni di Clic e a partire da Patriots si era insinuata nelle canzoni pop solo a livello testuale. Continuando a comporre collage di versi di canzoni, poesie scolastiche, titoli di giornale, Battiato scopre, senza volerlo, il segreto per ipnotizzare i boomer. Cuccurucucù, è difficile capirlo oggi, è una pietra miliare: il 1981 è l’anno in cui i nati negli anni Quaranta cominciano a guardarsi indietro. Quel che vedono è perlopiù un album di foto slabbrate e oggetti desueti (le penne stilografiche, il rasoio elettrico), vecchie canzoni e una nostalgia assurda, che nessun medium ha ancora istituzionalizzato. Cuccurucucù arriva prima di Techetecheté, prima delle musicassette con Trenta Successi degli Anni Sessanta, prima dei gruppi di FB Noi Che Portavamo I Calzoncini Corti, Che Ne Sanno I Duemila e così via, Cuccurucucù è il preciso momento in cui gli anni Sessanta si impietriscono in un monumento in bianco e nero, ed è anche una canzone struggente anni Ottanta con un gioco di corde basse che riesce ancora ad agitarmi il sistema nervoso finché non entrano i Madrigalisti e sul si minore ho voglia di piangere, ma cosa volete saperne voi Duemila. 

2004: Tra sesso e castità (#125) 

Scorrono gli anni, nascosti dal fatto che c’è sempre molto da fare. Questo è un colpo basso, vero? Tra sesso e castità è uno dei brani più forti di Dieci stratagemmi, il disco probabilmente più interessante del tardo Battiato. Ha un testo che se non dice davvero niente di nuovo – il conflitto tra il desiderio e lo spirito, lo struggimento per un perduto amore e la necessità di astrarsi – lo dice proprio bene, con quell’ardimento lessicale che sulle labbra di chiunque altro suonerebbe ridicolo e invece sulle sue è necessario (“chissà perché avrò abdicato“) e poi ha quel rivestimento rock che piace a noi giovani (del futuro). Quale bizzarria del destino, quale buco nell’algoritmo manda a sbattere un brano del genere contro un pezzo inaffondabile come Cuccurucucù? Allora, ecco, vi ricordo che l’algoritmo si basa sul ranking, e che quest’ultimo, in mancanza di altri dati, è basato esclusivamente sul numero di ascolti di Spotify. Capita dunque che mentre Cuccurucucù risulti la quarta canzone di Battiato più ascoltata dagli spotiffari (e non sorprende), Tra sesso e castità, che ai tempi dell’uscita ebbe un discreto airplay, si ritrovi alla… centoventicinquesima posizione. Sì, è abbastanza strano. Ingiusto, anche. Probabilmente Tra sesso si è ritrovata esclusa dalla heavy rotation che Spotify programma quando l’utente medio chiede brani a caso di Battiato. (Che c’entri la parola “sesso”? Gli algoritmi a volte sono bacchettoni). Ma in linea di massima il dato conferma una sensazione, ovvero che il tardo Battiato, per quanto celebrato dai media tradizionali e trattato con una certa deferenza persino dalle radio commerciali, alla fine fosse poco ascoltato. Non poco apprezzato: quando usciva con un disco nuovo eravamo tutti contenti e lo trovavamo sempre generalmente in forma. In particolare ammiravamo il coraggio con cui continuava a circondarsi di giovani (qui i padovani FSC) e a giocare con lo stereotipo che si era ritrovato addosso. Era ormai un rito applaudire fino a spellarsi le mani. E rimettersi quasi subito ad ascoltare la Voce del padrone.

2012: Il serpente (#132) 

Il denaro striscia come il serpente nelle città d’occidente. Così si celebra: ma da qualche parte un uomo nuovo sta nascendo. Apriti sesamo è un disco testamentario e soprattutto verso la fine si avverte quanto sia faticoso per FB doverci lasciare almeno una nota di speranza. Il serpente è uno dei brani più intimi dell’album – uno di quelli che FB potrebbe essersi composto e arrangiato in casa. Con voce tremante – e toccante – Battiato racconta una visione che purtroppo, come succede ai predicatori new age, assume colori e forme un po’ naif (“Un raggio di luce attraversò un cielo nero e minaccioso andando a illuminare un albero di ciliegio in fiore”).  

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