15. L’abisso non mi chiama, sto sul ciglio

[Benvenuti alla Gara, il più grande torneo di canzoni di Battiato mai disputato e mai disputabile, oggi con Brunelleschi, Rodolfo Graziani, Isidore Ducasse e Paolo Conte. Ma anche con Giusto Pio, Giuni Russo, Manlio Sgalambro e Caterina Caselli].

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1978: Su scale (per voce, coro e due pianoforti) (#233)

Su scale comincia con una cascata di scale pianistiche che ci ricordano due cose: (1) in quel periodo FB stava re-imparando la musica, nel senso che dopo l’incontro con Stockhausen aveva accettato di dover almeno capire come si legge uno spartito, farsi un minimo di cultura convenzionale e (2) Juke-box era nato come una colonna sonora di un film di Brunelleschi, per cui è inevitabile immaginare le “scale” non solo come quelle interminabili impartite agli studenti, ma come quelle delle ciclopiche impalcature di Santa Maria del Fiore, la prima sfida al cielo del Rinascimento. Nella seconda parte entrano le voci, e se quelle in sottofondo tutto sommato sembrano rispettare le convenzioni della musica occidentale, il solista è evidentemente in un altro mondo: si tratta forse del primo tentativo di Battiato di introdurre nella sua musica un tipo di vocalità orientale. 

FB non ha mai smesso di ricordare che Juke-box era da considerarsi una colonna sonora: persino nel suo sito internet, messo on line molti anni dopo, si legge a chiare lettere che l’album era nato per questo motivo. Qualcun altro avrebbe avuto tutto l’interesse a far passare il rifiuto sotto silenzio, ma per Battiato evidentemente l’unico senso dell’album era questo. 

1989: Lettera al governatore della Libia (con Giuni Russo, #105) 

Carico di lussuria si presentò l’autunno di Bengasi. La prima facciata di Giubbe rosse è anche un atlante del mondo battiatesco: al centro la Sicilia (Giubbe Rosse), a nord l’Europa (Alexander Platz), a est la Mesopotamia, al sud l’Africa coloniale che torna in tante canzoni di FB come una Sicilia aumentata, un luogo ambiguo di rimpianti e pulsioni inconfessabili. Sin dai tempi dell’autista dei camion in Abissinia di Aria di rivoluzione, figura evidentemente ispirata al padre, non è mai chiaro cosa voglia fare FB con questo album di ricordi non suoi, ricordi ereditati ai quali forse vorrebbe cambiare il significato. Lettera al governatore sembra il ricordo di una famiglia italiana che si trasferisce in un quartiere coloniale del capoluogo cirenaico aspirando al benessere della classe dominatrice, ma non può impedirsi di vedere la fragilità di tutto l’impianto. La versione di Giuni Russo del 1981 sprizza tuttora la vitalità di quel periodo particolare – la chitarra di Radius, il violino di Giusto Pio – la versione live del 1989 regge il confronto, anche perché la Russo è ancora dietro il microfono e può vocalizzare a piacere. 

1995: L’ombrello e la macchina da cucire (testo di Sgalambro, #152) 

Chiacchiero col vicino, lei non ha finezza: non sa sopportare l’ebbrezza. Sto riascoltando dopo anni L’ombrello e la macchina da cucire e devo dire che è una bella sorpresa, al tempo mi sembrava quasi  inascoltabile e invece le basi elettroniche hanno retto il tempo molto bene: anche l’impasto tipicamente battiatesco coi cori campionati da quell’opera (Il cavaliere dell’intelletto) che non ha mai voluto incidere. La nota dolente sono sempre i testi di Sgalambro, quell’insalata di riferimenti colti di seconda mano che in fondo anche Battiato sapeva fare, salvo che a Battiato riusciva meglio, va’ a capire il perché: forse perché era chiaro sin dall’inizio che non faceva sul serio, laddove Sgalambro sembra persuaso che cominciare con una citazione del conte di Lautreamont e finire con Joyce sia una buona idea per realizzare un testo ispirato. E sono quasi tutti riferimenti di seconda mano, ovvero citazioni che sono già state citate da qualcuno e che il lettore midcult sapeva riconoscere anche prima dell’avvento di google: di solito era sufficiente una saltuaria frequentazione degli inserti culturali sui quotidiani. Invece “Che cena infame stasera, che pessimo vino” mi ricorda una frase molto simile che in Boris (il film) veniva usata come esempio di scuola di cattiva scrittura cinematografica – ecco, appunto. Devo capire se Battiato ha registrato anche una versione spagnola del disco perché probabilmente l’ascolterei con meno fastidio (ed è già la seconda volta dopo Piccolo pub che Manlio “filosofo” Sgalambro compare alticcio a un tavolino).

2002: Insieme a te non ci sto più (Conte-Pallavicini, #24) 

Chi se ne va, che male fa? Certe canzoni fanno giri lunghissimi, stancano tutti e non si sentono per anni interi per poi risorgere all’improvviso (e stancare tutti di nuovo). Questo per spiegare come Insieme a te non ci sto più nel 2002 fosse una scelta meno banale di adesso: certo, Nanni Moretti l’aveva già usata per due scene topiche sia in Bianca (dove si sentiva anche Scalo a Grado!) che nella Stanza del figlio, uscito appena un anno prima. Anche Arrivederci amore ciao, il romanzo di Massimo Carlotto, era fresco di stampa; il film omonimo sarebbe uscito solo cinque anni più tardi e solo a quel punto Caterina Caselli avrebbe vinto il David di Donatello per la migliore canzone originale. Quest’ultimo dettaglio non credo potesse impressionare più di tanto Paolo Conte, che però qualche anno dopo confessa a un giornalista che Insieme a te non ci sto più è la canzone di cui va più orgoglioso. Eppure non l’ha mai incisa; qualcuno sostiene di averlo sentito cantarla a un concerto ma non abbiamo prove. In compenso abbiamo una versione di Battiato che nel secondo volume di Fleurs (quello che si chiama Fleurs 3) sembra a volte tentato dall’operare in modo inverso: invece di trasformare ogni canzonaccia in musica da camera, prendere canzoni che sono già considerate classici e snellirle, modernizzarle, immaginarle adatte alla radiofonia contemporanea. È comunque un’operazione condotta con molto garbo e a volte a malapena percettibile (vedi qui le schitarrate di apertura, che ci fanno immaginare una versione molto più rock di quella che poi segue), ma è comunque meno interessante di quello che Battiato aveva tentato col primo volume di Fleurs, anche perché la sua idea di modernità radiofonica non è necessariamente la nostra e l’accenno di Ciao amore ciao ci lascia presagire un mash-up che per fortuna non si realizza. Detto questo, è bello che esista almeno una canzone di Battiato scritta da Paolo Conte (anche l’inverso non sarebbe male, ma è più difficile da immaginare). Dopo di lui l’hanno rifatta un po’ tutti ma la sua resta la più ascoltabile – insieme con l’originale, incisa dalla Caselli con quella voce che Conte definiva “da lavandaia”, la voce di una che ti lascia con un sorriso a trenta denti e devi anche essere contento che non ti morda. Non ti sto facendo male, vero? No, no, figurati, anzi.     

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