14. Io t’ho amato sempre non t’…

[Questa è la Gara, ovvero una gara di canzoni di Franco Battiato. Oggi in lizza quattro brani tra cui due di Fabrizio De André, uno degli artisti che ha più amato e interpretato].

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1995: Piccolo pub (testo di Manlio Sgalambro, #201)

“Nel ’43, ero malato, vidi tutta la mia vita sudato, scorreva finita”. Una cosa che tendo a dimenticare è che tra Sgalambro e Battiato c’erano pur sempre 21 anni di differenza, una generazione. Se la cosa si nota meno di quanto si potrebbe è anche perché dei due è spesso l’anziano a parlare più sboccato. È tipico associare Sgalambro a quel lessico barocco che però era un marchio di fabbrica del prodotto-Battiato molto prima che i due s’incontrassero – davvero, Battiato non aveva avuto bisogno di Sgalambro per cantare “codici di geometrie esistenziali” o “lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco”. Né la lirica sgalambriana ha mai raggiunto quei livelli: in compenso dopo averlo incontrato Battiato ha incluso nel suo lessico termini come “puttana”, oppure in questa canzone si è concesso una divagazione filosofica sulla pisciata nel bagno di un esercizio pubblico. “Birra e urina si scambiano le parti: la latrina è il tuo caveau. Liquido vitale scorre in entrambe”. Sembrano veramente i pensieri sciolti di un filosofo alticcio alla terza pinta, che si congeda dagli amici dicendo “ci vedremo domani se la notte non fa il suo colpo stanotte”: un po’ ridondante ma espressivo – se FB non scegliesse di ripetere il verso tre volte nella canzone, dando una sensazione come di rincoglionimento (la musica però è buona). 

1999: Amore che vieni, amore che vai (De André, #56)

Il primo Fleurs è, tra le altre cose, un prodotto piazzato con un tempismo pauroso; certo, potrebbe anche essere successo per caso, ma è un fatto che le ceneri di Fabrizio De André erano ancora calde e milioni di italiani stavano giusto scoprendo di averlo sempre amato. Si erano messi a chiamarlo per nome, anzi “Faber”, come l’amico-fragile che all’improvviso rimpiangevano. Terminava un processo di canonizzazione che era iniziato una decina d’anni prima, dalle Nuvole: perché fino a quel momento De André era sempre riuscito a eludere il passaggio da solito stronzo a venerato maestro. Pochi mesi dopo Battiato sceglie per il suo primo disco di cover due classici del De André più intimista (e meno controverso): giusto in tempo per prenotarne almeno uno per il concerto-tributo che si tiene a Genova il 12 marzo dell’anno successivo. Quando arriva sul palco Battiato insomma dovrebbe trovarsi in discesa: il brano lo conosce, lo ha appena inciso, e il pubblico lo ha già ascoltato nella sua versione: cosa può andare storto? Accade invece che a Battiato, un professionista con decenni di concerti alle spalle, si mozzi il fiato a metà di un verso, in un moto di commozione così spontaneo che il pubblico lo riconosce immediatamente (e applaude). Ed ecco un’altra ipotesi su Fleurs: invecchiando si diventa sentimentali, basta una vecchia canzone per spremerci una lacrima, la gente penserà che la colleghiamo a questo o quell’amore finito ma non è necessariamente così. A volte è la semplice verità del brano, così lucida che taglia: io ti ho amato sempre, non ti ho amato mai. L’amore è pensare per tutta la vita a una persona di cui non sai più niente da anni, a questo punto potresti persino telefonarle, non sarebbe certo molestia volerla sentire una volta in trent’anni ma ti rendi conto che no, in realtà tutto quello che vorresti dire a lei non lo vuoi dire alla lei di adesso, tutto questo amore che provi ha ormai ben poco a che fare con quella lei che risponderebbe al telefono, l’hai amata sempre, non l’hai amata mai, uno poi pensa che mentre piangiamo siamo buoni ma è il contrario, si è sempre soli con le proprie lacrime, è sempre e solo per noi stessi che piangiamo.   

2007: Stati di gioia  (#184)

“Era l’estate del ’63, un pomeriggio assolato. Da un juke-box di un bar completamente vuoto: She loves you ye ye ye. Ommmm“. È un tratto comune a molti della sua generazione: l’ascolto dei Beatles come uno choc primario, qualcosa che modifica per sempre la percezione. Succede a Bob Dylan (classe 1941) e succede a FB (1945). Il primo era già un folksinger affermato, il secondo un diciottenne che nella vita avrebbe suonato tutt’altro (ma lascia perplessi che i jukebox siciliani fossero già aggiornati alle novità inglesi). Eppure per entrambi – e tanti altri – i Beatles tracciano un solco. Posto che per apprezzare Stati di gioia conviene comunque ascoltare la versione studio del Vuoto, stavolta preferisco mostrare questo video di uno spettatore che è riuscito a inquadrare Battiato da vicino mentre la canta. Non per come la canta – il fiato cominciava a mancargli – ma perché, accidenti, è felice. È una persona che ha scoperto la gioia da ragazzino ed è riuscito a non dimenticarsene, a mettere insieme gli indizi finché non l’ha ritrovata, e quando l’ha ritrovata ha cercato di spiegare a tutti come si fa. Ha a che vedere con la meditazione ma anche con una canzoncina per teen-ager. Io non so nemmeno se mi piaccia, una canzone come Stati di gioia, e in generale sui suoi ultimi dischi sospendo il giudizio, era ancora bravo, ispirato? Era felice, questo importa. Forse a un certo punto non lo ascoltavamo nemmeno più: non importava cosa cantasse, l’importante era vederlo felice, saperlo felice. 

2009: Inverno (#73) 

Ma tu che vai, ma tu rimani. Negli anni Zero FB era diventato, a causa delle sue caratteristiche intrinseche, l’ospite ideale di Fabio Fazio: garantiva con la sua sola presenza uno spessore culturale, un’amabilità pop, e si teneva ancora molto lontano dalle polemiche politiche. A chi se non a lui quindi demandare il decennale della morte del solito Fabrizio De André – assurto nel frattempo all’empireo dei classici della letteratura. Battiato si presta al compito con generosità, confermando che l’unico De André che gli interessa interpretare è quello barocco delle collaborazioni con Gian Piero Reverberi e regalandoci una cover rispettosa ma non banale di un brano quasi dimenticato. Tutti morimmo a stento è un disco dallo strano destino: fu il LP più venduto in Italia nel 1968, probabilmente perché a quel tempo ascoltare pezzi di De André in radio era impossibile; in seguito snobbato anche dal suo autore. Battiato avrebbe potuto portare a casa la serata con la solita Amore che vieni, o La canzone dell’amore perduto: e invece sceglie una canzone che sotto la patina dell’orchestrazione nasconde una natura freddissima e inquietante: dopotutto è una visita a un cimitero, raccontata da un visitatore tentato di restarci. È perfetta per ricordare De André senza concessioni alla retorica, ed è perfetta per la voce ormai tremolante di FB che a quel cimitero si sente sempre più vicino. Una versione studio della sua interpretazione (meno tremolante) viene poi incisa in Inneres Auge

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