5. Vuoto di senso, senso di vuoto

[Benvenuti alLa Gara, un torneo di canzoni di Battiato. Oggi per puro caso si scontrano tre canzoni di apertura di tre dischi diversi, più un singolo che Battiato non ha nemmeno firmato].

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1973: Sequenze e frequenze (#144) 

Ogni tanto passava una nave. Sequenze e frequenze tra breve compirà cinquant’anni ed è ancora un brano meraviglioso che comincia con una splendida lirica, semplice ed evocativa. Nella storia artistica di Battiato rappresenta una pietra miliare meno visibile di altre ma più profonda: la scoperta del proprio passato. Fin qui il Battiato ’70 era un artista completamente proiettato in un futuro di suoni sintetizzati e inquietudini fantascientifiche. Per il suo pubblico deve essere stato un certo choc ascoltare le prime parole, scandite con un timbro insolitamente opaco: “La maestra in estate ci dava ripetizioni nel suo cortile. Io stavo sempre seduto sopra un muretto a guardare il mare”. Maestre, ripetizioni, cortili, muretti, tutto un crepuscolarismo di ritorno che si manifesta qui per la prima volta e da cui Battiato non si separerà più. Da un punto di vista strumentale, si sviluppa l’intuizione intravista già in Plancton: sovrapporre agli strumenti moderni (synth e chitarre elettroniche preparate) altri tradizionali se non arcaici: vibrafono, tabla, mandolino, che dialogano assieme in una coda lunghissima (16 minuti, tutto il primo lato di Sulle corde di Aries).

1978: Adieu (#241)

Mon métier, faire le musicien. Di cose strane e non del tutto spiegabili Franco Battiato & Giusto Pio ne hanno fatte tante, ma forse nessuna eguaglia quella volta che si inventarono una popstar a tavolino, “Astra”, e siccome nessuno dei due intendeva impersonarla… mandarono in tv a cantare e suonare in playback il figlio di Giusto, Stefano Pio. Come ricorda quest’ultimo, più che di nepotismo fu una questione di massima resa con minima spesa, “non costavo nulla: come figlio infatti, non era contemplato un mio pagamento“. Il brano è interessantissimo per vari motivi: è l’anello di congiunzione tra dischi così apparentemente diversi come Juke-box e L’era del cinghiale bianco; è la conferma che Giusto Pio aveva preso nella vita di Battiato lo stesso posto che qualche anno prima aveva il sintetizzatore VCS3, un giocattolo da maltrattare fino alle estreme conseguenze: qui Pio suona 13 note al secondo (per la disperazione di suo figlio che davanti alla telecamera avrebbe dovuto mimare una prestazione del genere). È un tappeto di note a cascata che ricorda proprio i vecchi frequenziometri di Aries e Clic, a cui Battiato fa da contrappeso con un basso ostinatamente mononota e una melodia semplice e accattivante che in seguito si sarebbe pentito di avere sprecato per un progetto tanto estemporaneo: non solo gli capitò di riciclarla due volte per due interpreti diverse, Catherine Spaak (Canterai se canterò) e Milva (Una storia inventata), ma tutto sommato la vera erede di Adieu, quella che riprende anche l’accompagnamento frenetico del violino, è Le aquile, uno dei pezzi più forti di Patriots.

 

2007: Il vuoto (feat. MAB, #113) 

Il Battiato degli ultimi dieci anni di carriera è un commovente paradosso: tanto brontolone e querulo nei contenuti, quanto bonario e disponibile alle collaborazioni più improbabili. In questo caso per incidere l’ennesima variazione sul tema “alienazione urbana” si avvale del quartetto anglo-cagliaritano delle MAB: loro provvedono al rock (che per Battiato è la musica urbana), FB si lagna dei tempi che corrono, e a un certo punto salta anche fuori un tenore ad avvisare l’arrivo di nuovi dei non meglio specificati, insomma un pastrocchio di cose che se funzionano, se sono ascoltabili, è proprio perché a dispetto di tutto il suo orrore per i tempi che corrono Battiato nel 2007 si diverte ancora un mondo a cantare, a suonare e a far cantare e suonare la gente che ha intorno. Anche se in platea fosse rimasto solo il povero Sgalambro, vale sempre la pena di salire su quel palco, vale sempre la pena di abbracciarsi.  

2008: Tutto l’universo obbedisce all’amore (con Carmen Consoli, #16) 

Rara la vita in due, fatta di lievi gesti e affetti di giornata: consistenti o no, bisogna muoversi come ospiti pieni di premure, con delicata attenzione per non disturbare. Tutto l’universo obbedisce all’amore è l’ultimo grande pezzo pop di Franco Battiato. Al tempo passò quasi inosservato (ma potrei sbagliarmi, visto che su Spotify è il sedicesimo brano più ascoltato). Forse perché inaugurava l’ennesimo disco di cover – e in effetti Tutto l’universo dà la sensazione di essere in qualche modo una cover, anche se non è facile capire di cosa (Battiato ha ammesso che c’è qualcosa di Scarlatti). C’è un’aria barocca che è uno degli elementi ricorrenti di tutta la trilogia dei Fleurs: c’è una guest star, Carmen Consoli, che in quanto catanese un brano col Maestro Battiato prima o poi doveva inciderlo. Purtroppo le convenzioni dei featuring contemporanei richiedono un duetto, una situazione in cui la voce ospite sia riconoscibile e dialoghi con quella dell’ospitato: è molto più interessante invece sentirli cantare assieme, sulla stessa nota, un androgino asessuato che ragiona sul mistero e sulla tirannia universale dell’amore. 

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