4. Un rumore di swing provenire dal Neolitico

[Questa è sempre La Gara, un torneo di canzoni di Battiato di cui pochi (ma buoni) sentivano il bisogno. Che poi cos’è una canzone? Non è che Battiato abbia scritto solo canzoni. Per anni interi non ci cantava nemmeno. A un certo punto si era messo a fare collage di rumori ambientali, come fai a chiamarle canzoni? Come fai a metterle in gara contro melodie tradizionali del Medio Oriente? Così:]

1975: Goutez et comparez (#224)

 

Goutez è la seconda suite di musica concreta battiatesca, dopo l’exploit di Ethika Fon Ethica dell’anno precedente. In quanto suite occupa tutto il primo lato di Mlle “le Gladiator”, il disco del 1975, anche se alla fine non è così lunga – e addormenta meno dei pezzi sul secondo lato. Cos’è la musica concreta per Battiato? Lui a dire il vero questa definizione non l’ha mai usata, ma insomma è un collage di registrazioni per lo più radiofoniche o ambientali; come in Ethika, Battiato per tutto il tempo dà l’impressione di muovere l’enorme rotella argentata delle radio del tempo, catapultando l’ascoltatore senza diaframmi in mondi familiari e lontanissimi. C’è un brano di Marinetti, presentato da una presentatrice come un “operatore culturale, freak perduto”. C’è Battiato che recita la spigolatrice di Sapri e ci prova con la presentatrice: dai, qui nessuno ci vede. (“Ma sei impazzito?”) C’è musica di ogni età: un pezzo di Sanremo anni ’50, la Gazza ladra e il Va’ Pensiero, l’Internazionale, un coro alpino; c’è lo stesso Battiato tastierista verso la fine che irrompe improvvisando sull’organo della cattedrale di Monreale; non c’è niente di casuale nel collage, accostamenti e giustapposizioni sono tutte studiate a tavolino. In particolare FB si affida all’effetto spiazzante del silenzio che segue improvviso a un’esplosione di rumore – un silenzio nel quale l’improvviso affiorare di una voce ce la fa sembrare particolarmente vicina. Trucchetti che erano ben noti alle generazioni che giocavano con la rotella del tuner e che adesso si fa anche fatica a spiegare    
1982: La torre (#96)
 
Da non confondere, mi raccomando, con La torre del 1967, una delle prime canzoni scritte e incise da Battiato, di cui comunque condivide e accentua quell’atteggiamento brontolone che negli anni della contestazione serviva a creare un personaggio anticonformista. Se è rimasto uno dei brani più noti dell’Arca di Noè (ho in mente ad esempio l’interpretazione dal vivo di Capossela), probabilmente è proprio perché prosegue quel tipo di invettiva che con Bandiera bianca aveva ottenuto uno straordinario successo. Un’altra cosa in comune con i pezzi della Voce del padrone è la sperimentazione ritmica, qualcosa che il Battiato successivo accantonerà, forse perché per inserire quelle maledette battute in più servono percussionisti umani, i sequencer non sono molto adatti. Anche il synth che squilla come trombetta di guerra rievoca le sperimentazioni dei ’70. La torre è l’ultima tentazione della popstar Battiato, a cui il successo clamoroso della Voce del Padrone aveva dato la possibilità di ergersi a severo censore dei costumi. FB sembra già abusarne, additando alla pubblica indignazione “i presentatori, specie quelli creativi che giocano ai quiz elettronici”, gli attori (a partire da “Nostra Signora dei Turchi”), e così via, ma il margine per non suonare un trombone comincia ad assottigliarsi pericolosamente. Avrebbe potuto continuare a scrivere roba del genere per altri vent’anni e gliel’avremmo comprata: avrebbe finito per scrivere moralismi paraculi alla Gabbani e ce lo saremmo fatto piacere. Invece si è stancato della cosa immediatamente, proprio in mezzo a questo pezzo, quando la strofa cede al ritornello e le percussioni si interrompono all’improvviso. “Si salverà chi non ha voglia di far niente…” Alla fine dalla torre si è gettato lui. 
1993: Fogh in Nakhal (canzone tradizionale irachena; #161) 
 
Sulle palme, lassù, non so se è la tua guancia che brilla o la luna. Io non voglio, ma la pena mi tormenta. L’insolente mi chiede: “Perché giallastro è il tuo viso?” Non ho nessuna malattia: soffro per quella persona bruna che m’imprigiona con i suoi dolci occhi. Nessuno sa chi ha scritto Fog el Nakhal: Battiato comincia a eseguirla nel suo tour mediorientale del 1992 e la porta anche al concerto di Bagdad. Il grosso vantaggio rispetto ad altre sue cover in lingue straniere è che non abbiamo la possibilità di valutare quanto sia approssimativo il suo accento (e a Bagdad erano troppo ospitali per lamentarsene). Malgrado sia un brano tradizionale, arrangiato con cautela e senza vistosi anacronismi, Fogh è il brano più orecchiabile di Caffè de la Paix, o perlomeno questa è sempre stata la mia sensazione. Se fossi un arabo forse la penserei diversamente. Ci penserò quando rinascerò arabo.  
1996: Strani giorni (#33)

Strani giorni è il singolo che anticipando di qualche giorno l’uscita dell’Imboscata, annunciò al mondo che Battiato aveva cambiato pelle, un’altra volta. L’effetto sorpresa stava soprattutto nelle chitarre di David Rhodes: giunto quasi alla vigilia dei suoi cinquant’anni (come avverte lui, “In 1949 I came to this planet”), il nuovo Franco Battiato si rimette all’improvviso a rockeggiare, cita i Doors, si circonda di giovinastri, commissiona un videoclip a Enrico Ghezzi che è caotico tanto quanto la canzone. I Novanta sono stati anche questo, un incessante rimescolamento di qualsiasi cosa venisse in mente a chiunque, swing e neolitico, Sgalambro e Jim Morrison, la parola d’ordine era contaminare (sì, ai tempi era una bella parola). Battiato, che tra confusione e silenzio ha oscillato durante tutta la sua carriera e che per la prima metà del decennio si era fatto sostanzialmente i fatti suoi, nel 1996 si risveglia e si accorge che sono tempi perfetti per quel che ha voglia di fare, e quel che ha voglia di fare è un po’ di frastuono. Nel brano la sua voce e quella di Nicola Walker Smith si disturbano a vicenda, l’ascoltatore non riesce a concentrarsi. Nel singolo di vinile c’erano remix di Madaski e Casino Royale. Strani giorni, davvero. 

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