Siamo sempre stati in guerra con l’Estasia

Non dovreste essere qui, nei paraggi è pieno di gente che s’intende di Russia e geopolitica, sul serio, sanno tutto. Tre giorni fa sapevano perché Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina e adesso sanno esattamente perché l’ha invasa, chiedete a loro. Quanto a me, è vero, mi è capitato anche di scrivere di geopolitica per 40 euro a cartella o anche gratis ma non è che ne vada fiero, metà delle cose che so le ho imparate su wikipedia. L’altra metà l’ho imparata prima che wikipedia esistesse, in modi abbastanza rocamboleschi, tutta un’avventura di libri abbandonati negli scaffali delle classi che frequentavo oppure ad esempio una volta stavo mettendo a posto una biblioteca in un ashram di Spilamberto, giuro, mi è capitata anche questa, stavo facendo servizio civile che ai miei tempi era l’unica alternativa al servizio militare. Però dovevi crederci, dovevi scrivere una lettera al distretto militare spiegando che in coscienza la guerra ti ripugnava, e guardate che non ero più un adolescente, capivo benissimo che la vita è tutto un compromesso e che il fine giustifica molti mezzi, secondo i miei calcoli sarei riuscito a laurearmi prima della cartolina ma non valeva la pena di rischiare e questo era il vero motivo per cui non volevo andare a militare, però non potevo scriverlo al distretto, al distretto dovevo scrivere che la guerra mi ripugnava e lo scrissi, lo scrissi anche bene (meglio di come sto scrivendo stasera), però non ci credevo davvero – cioè capiamoci, la guerra mi ripugna, a chi non ripugna? Ma in certi casi suppongo che persino io la combatterei. Magari non un mese prima di laurearmi con la bibliografia della tesi ancora da correggere, però ecco, metti che proprio in quel momento ti invade un Hitler – ma anche solo un Putin – io non credo che mi rifugerei in un pacifismo integrale, cioè, dipende. Dovrebbe essere una guerra, ehm, giusta, l’unica che tuttora mi venga in mente è la resistenza a un invasore. O l’insurrezione contro un dittatore, ecco, anche quella. E mentre riflettevo su queste cose stavo riordinando la biblioteca pacifista dell’ashram di Spilamberto, quando m’imbattei in un atlante di geopolitica che mi misi a sfogliare perché aveva tante cartine colorate, ecco dove ho imparato l’altra metà delle cose che so: sugli atlanti a colori. 

Non mi ricordo più che titolo avesse, ho passato due ore l’altra notte a cercarlo o almeno a cercare di capire a che concezione geopolitica appartenesse, perché mi sono reso conto che tutte le mie credenze in materia derivano da quell’atlante – nonché da una inclinazione personale, perché se le didascalie di quell’atlante non avessero detto esattamente quello che volevo sentirmi dire me le sarei dimenticate sulla strada di casa. Ma insomma questo atlante spiegava che la guerra fredda era un conflitto tra una superpotenza oceanica, gli Usa con i satelliti della Nato e della Seato, e una superpotenza continentale: l’Urss coi satelliti del patto di Varsavia. La cosa che più colpì la mia immaginazione fu il dettaglio che l’Urss controllava la zona più centrale del continente più grande, e quello la rendeva inespugnabile a qualsiasi conquista con armi convenzionali. L’atlante poi mostrava la situazione dal punto di vista della superpotenza oceanica, con una proiezione geografica in cui si trovava circondata da tutti i lati dal Gigante Rosso, e dal punto di vista della superpotenza continentale, anch’essa circondata da tutti i lati dal Gigante Blu. Dal mio punto di vista di appassionato di cartine geografiche, si trattava dello stallo finale, non si poteva non dar retta a Fukuyama, la Storia non poteva andare più avanti di così – in realtà non credo c’entrasse in nessun modo il povero Fukuyama, ma guardando le figure sembrava tutto così logico, così determinato. 

Non credo di essere diventato un determinista geografico quel pomeriggio; probabilmente sono sempre stato un determinista geografico: sin da quando ho visto l’impero romano in una mappa del Mediterraneo mi è venuto spontaneo pensare che l’impero poteva esistere solo grazie al Mediterraneo; non era nemmeno un pensiero, era un’evidenza, dovunque arrivava il Mediterraneo erano arrivati anche i Romani; non fossero stati loro sarebbero stati gli abitanti di qualsiasi altra città ma a un certo punto della Storia il Mediterraneo doveva conoscere una fase di unione politica ed economica, lo imponeva il modo in cui è fatto il Mediterraneo. Allo stesso tempo, il modo in cui sono fatti i continenti prima o poi avrebbe portato a uno stallo tra una potenza oceanica e una ben ancorata nello scudo del continente più grande e impenetrabile. Lo aveva capito persino Napoleone, che si trattava di sparigliare tra Russia e Impero britannico – ma gli andò male. Lo aveva capito il kaiser Guglielmo, lo aveva capito Hitler. Capire insomma è abbastanza facile, quel che è difficile è ammazzare tutti quei russi, penetrare lo scudo continentale, su cui si sono infrante le velleità di tutti gli imperi. 

Erano però già gli anni Novanta, quell’atlante sembrava roba vecchia, come del resto tutti i nostri incubi nucleari e la roba che ho studiato io, a quei tempi se frequentavi le biblioteche e spulciavi solo i libri usati la contemporaneità ti scivolava intorno. La guerra fredda era finita, il mondo non era più bipolare, i russi non erano più nostri nemici o se lo erano non ci bastavano, avevamo bisogno di nemici più interessanti, l’anno dopo la Nato bombardò Belgrado e fu imbarazzante, come se all’improvviso gli americani avessero scoperto i massacri della Bosnia di qualche anno prima e avessero detto hey, che storia, possiamo rifarla più o meno nello stesso posto aggiungendo un lieto fine in cui bombardiamo i cattivi e salviamo i buoni? Poi ci fu l’11 settembre e il Nemico divenne l’Islam, una minaccia lievemente più credibile del panslavismo di Milosevic, ma solo lievemente, insomma Bin Laden sembrava davvero anche lui un personaggio magari ispirato a un vero mujaheddin, ma perfezionato a Hollywood. Nel frattempo ci guardavamo intorno, il mondo era diventato più complicato, la Cina era una dittatura ma anche il baluardo del comunismo mondiale ma anche la nazione che si poneva con più senso di responsabilità il problema del controllo delle nascite, anche se proprio la drastica politica del figlio unico dimostrava inequivocabilmente che si trattava di una dittatura, e così via. L’Unione Europea era la patria delle democrazie ma anche l’organizzazione burocratica che minacciava la democrazia interna dei paesi membri. La globalizzazione era una buona cosa perché ci rendeva tutti interconnessi – rendendo più disagevoli i conflitti – ma anche una cosa sbagliava perché, beh, per un sacco di motivi ma soprattutto perché il dumping salariale delle nazioni in via di sviluppo rischiava di abbassare sensibilmente la qualità della vita della classe media europea, cioè il nostro. 

Insomma ogni cosa era un dilemma, e magari per qualcuno è ancora così. Per cui ogni tanto capitava davvero di provare un po’ di nostalgia per gli schematismi della guerra fredda, il tempo in cui tutto non era affatto migliore, ma ecco, un po’ più semplice. Non pretendevamo che fosse Buoni contro Cattivi, noi saremmo stati senz’altro né con Reagan né con Breznev, ma almeno avremmo avuto soltanto due partiti tra cui non-scegliere. Invece eravamo contro la globalizzazione dei mercati ma contro la segregazione dei popoli, contro la Nato ma anche contro qualsiasi nemico della Nato, contro l’integralismo islamico ma anche contro Israele, ed è questo il grande paradosso del pacifista integrale, che non potendo fare paci separate con nessuno alla fine si ritrova contro tutti. 

Perché parlo al passato? È ancora così: ora tocca stare né con la Nato che non avrebbe dovuto stuzzicare i russi e illudere gli ucraini, né con la Russia che è una dittatura oligarchica e imperialista. Si potrebbe stare coi poveri ucraini che si stanno difendendo da soli, e davvero dal loro sacrificio dipende anche il nostro futuro, ma c’è questo particolare che tra loro esistono anche bande neonazi. A parte questo cosa succederà? 

Come faccio a saperlo? Ho imparato la geopolitica dai libri con le figure colorate. Ma sarebbe veramente notevole se dopo questi trent’anni d’interregno si ritornasse a una guerra fredda tra una superpotenza oceanica postcoloniale (la Nato) e una superpotenza imperialista asiatica: quest’ultima non può più essere la Russia, i piedi d’argilla glieli abbiamo visti tutti, ma la vera novità che sta uscendo dalla macerie di questi mesi forse è l’asse Mosca-Pechino. Quello che Nixon, sì, il perfido Nixon riuscì a smontare, e che i suoi successori hanno lasciato serenamente che si ricostruisse, per insipienza o perché forse conviene persino agli Usa: se la Cina si prende la Russia, alla UE non resta che saldarsi sempre più forte al nordamerica, e il multipolarismo finisce così. Può persino darsi che fosse inevitabile, che nel mondo globalizzato e interconnesso ogni fase di relativo caos tenda a un equilibrio tra due superpotenze mondiali, e che una debba sempre controllare gli oceani e l’altra l’Asia, perché il mondo è fatto così: in un altro le cose andrebbero diversamente, ma abbiamo solo questo. 

Magari nelle prossime settimane qualcuno ritirerà fuori lo Scontro delle Civiltà, ecco, io l’ho sempre trovata una concezione del mondo molto stupida, ma il libro no, non l’ho letto. Però ho guardato le cartine. Mi sembravano molto stupide, disegnate da nerd Americani in fissa coi giochi da tavolo. Il multipolarismo alla fine è un po’ questa idea che le guerre mondiali funzionino come il Risiko, se giochiamo in cinque ognuno cercherà di colpire l’altro. Nelle guerre vere storicamente non succede così: anche se le parti sono più di due, alla fine il conflitto si cristallizza in una fondamentale opposizione, dopodiché qualcuno perde e i vincitori si spartiscono le spoglie, magari litigando subito dopo. Ma poi cos’è questa cosa che chiamate civiltà – temo che anche questa sia geograficamente determinata, Oceania si è innervata sui percorsi dei mercanti europei ed è una società ipermercantile fondata sulla connessione e sullo scambio, ha inventato il capitalismo e lo considera una specie di stato di natura, a dispetto che sia ancora più distruttivo della natura. L’Estasia è una burocrazia centralizzata, in certi punti lo è da migliaia di anni in cui governare significava pretendere da tot contadini tot imposte; in un momento molto recente è incocciata nel marxismo e ne ha fatto un’ideologia, a tratti una religione, ma è stato quasi un evento accidentale, qualsiasi dottrina politica avessero abbracciato tra 1930 e 1950, probabilmente oggi non sarebbero molto diverse da quello che sono: la Russia un’oligarchia capitalista, la Cina una teocrazia totalitaria. O forse sono già diventate qualcos’altro che non so, cosa volete che sappia io. Sono il nostro nuovo nemico ma a dividerci, più che le idee o altre cose ancora più superficiali come la lingua o il colore della pelle, è semplicemente il fatto che la loro civiltà è sorta nella sezione centrale di di un grande continente, mentre noi ci siamo trovati a fiorire ai bordi. Tutto qui, niente di personale, ora passeremo magari un altro mezzo secolo a temerci l’un l’altro, a sponsorizzare guerricciole cretine nei Paesi sventurati che si ritrovano nella terra di nessuno, ad accumulare armi che non abbiamo la minima intenzione di usare, a pregare che nessun pazzo da entrambe le parti decida a un certo punto di usarle. Ho il sospetto che per quelli della mia età sia quasi un sollievo. Siamo in guerra con l’Estasia: siamo sempre stati in guerra con l’Estasia, a guardar bene.

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