Su un’iscrizione antica, rinvenuta in un abisso

e il naufragar m’è dolce in questo mare

immensità s’annega il pensier mio

e viva, e il suon di lei Così tra questa

e le morte stagioni  e la presente

vo comparando e mi sovvien l’eterno

infinito silenzio a questa voce

odo stormir tra queste piante io quello

il cor non si spaura E come il vento

io nel pensier mi fingo ove per poco

silenzi, e profondissima quïete

spazi di là da quella, e sovrumani

Ma sedendo e mirando, interminati

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude

e questa siepe, che da tanta parte

Sempre caro mi fu quest’ermo colle

Misteriosa iscrizione rinvenuta sui gradini di una scalinata della Roma Inabissata dai sommozzatori della quinta missione mediterranea. Si tratta di un testo poetico in endecasillabi sciolti che gli studiosi collocano tra il XVI e la prima metà del XX secolo – l’incertezza della datazione è dovuta alla notoria scarsità di documenti in lingua italiana di quel periodo. Per dirla con le parole di Zhwng Hõu👴, capospedizione e filologo romanzo, “non capiremo mai cosa volesse dire [l’anonimo poeta], ma certo lo disse in modo sublime”. 

Di seguito l’interpretazione di Qwjng Kji👩, la più apprezzata tra gli esperti. “Il testo comincia in medias res, con una congiunzione copulativa (“e il naufragar” che ci lascia intendere che il brano non sia che il frammento di una più lunga riflessione. Il poeta afferma che naufragar gli è dolce, in un mare-immensità in cui annega non soltanto il suo pensiero, ma anche il suono di “lei”, una donna di cui nulla sappiamo tranne che è “viva”. Si tratta probabilmente di un suono soave, forse un canto che invita il poeta a paragonare (“vo comparando”) questa persona alle stagioni morte e alla presente: questa bizzarra attività comparativa, unita al persistente ricordo di “questa voce” lo conduce a ricordarsi di un “eterno infinito silenzio”. L’estasi contemplativa (uno stato autoipnotico?) viene però turbata dallo stormire di qualcosa tra le fronde: il poeta, ancora perso come un naufrago nella propria coscienza, si domanda se non è lui stesso colui che fa stormire le fronde (“io, quello?”), con le estensioni fisiche di un corpo che ormai percepisce come lontanissimo. Forse è lui finge di essere il vento (“E come il vento io nel pensier mi fingo”), ogni volta che per poco si instaurano silenzi, come a impedire che la profondissima quiete spazi (voce del verbo spaziare) al di là da quella, quella chi? Forse la donna di cui il poeta continua a ricordare il suono, ora in compagnia di non meglio precisati “sovrumani”, figure semidivine che la proteggono. Costoro sono tuttavia come gli angeli creature allo stesso tempo superiori agni uomini e incomplete (“interminati”), in quanto forse prive dell’esperienza del peccato e della morte. Perciò forse lo “sguardo” (di Dio?) li esclude “dall’ultimo orizzonte” (quello della pienezza della vita eterna?) Lo stesso sguardo esclude la siepe su cui si è fissato il poeta, che cresce da una base molto folta (“da tanta parte”). Questa complessa meditazione avviene su un colle solitario a cui nell’ultimo memorabile verso il poeta rinnova il suo affetto”. 

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