C’è chi parte con il raga della sera

Non vengo a fare il monumento a Battiato, non sono la persona adatta. Per forza di cose finirei per parlare di me, della cassettina della Prima Comunione con Cuccuruccuccù, del modo in cui i suoi pezzi mi arrivarono vibrando attraverso le pareti dalla camera di mio cugino, dal bambino che nell’estate ’83 in una pensione di Pinarella intonava intonare efebicamente tutti i brani dell’Arca di Noè per un capannello di coetanei. E poi l’adolescenza, la scoperta del Battiato psichedelico di Fetus. E poi le docce fredde della prima giovinezza, lo scoprirsi traditi e quel che è peggio, traditi per Manlio Sgalambro. Non vengo a fare il monumento a Battiato anche perché vorrei distruggerlo, e usare i pezzi per fonderne uno a Giusto Pio, arrangiatore geniale inimitabile benché pluri-imitato. Ho amato Battiato come un bambino poteva amare la nazionale dell’82; ho detestato Battiato come un laureando serio non può che detestare tutto il Kitsch formato Adelphi. E poi, per tanti lunghissimi anni, Franco Battiato mi ha lasciato indifferente. Ecco, questo è il romanzo della mia vita ed è noioso.

Bisognerebbe invece parlare di Battiato ma c’è questo problema, che è stato tre o quattro artisti diversi e sono tutti interessanti. Il Battiato cantautore (in anticipo sui cantautori) che incuriosì Gaber, il Battiato artigiano del sintetizzatore, il Battiato concettuale a lezioni da Stockhausen, quello postmoderno degli anni Ottanta, e se finisse qui sarebbe già una storia notevole. Invece prosegue (io però preferirei fermarmi lì).  

Alla fine può darsi che sia tutto dipeso da una mera congiuntura economica, ovvero: a fine anni Settanta la gente compra sempre più 33 giri. Più ne stampi più la gente li compra, stava succedendo in tutto l’Occidente. C’è mercato per tutto, per la disco e per il punk e per lo yacht rock e per qualsiasi cosa che ti venga in mente di proporre, bisogna farsi venire in mente idee alla svelta, qualsiasi idea, bisogna vegliare alla stazione perché in qualsiasi momento può passare quel treno carico di frutti. Alcuni passavano di lì per caso, sono saliti al volo e sono ancora lì dopo quarant’anni che non credono al culo che hanno avuto. Altri erano farabutti senza arte né parte, gente alla ricerca di soldi facili e non solo riuscirono a farli, ma incisero anche dischi decenti, talvolta geniali, era un periodo così (c’erano anche ottimi musicisti cresciuti negli anni del prog in grado di lasciare impronte indelebili negli arrangiamenti). Altri erano onesti lavoratori che dopo anni di gavetta, finalmente coglievano il frutto del loro meritato eccetera – altri avevano passato buona parte del decennio immersi in cose non chiare nemmeno a loro, avanguardie artistiche, meditazione e/o esoterismi e/o musica elettronica, e però se c’era un momento in cui persino loro avrebbero potuto mettersi sul mercato e far soldi, quello era il momento, e Franco Battiato lo azzeccò. 

Il momento in cui da avanguardista con velleità stockhauseniane si ritrova a sbancare le classifiche e vincere Sanremo (da autore) è lo stesso in cui Dalla da interprete diventa cantautore, De Andrè da cantautore diventa il fondatore della world music, Paolo Conte da autore diventa uno spettacolo d’arte varia, Lucio Battisti anche lui diventa qualcosa che sinceramente devo ancora capire, Vasco Rossi azzera il concetto di rock italiano, gli Skiantos, Fossati, Bennato, Finardi, insomma tra il 1978 e il 1984 succede qualcosa di incredibile e, mi dispiace, mai più successo. È un periodo straordinario non soltanto per la quantità di talento rilevato – anzi può darsi che in altri periodi ne sia stato scoperto di più, allo stato brado – ma per il modo in cui tantissimi artisti anche di punta decidono di stravolgere la propria carriera, ognuno per una serie di motivi non sempre e del tutto chiari ma alla fine può darsi che tutto sia dipeso da una mera congiuntura economica: da qualche parte c’era un enorme mucchio di soldi che poteva piovere sul primo che azzeccava una formula diversa. Chi avrebbe azzeccato la frase (musicale) giusta, chi avrebbe venduto per primo il fatidico Milione di 33 Giri? I discografici avevano voglia di rischiare, puntarono su cavalli stranissimi e alla fine la gara la vinse Francesco “Franco” Battiato. Pensando a chi stava giocando in quel periodo viene la vertigine. Allo stesso tempo: c’è mai stata una vittoria altrettanto meritata? La voce del padrone è un disco che fa ancora paura, dal primo secondo all’ultimo non c’è niente che non funzioni. Melodico senza pudore ma senza mai scadere nel banale, sofisticato ma mai tronfio, sette tracce in mezz’ora e nessuna somiglia a quello che si ascoltava prima. Invece un sacco di cose che funzionano ancora oggi non esisterebbero senza La voce del padrone. Ho in mente tanti esempi che mi annoio al pensiero.

Viene spontaneo il paragone col Nome della rosa, non so se qualcun altro l’abbia già fatto. Stesso periodo, simili opportunità e considerazioni: il mercato dei best seller è in espansione, perché anche uno stimato semiologo non dovrebbe fermarsi un attimo e scriverne uno? Il rischio è irrisorio, la possibilità di sbancare è concreta. Ho letto tante cose su Battiato, lo stile il linguaggio eccetera, ma mi domando se la spiegazione più semplice non possa essere nella limpida definizione di postmoderno fornita da Eco nelle Postille al nome della rosa. Battiato vuole fare i soldi col Giro di Do (proprio come Eco vuol fare i soldi con una torbida detective story di monaci assassini). Bennato pochi anni prima col Gatto e la volpe ha preso il jackpot (è ancora lì che conta i soldi, Bennato), insomma sarà una sciocchezza ma perché non provarci, cosa abbiamo da perdere, l’integrità artistica? ah ah ah, ok, vai col Giro di Do. Battiato però non può più cantarlo impunemente: è costretto a ripescarlo, diceva Eco “con ironia, in modo non innocente”.

Penso all’atteggiamento post-moderno come a quello di chi ami una donna, molto colta, e che sappia che non può dirle “ti amo disperatamente”, perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già scritte Liala. Tuttavia c’è una soluzione. Potrà dire: “Come direbbe Liala, ti amo disperatamente”.  

Di solito si definisce l’ironia come l’espediente di dire una cosa affermando il contrario, procedimento spassoso ma di cui ormai conosciamo fin troppo bene le controindicazioni: un sacco di gente rischia di non capire male (cioè di prendere sul serio gli enunciati ironici). Per questo motivo il Poe dell’omonima legge suggeriva di corredare ogni affermazione ironica con un emoticon o qualche altro segnale prestabilito analogo alla strizzata d’occhio. L’ironia postmoderna però è quasi un’ironia al quadrato: per dire “ti amo” si dice in effetti “ti amo”, però aggiungendo strizzate d’occhio a non finire, molto spesso sotto forma di sfoggi di cultura non richiesta. Perché alla fine, continua Eco, l’importante non è che i due conoscano Liala, ma che con la scusa di Liala riescano ancora a parlare d’amore. Battiato voleva scrivere canzoni da classifica e fare un sacco di soldi, ma doveva mobilitare tutto un apparato calassiano di aggettivi desueti, arcane antropologie, tecnicismi astrali, dopodiché il ritornello di Cerco un centro di gravità permanente è lo stesso giro di Do del Gatto alla volpe, e Battiato nel finale si spinge dove anche Edoardo Bennato non aveva osato, si mette a cantare “uacciu ari ari” e lui può farlo, perché è ironico, che grande invenzione questo postmoderno. 

Non c’è neanche più bisogno che tutti gli ascoltatori capiscano l’ironia: a molti di loro sfuggirà completamente, tanto è un Giro di Do, quelli lo avrebbero ballato comunque. Il peggio che poteva succedere è che prendessero sul serio i testi. Molti li hanno presi sul serio. Lo stesso Battiato non si è mai preoccupato di smentirli, apparendo sempre imperturbabile, come i veri mistici (ma anche i comici seri, alla Buster Keaton). Prospettiva Nevskij è un bozzetto o uno scherzo? Impossibile capirlo, però sta nello stesso disco di Frammenti, che è un cut-up di versi da sussidiario di Leopardi e Carducci e banalità da rotocalco (“che gran comodità le segretarie che parlano più lingue”). Ma cosa c’è di davvero ironico in Stranizza d’ammuri o Summer on a solitary beach? O è semplicemente un poeta spudorato che si è liberato del modernismo come ci si libera dei vestiti in un cespuglio, e non ha più pudore a cantare Mare mare mare voglio annegare / portami lontano a naufragare? Anche negli anni dei suoi successi postmoderni, a volte Battiato è semplicemente lirico e in questi casi, fateci caso, diventa subito molto più chiaro. “Da una finestra di ringhiera mio padre si pettinava; l’odore di brillantina si impossessava di me”. Non c’è niente di enigmatico nella Stagione dell’amore, o nella stessa E ti vengo a cercare. Al massimo c’è quella vena di critico della modernità che con gli anni, è fatale, trasforma qualsiasi pioniere in un querulo laudator temporis acti. Lo si sentiva già nell’Era del cinghiale bianco, in Up Patriots to Arms e  Bandiera bianca, ma comincia a diventare preponderante con Povera patria. I tempi stavano per cambiare, si chiedeva agli artisti un maggiore impegno o perlomeno di non lasciar passare Mani Pulite fischiettando in un angolo.

Il Battiato che continuo ad amare ma scoprendo che mi costa fatica è proprio quello lirico, da Orizzonti perduti in poi. No Time No Space è il momento in cui comincio a trovarlo buffo: credo fosse l’estate del Live Aid, ormai un po’ d’inglese lo masticavo e quell'”especially tonight” non potevo perdonarglielo, e dire che ancora per anni avrei continuato anch’io a comporre canzoni in un inglese immaginario, ma non è quello che ci si aspetta da un grande autore e intellettuale. 

Il Battiato che smetto di amare è quello post Fisiognomica, che alla fine è rimasto in scena per più tempo. È quello sgalambriano che si fa il verso da solo e (quel che è peggio) lo fa inconsapevolmente: lo sfoggio culturale non è più una scusa per farci digerire successi pop, ma viene ribadito per accreditare l’immagine del Maestro, il guru che dev’essere preso sul serio, Ferretti non vede l’ora di prenderlo sul serio, lui stesso finisce per prendersi sul serio. Mi fa più simpatia come interprete, ora le sue pronunce mi fanno tenerezza. Resta fino alla fine un personaggio simpatico e fedele a sé stesso, che avrei avuto dozzine di motivi per trovare tronfio o inconsistente e invece non è mai successo: non l’ho mai sentito dire qualcosa di sciocco. Mi spiace che non ci sia più, e continuo a pensare a che fortuna ho avuto di crescere in quella manciata d’anni in cui alle radio si sentiva Voglio vederti danzare, e anche se spegnevo la radio le pareti della stanza trasmettevano le vibrazioni di Radio Varsavia, irradiate dal ghettoblaster di mio cugino. È stata un’educazione incredibile, i giovani d’oggi non sanno quel che si sono persi (e non ho nessuna intenzione di raccontarglielo).

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