Il Partito-Bomba di Enrico Letta

Il PD non è il primo partito nato intorno a un paradosso, e neanche il più interessante: abbiamo avuto partiti rivoluzionari e istituzionali, partiti socialisti e nazionalisti, di lotta e di governo, moderati ma eversivi. Col PD ci è toccato più banalmente un partito a vocazione maggioritaria che governa l’Italia, e continuerà a farlo, soltanto fin quando il maggioritario in Italia non ci sarà. Nel momento in cui si verificherà finalmente la Rivelazione tanto invocata a partire (ahimè) da Romano Prodi, il PD verrà sconfitto per sempre. Alcuni suoi leader in particolare sembrano aver dato per scontato che la loro missione fosse condurre il PD a quel sacrificio finale: Renzi, lo stesso Zingaretti, sono parsi a volte succubi di un vero e proprio cupio dissolvi – è come se nella stanza dei bottoni ci fosse una bomba che ticchetta da anni, chiunque entra dentro, qualsiasi concezione della politica si porti da casa, a un certo punto sembra soltanto desiderare che arrivi il bang finale, che cessi lo straziante ticchettio. Adesso tocca a Enrico Letta, uno che non si può neanche dire che passasse di lì per caso – no, no, aveva addirittura cambiato Paese, e sono andati a riprenderselo. Perché proprio lui? 

Sono quelle domande che non ha senso porre a un conclave. Magari all’inizio un’idea c’era – ma mancava l’uomo – poi hanno iniziato a far la conta degli uomini e nel frattempo l’idea è sfumata. Nota che in teoria questo dovrebbe essere il grande partito del centrosinistra a vocazione maggioritaria, nota che in teoria dovrebbe essere un apparato leggero, in sostanza il comitato elettorale di un grande leader carismatico, e che proprio per questo motivo lo statuto prevedeva l’acclamazione del segretario mediante primarie. Le facciamo le primarie per acclamare il carisma di Enrico Letta? No, probabilmente siamo ancora esausti dall’entusiasmo con cui abbiamo acclamato il carisma del fratello di Zingaretti, e inoltre un codicillo dello stesso statuto stabilisce che se il Grande Leader Carismatico a un certo punto non se la sente più, la palla passa a un organo nazionale anch’esso in teoria eletto durante le primarie ma ehm, alzi la mano chi si era reso conto che lo stava eleggendo, insomma il paradosso regna: il PD è un partito maggioritario che però appena cade il paravento del leader svela una più sobria e ragionevole carrozzeria proporzionale – Letta lo hanno eletto le correnti, che in teoria non ci sono e in pratica sono l’unica cosa che tiene ancora assieme il PD, come gli odii intestini e le alleanze tra nemici dei nemici sono l’unica cosa che riunisce certe famiglie per le feste comandate. Questo non sarebbe nemmeno un grande problema, senonché è previsto che Letta abbia delle idee, una visione: e questo nonostante nessun elettore del PD abbia previsto negli ultimi cinque anni (ma anche prima…) di affidarsi alle idee e alla visione di Enrico Letta.

Curiosamente queste idee e questa visione Enrico Letta ce le ha, non deve pescarle dal solito repertorio di luoghi comuni. E quindi potrei parlare di queste, e spiegare le affinità e le divergenze fra il compagno Letta e me. Non posso non dimenticare che fu lui il primo e l’unico ad avere il coraggio di promuovere i diritti di cittadinanza dei nuovi italiani non solo a parole, ma nominando un ministro italoafricano, Cécile Kyenge. Da quel momento Letta diventa per l’opinione pubblica italiana l’uomo dello ius soli, un destino dal quale non si è sottratto neanche col suo discorso d’insediamento (questo malgrado negli ultimi anni la stessa Kyenge avesse cambiato formula, parlando di “ius soli temperato” o di “ius culturae”). Si trattava di una riforma necessaria, che il successore di Letta non ebbe il coraggio e il senno di portare a termine. Oggi la vita di molti nostri concittadini sarebbe migliore, e gli stessi sproloqui di un Salvini o di una Meloni sarebbero più guardinghi, perché alla fine i voti dei neoitaliani farebbero gola anche a loro. Oggi la situazione è molto cambiata riparlare di ius soli sa ormai di provocazione: ciò non toglie che il principio sia giusto e dovrebbe bastare a fare di me un convinto enricolettiano. 

Ma poi c’è quella sciocchezza del voto a sedici anni. 

Sulla quale io in realtà non ho nemmeno un’opinione così forte – non mi sembra il caso, tutto qui, non ne vedo la necessità; se evitassimo di rendere i licei un campo di battaglia elettorale ci faremmo tutti quanti un favore perché non so se vi ricordate, ma quando Salvini parlava di mettere le videocamere a scuola, non intendeva garantire che nessuna merendina fosse più estorta, ma voleva vigilare sui discorsi degli insegnanti ai ragazzi. Ma il punto non è tanto questo: il punto è che… perché dobbiamo parlarne? Una cosa che non interessava a nessuno all’improvviso deve tornare a essere dibattuta perché è un pallino di un tizio eletto durante un faticoso conclave di correnti? Praticamente abbiamo preso il peggio dal sistema maggioritario (il leader che impone le sue idee) e il peggio del proporzionale (la farraginosità dei meccanismi con cui persone rimaste ai margini tornano all’improvviso alla ribalta, e ci va grassa che Forlani non fosse più disponibile). 

Poi c’è il due per mille.

Voi ve lo siete dimenticati, ma io no. Enrico Letta è stato il politico che ha in sostanza abolito il finanziamento ai partiti, trasformandolo in un un obolo che il contribuente può decidere se offrire o non offrire – indovinate cosa sceglie di fare la maggioranza della popolazione. La stessa maggioranza della popolazione che poi si lamenterà dell’inconsistenza del ceto politico e dell’opacità con cui si sostiene. Se un Matteo Renzi non ci vede neanche più niente di male a finanziarsi adulando sovrani sanguinari, è anche merito di Enrico Letta che condivideva questa idea così affascinante nei primi anni Dieci, del politico abile fundraiser che si muove saltellando tra fondazioni e board e consulenze e aiuti degli amici, sempre in teoria trasparentissimi (“è tutto on line!”) Nel frattempo il partito vero continua a perdere dipendenti e strutture e non ha neanche i soldi per stampare i manifesti ma non importa, tanto ormai le campagne si fanno coi tweet, perlomeno quelle disastrose. Enrico Letta è l’ennesimo leader convinto che in questa situazione il Pd possa giocarsi le elezioni contro partiti fondati e/o sostenuti da potenti gruppi finanziari: e ovviamente le elezioni devono essere maggioritarie, magari col mattarellum che a Enrico Letta piaceva molto. Invece alla Corte costituzionale risultava incostituzionale, ma cosa volete che ne sappiano. Nel frattempo il parlamento è cambiato, ha perso tantissimi seggi, il che renderebbe la distorsione maggioritaria ancora più sensibile (e disastrosa per il Pd), ma Letta è l’ennesimo leader che da quell’orecchio non ci sente, vien da pensare che li selezionino con un esame audiometrico. Oppure sta già sentendo la bomba ticchettare, sta già pensando quale cavo tagliare per farla finita prima. 

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