In occasione dell’insediamento

Mi sono accorto non solo che questo blog è così vecchio da aver già visto quattro presidenti alla Casa Bianca, ma che per una manciata di giorni ha mancato la possibilità di averne già visti cinque: la mattina del 20 gennaio 2001 Bill Clinton era ancora formalmente presidente USA, il primo pezzo qua sopra è del 25. In ogni caso gli anni dell’infanzia sono sempre i più formativi, e così come io non riesco a scacciare l’impressione che ogni nuovo presidente sia una riedizione di Ronald Reagan (e in fondo hanno tutti preso qualcosa da lui), questo blog non ha mai veramente superato gli otto anni di George W. Bush. Questo in parte può spiegare la relativa flemma con cui ho accolto la sua elezione quattro anni fa, e in generale la il relativo disinteresse che ho avuto per un caso umano-politico pure così emblematico e spettacolare. Quattro anni fa ho scoperto che non avevo più abbastanza animo da preoccuparmi davvero: come se avessi già bruciato le mie cartucce migliori per l’altro presidente scemo. Ho cominciato a pensare “beh, fin qui non è ancora successo niente di grave” e ho continuato a farlo per quattro anni, sicché alla fine per me la cosa più notevole dell’amministrazione Trump è che si sia conclusa senza nessuna catastrofe globale (mentre scrivo questa cosa sento dal tg che le vittime del coronavirus negli USA hanno superato quelle della Seconda Guerra Mondiale, ma mi sembra ingeneroso attribuirle tutte a Trump).

Prima che Trump vincesse credo di aver scritto almeno un pezzo per contrastare l’idea che fosse il “Berlusconi americano” a cui i giornalisti italiani tenevano in particolare; non solo per la gran soddisfazione che traggo sempre a contraddire i giornalisti italiani, ma perché Trump i media non li possedeva, ne era posseduto: benché tuttora un sacco di gente sia convinto che Trump abbia ammaliato gli elettori con Twitter (il social più sfigato), il personaggio Trump è sostanzialmente una creatura televisiva. Questa cosa poi per quattro anni ho fatto finta di non averla detta, visto che le sue elezioni le aveva vinte – con un sistema elettorale assurdo, brevettato negli USA quando in molta Europa vigeva il feudalesimo – però le aveva vinte: e quindi ora era Berlusconi da considerare un’anticipazione, una prefigurazione di Trump. Poi però c’è stata quella lunga notte delle elezioni 2020 in cui sono restato sveglio anche se non vorrei voluto, e il momento in cui ho sentito il vento davvero cambiare è stato il momento in cui la Fox ha mollato Trump, in modo piuttosto improvviso. Il fatto che Trump sia diventato patetico anche per una parte dei suoi sostenitori, credo che dipenda soprattutto da quello, e non dal fatto che due o tre social network gli abbiano sospeso l’account. A Washington il 6 gennaio c’erano soltanto gli scoppiati (il che non significa che non fossero pericolosi) ma non l’America profonda: quella magari qualche tweet ogni tanto lo legge, ma soprattutto tiene accesa la Fox, e per la Fox Trump ha perso le elezioni, amen. Insomma avevo ragione io (ci mancherebbe anche che non mi dessi ragione in questo mio piccolo spazietto personale): Trump non è i media, è una creatura dei media, che lo hanno tenuto in vita finché lo hanno ritenuto affidabile; e più dei media tradizionali che di quelli 2.0. Ora dovranno inventarsi qualche nuovo personaggio, ma voglio immaginare che ci sono caratteristiche di questo modello che nel prossimo non troveremo. La vittoria di Biden è stata per me la notizia più bella dell’anno scorso: quella e i vaccini. Lo scrivo perché rileggendomi non sembra che me ne sia mai fregato un granché, ma scrivo più volentieri delle notizie cattive (ultimamente neanche di quelle).

Lascio qui un appunto sul dibattito del Free Speech, al quale non ho tempo di partecipare. Nel mio piccolo penso che i fanatici di Trump (il cui contributo alla vittoria del 2016 è probabilmente sovrastimato) siano per lo più bianchi razzisti. La cosa veramente nuova è la loro ritrosia ad ammetterlo, il fatto che in molti casi cerchino di essere bianchi razzisti “in modo ironico”, una cosa che la mia generazione fa fatica a capire. Col senno del poi è un atteggiamento perdente, che rivela quanto Obama e l’egemonia hollywoodiana abbiano vinto; in questi anni per la prima volta abbiamo visto bianchi razzisti sfilare non per la supremazia della razza bianca, ma per difendere la Libertà di Parola, ovvero il diritto ad offendere parte del pubblico (“triggerare”) affermando eventualmente che la razza bianca potrebbe essere superiore. Confesso di trovare esilarante il modo in cui Zuckerberg e Bezos li hanno infinocchiati, ventilandogli la possibilità di ospitare un simile spazio libero, facendosi consegnare password e dati e poi cacciandoli fuori – ma solo dopo che il vento era cambiato, non un attimo prima. L’abbiamo sempre detto che l’ironia è un’arma a doppio taglio, forse varrebbe la pena aggiungere che è anche a doppio manico, nel senso che dà al tuo interlocutore la possibilità di impugnarla contro di te in qualsiasi momento: per questo andrebbe usata solo con gente che non ha davvero intenzione di farti male. In realtà i monopoli on line sono un problema anche per me, e la libertà di parola qualcosa senza la quale non sono sicuro che potrei vivere. E allo stesso tempo non ci posso fare niente, ogni volta che trovo un razzista che frigna perché non gli danno libertà di parola, che ci posso fare? È un paradosso così grandioso che mi commuovo. 

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