Non resta che sperare in Di Maio (rendetevi conto)

Questa crisi politica mi trova dell’umore meno adatto a interessarmene. In teoria non sono di quelli autorizzati a sentirsi nauseati da una conta parlamentare. Prima dell’emergenza ero un fiero parlamentarista; lo sarò anche quando e se l’emergenza finirà: invece uno che parlamentarista non era è Matteo Renzi. Anch’io trovo beffardo che si sia messo a giocare all’ago della bilancia con un partitino, come qualsiasi democristiano post-diaspora che ha sempre finto di non essere; la beffa però mi sembra la stia facendo lui a me. Certo, lui è sempre lo stesso narciso che scalpita per l’attenzione (e per amministrare qualche fondo europeo), ma io? Lui è inquieto, lo sarà sempre finché non tornerà sotto il riflettore più importante (quindi lo sarà sempre), ma io invece perché sono così tranquillo? Davvero credo che il Conte 2 sia il migliore dei governi possibili? Davvero sono così stanco e sfibrato da non notare l’incompetenza generalizzata, i disastri, l’irresponsabilità?

Probabilmente sì.

Uno sguardo ardito e fiero che rincorre l’Aldilà

Non so neanche per chi voterò – no, stavolta è peggio: stavolta non m’interessa. Parto da una constatazione: il partito in cui bene o male mi riconosco (più male che bene) è sempre stato il PD. L’ho votato da quando esiste – 2008 – e non ha mai vinto le elezioni. Anzi, ha sempre perso. Nonostante questo ha governato il Paese quasi per un decennio. Sul serio. 

È rientrato nelle stanze dei bottoni col governo Monti (2011), il che ha portato la segreteria Bersani al disastro delle elezioni del 2013. Disastro che non gli ha impedito di mantenere il ruolo di primo partito nella maggioranza che ha sostenuto il governo Letta, il governo Renzi (2014) e il governo Gentiloni (2016). Al termine della legislatura, intaccato da una scissione a sinistra e consegnato dalle primarie a un leader ormai percepito come fallimentare, è sceso alle elezioni del ’17 per la prima volta sotto il 20%, una batosta insopportabile per il partito che deteneva l’eredità morale dei due grandi partiti di massa del secondo Novecento. Ciononostante, e malgrado una seconda scissione, non gli è riuscito di stare lontano dal governo che per quindici mesi, gli unici quindici mesi in tutto il decennio 2011-2020 in cui il PD non ha dato alcun contributo al governo del Paese. Sono stati anche i quindici mesi più inquietanti della nostra storia recente, e il solo spettro di un secondo avvento di Salvini dovrebbe terrorizzarmi e spingermi a sostenere qualsiasi alternativa, un monocolore Di Maio, un governo tecnico Pippo Baudo. Ma ecco, ci credo davvero? A Salvini interessa così tanto governare? Mi pare che quanto gli interessi lo dimostrò ampiamente nell’estate del ’19. E per quanto si sia attribuita la sua scelta alla tipica ebrezza del Papeete, è abbastanza plausibile che in quel caso Salvini abbia fatto una delle scelte più lucide e razionali della sua vita, ovvero mollare ogni responsabilità quando era ancora giovane e credibile, e in grado di riprendere l’unico mestiere che ha fatto in tutta la sua vita: l’oppositore da fiera, da agitarmi davanti ogni volta che non ho tanta voglia di votare l’ordine e la responsabilità.

Rispettoso, lusinghiero, il giudizio che si dà

Con questo non voglio dire che il sovranismo non sia ancora un pericolo concreto, ma tutti gli avvenimenti importanti del 2020 lo hanno oggettivamente ridimensionato: la Brexit non è un paradiso in terra, la pandemia non è che la prima emergenza planetaria che dimostrerà nei prossimi anni quanto siano anacronistiche e scomode le frontiere europee. Forse siamo in quella fase della partita in cui il pezzo più importante è già stato mangiato (magari era Trump) e il resto del gioco è un dettaglio. Anzi è possibile che i sovranisti in Italia e in Europa abbiano appena iniziato a formare quel partito di massa che nei prossimi anni si opporrà al partito della responsabilità e della pianificazione emergenziale; la massa c’è e non chiede ai suoi leader che parole di speranza, o al limite teorie del complotto immaginose e interessanti. 

Questa cosa Salvini la sa, Meloni la sa, e forse entrambi nel loro segreto tremano di fronte all’enorme responsabilità di guidare un popolo nel deserto. Perché di questo si tratta: di governare no, governare nei prossimi anni sarà complicato e faticoso. Il massimo contributo che possono dare è impugnare la fiaccola del sovranismo, tener buona la loro gente al calore di una speranza di rivoluzione che non si realizzerà mai – più o meno quel che fecero i quadri del PCI nel secondo dopoguerra, con qualche regione in più da gestire, che poi son carriere, affari, butta via. Governare però no: poi bisognerebbe una volta buona spiegare agli elettori se si esce dall’Euro o si resta dentro, se si è con Putin o con Biden, coi novax o coi nocovid, tutte partite ormai decise anche se i tavoli sono ancora ufficialmente aperti. Governare si è già capito che non vogliono e non possono. Quindi governeranno gli altri. Cioè?

Il PD?

Ma cos’è il PD ormai?

Pensate a quanti pezzi ha perso lungo il percorso – era il partito dell’area Prodi, per prima cosa mandò all’aria l’ultimo governo Prodi. Lo fondò Veltroni, uno dei risultati più concreti che raggiunse fu la fine politica di Veltroni (un risultato molto importante, sottolineo, anche dal punto di vista letterario, cinematografico, musicale). Era il partito di Bersani, che ci ha messo anche un po’ ad andarsene; poi è stato il partito di Renzi, schizzato fuori pure lui. Al termine di tutte queste scremature, quel che rimane è un partito tranquillo, senza personalità di spicco; verrebbe da dire senza personalità e basta. Lo dirige un amministratore di regione, nel suo tempo libero: in questo periodo non deve averne molto. Si dà per scontato che sia composto da personaggi responsabili, e si chiude un occhio quando si mostrano non molto più avveduti degli altri. È insomma il partito adatto a quel tipo di maggioranza silenziosa che si forma alla fine della crisi, quando la gente è stanca di avventure: come gli elettori della Democrazia Cristiana dal 1948 al 1988. Può darsi che la situazione sia simile: che dopo aver provato Berlusconi, e Renzi, e Grillo, cominci a subentrare una certa stanchezza, una voglia di affidarsi non tanto all’uomo forte e neanche all’uomo competente, ma almeno tranquillo, in grado di dimostrare un minimo di serietà o almeno di simularla. Cosa che riesce più semplice se all’opposizione si rinchiudono in quel castello telematico di illusioni che Facebook, Amazon e Google stanno cominciando a smantellare, non un attimo prima di vedere come andava a finire Trump. Insomma i giochi sono abbastanza fatti, ognuno ha il suo ruolo, chi rimane fuori? Ah giusto.

I Cinque Stelle.

Ecco, vorrei dire che i Cinque Stelle sono la mia unica vera speranza, ma senza essere frainteso. Come amministratori sono stati disastrosi (ho in mente il mio ministro in particolare), né ci si poteva aspettare qualcosa di diverso da un partito che dell’incompetenza si faceva bandiera. Bisogna dire che la pandemia ha messo in crisi molto più la loro piattaforma che quella dei sovranisti. Erano il rifugio dei NoVax, ora la gente fa carte false per vaccinarsi: ma non è solo quello. Dovevano mandare a casa i politici (e l’hanno fatto), e ora si trovano al loro posto, costretti loro malgrado a fare politica. Non si può dire che ci stiano riuscendo: sinceramente, non si può. Ma alcuni a questo punto potrebbero farcela, e questa è l’unico margine di speranza che in questo momento riesco a intravedere. Da Salvini e Meloni so cosa aspettarmi: tanto fumo sovranista e postfascista che gli adepti inaleranno voluttuosamente, nella speranza che dia più torpore che nervosismo; dal gruppo Mediaset so cosa aspettarmi, anche oltre l’estinzione fisica del suo fondatore (un supporto mediatico ai sovranisti fin tanto che si tratta di tenerli incollati al televisore durante le pubblicità di dentiere e pannoloni, che si eclisserà parzialmente nei momenti di crisi, proprio come la Fox è mancata a Trump nel vero momento del bisogno). Dal PD so cosa aspettarmi: tanta pacata affettazione di competenza, sostenuta da quotidiani autorevoli che non legge più nessuno, stampati da industriali che in Italia non producono più quasi niente, ormai se ci spiegano come stare al mondo è davvero per uno stimolo disinteressato, un capriccio. Da Renzi so cosa aspettarmi: cercherà di attirare l’attenzione su di sé, prestandosi a maneggi vari senza nemmeno accorgersene, insomma era partito Kennedy ed è finito Pannella. Dalla sinistra extraparlamentare, in cui ideologicamente pure mi riconosco, so cosa aspettarmi: tante velleità, e mi dispiace. 

Da Di Maio, ecco, no. Non so veramente cosa farà, non so chi lo voterà e che motivi troverà per farlo. Di Maio (e i suoi compari) sono l’unica variabile che può cambiare davvero la situazione. Possono tentare di ricorrere Salvini sui terreni del sovranismo e perfezionare qualche nuova variante complottista: ma non è soltanto una strada perdente, è l’imitazione di una strada perdente. Oppure possono restare dove non avrebbero dovuto e voluto trovarsi: al governo, e crescere, alla ricerca di una via credibile tra populismo e democrazia. Questa via credibile, prima della pandemia non esisteva: ora la situazione è parecchio cambiata e nei prossimi anni cambierà ancora di più. Insomma dipende quasi tutto da loro, sono il vero ago della bilancia e sono dei maledetti incapaci – ma non sarebbero arrivati lì se non lo fossero stati – e proprio perché maledettamente incapaci, hanno enormi margini di miglioramento. Dopotutto it can’t get much worse.

Mi accorgo che questo discorso – tirato in lungo apposta per allontanare il più possibile dei lettori dalla avvilente conclusione – sembra il tentativo disperato di vedere un bicchiere mezzo vuoto dove da un pezzo non c’è più non dico l’acqua, ma il bicchiere stesso; oppure il gesto disperato di chi trovandosi in un tunnel completamente buio, si strizzasse gli occhi per procurarsi qualche fotopsia e dirsi ecco, lo sapevo che c’è una luce in fondo. Scusate, questa crisi mi trova davvero nell’umore meno adatto.

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