Lennon voleva vivere. Ci stava riuscendo.

I posteri si domanderanno se John Lennon abbia veramente posato i piedi sulla nostra stessa terra. Dopotutto Edipo è un mito; Buddha e Gesù Cristo sono personaggi più leggendari che storici; ma un figlio di un marinaio nato sotto i bombardamenti, squartato emotivamente da un padre che lo vuole in Nuova Zelanda e una madre che lo affida alla sorella; cresciuto da donne, poi orfano; ragazzo terribile in pantaloni attillati; giovane padre, chitarrista cantante e compositore pop, idolo delle teenager e del suo manager omosessuale; tossicomane, poi artista concettuale, leader pacifista sotto inchiesta federale, poeta maledetto, avvistatore di Ufo, rockstar in congedo permanente, morto per mano di un fan? Nessun mitografo o evangelista o romanziere postmoderno sarebbe riuscito a inventarsi un personaggio così. Eppure, alla fine era soprattutto un ragazzo che diceva quel che provava, come noi evitiamo di fare il più delle volte perché proviamo cose orribili o anche solo imbarazzanti… (Da Getting Better, un libro sulle canzoni dei Beatles che i lettori del Post hanno potuto osservare mentre si stava scrivendo).

8 dicembre: John Lennon, musicista, profeta e martire

Buongiorno a tutti, mi chiamo Leonardo e sono l’orgoglioso titolare di un blog sul Post in cui tratto i santi del calendario come se fossero rockstar e le rockstar come se fossero santi del calendario. Nell’imminenza del quarantennale dell’omicidio assurdo che ha concluso la storia dei Beatles, posso esimermi dallo scrivere un pezzo in cui definisco John Lennon un martire, una figura addirittura cristologica, il divo che muore per i peccati dei babyboomer? Ho anche un libro in uscita, tengo famiglia, eccetera. E allora perché esito? Cosa mi trattiene? È complicato.

O forse no. C’è che fino a un certo punto era abbastanza facile incasellare i morti illustri del rock, geni vittima della loro sregolatezza. Quasi sempre si tratta di droga, per cui il coccodrillo si scrive da solo: ha voluto vivere troppo intensamente, la candela più grande brucia più rapidamente ecc. ecc. Con Lennon questo appiglio non c’è. Di sostanze fu un appassionato sperimentatore, ma oltre a essere spesso tra i primi a farne uso, fu anche tra i primi a lasciarsene alle spalle. Di vivere intensamente gli era capitato per qualche anno e aveva capito abbastanza presto che non gli piaceva. Il che non significa che la sua morte sia più assurda di altre. È anzi molto facile darle un senso. Ma è più o meno il senso che voleva dargli il suo assassino. È possibile scrivere dell’omicidio di Lennon senza tributare un omaggio a quell’individuo, che alla fine voleva semplicemente scribacchiare il suo nome sul Libro del Novecento, a costo di farlo col sangue, e c’è riuscito?

Riguardando al passato di Lennon, la sua fine tragica non stupisce, sembra quasi ineluttabile: a stupire è la lentezza con cui si compie. Quindici anni prima, davanti a una giornalista che lo era andato a trovare nel suo villino fuori Londra, il ventenne all’apice della fama si era lasciato sfuggire che i Beatles stavano diventando più popolari di Gesù Cristo. Era quel classico tipo di battuta lennoniana, paradossale ma non troppo, che i lettori inglesi ormai si aspettavano da lui: in patria passò quasi inosservata. Quando qualche settimana fu ripresa dalla stampa americana, causò uno di quei fenomeni che oggi chiamiamo shitstorm, e che sì, scoppiavano anche nei beati giorni pre-social network. Negli USA la battuta doveva suonare tanto più insopportabile quanto nascondeva un germe di verità: anche nelle comunità rurali il cristianesimo stava declinando, soppiantato da un consumismo globalizzato di cui Lennon e colleghi erano i profeti più rassicuranti e subdoli. Il consumismo avrebbe unificato l’occidente, gettando radici anche in alcuni Paesi dell’estremo oriente dove Cristo non era mai attecchito. Lennon aveva detto una verità, improvvisando: forse non diversamente da Gesù di Nazareth quando aveva annunciato la distruzione del Tempio: e come Gesù, per aver detto la verità, doveva morire.

Una foto dei Beatles viene bruciata per protestare contro John Lennon che nel marzo del 1966 aveva detto alla rivista Evening Standard che i Beatles erano più famosi di Gesù. Alcune radio degli Stati Uniti si rifiutarono di passare la loro musica e vennero organizzati piccoli falò dei loro dischi e delle loro foto, come questo fatto da Chuck Smith, un ragazzino di 13 anni, a Fort Oglethorpe, in Georgia, il 12 agosto del 1966.

Come capita quasi sempre in questi casi, l’indignazione collettiva nasconde uno choc culturale: Lennon, che a quel punto vendeva molti più dischi in America che in Europa, credeva forse attraverso il r’n’r di aver capito la cultura americana, ma ne ignorava alcuni tabù. Scherzare su Gesù Cristo era concesso in Inghilterra: non nell’America profonda, dove furono segnalati roghi dei dischi dei Beatles. Malgrado le scuse pubbliche, recitate da un John sinceramente contrito, il tour americano si trasformò un incubo logistico: è il momento in cui il fanatismo suscitato dai Quattro svela il suo lato minaccioso. Brian Epstein si accorge che garantire la sicurezza dei Quattro in un’America ancora più armata di quella di oggi è praticamente impossibile. Prima o poi era scritto che un fan più scoppiato o deluso degli altri avrebbe estratto una pistola. Cosa che inevitabilmente successe: e se non fu subito ma ben quindici anni più tardi, fu soltanto per l’insospettabile testardaggine con cui Lennon scelse di sopravvivere, ogni volta che gli fu possibile scegliere tra diventare un mito e restare tra i vivi.

Due anni dopo, un Lennon già molto diverso, consumatore ormai abituale di LSD, ha un’illuminazione e la confessa immediatamente al vecchio amico Pete Shotton. “Penso di essere Gesù Cristo. No, aspetta, sono Gesù Cristo”. All’inizio Pete crede a uno scherzo, ma Lennon è serio. Ha già calcolato mentalmente quanto gli resta da vivere: se Cristo è morto a 33 anni… “Mi uccideranno, sai? Ma ho ancora quattro anni, quindi devo fare cose”. Lo stesso giorno convoca i colleghi a una riunione di emergenza. “Sono Gesù Cristo”, avverte. “Sono tornato. Questo è quanto”. Nessuno è molto sorpreso. “Va bene”, risponde Ringo sospirando (o sbadigliando?) “Riunione aggiornata, andiamo a pranzo”. Quella sera, per una delle coincidenze incredibili della sua biografia, Lennon invita Yoko Ono a casa sua. Si frequentavano già, ma quella notte è diversa. La passano a urlare: registrano Two Virgins. Non si lasceranno praticamente più.  


Come il Cristo dell’Ultima tentazione di Scorsese, che quando la croce è già allestita dice no, e si rifà una vita con Maria Maddalena: dopo aver flirtato con l’autodistruzione (e introdotto sin dal 1964 un argomento tabù come la morte nei testi di un gruppo pop da classifica), quando il destino comincia a bussare Lennon fa tutto quello che gli è consentito per eluderlo. Quando i concerti diventano troppo rischiosi, Lennon smette di farli. Il sodalizio affettivo e artistico con Yoko Ono gli consente di distruggere la sua immagine pubblica di beatle, emotivamente insostenibile. Trova asilo a New York, nell’America libertaria che forse si illudeva avrebbe trionfato sul Midwest rurale che lo aveva respinto, in quella palingenesi rivoluzionaria che a fine Sessanta tutti ritenevano imminente. Quando diventa chiaro che la rivoluzione non si fa, Lennon capisce di nuovo di essere troppo esposto (la FBI ha aperto un fascicolo su di lui) e rinuncia anche al suo status di artista rivoluzionario. Si prende, col consenso della moglie, una vacanza dalla vita: è il cosiddetto lost weekend, trascorso a bere e scopare come la rockstar decadente che dopotutto aveva il diritto di essere. Avrebbe potuto restarci secco così: sarebbe stata una fine che tutti avremmo percepito come inevitabile, e invece no; anche stavolta Lennon riesce a fare un passo più lungo. Torna da Yoko, e vive con lei gli anni tranquilli e misteriosi del buen ritiro nel Dakota Building, l’ultima tappa di una lunga fuga cominciata dieci anni prima. A quel punto Lennon non era più una rockstar, né un profeta, né un rivoluzionario, né un artista: forse per la prima volta nella sua vita un uomo libero, un casalingo con un figlio da crescere. Il tragico destino che aspettava il successore di Cristo sembrava essersi allontanato per sempre – e invece era lì, paziente, acquattato all’uscita. Sarebbe stato sufficiente cedere a un richiamo naturale: rimettersi a cantare, incidere un disco, promuoverlo sui giornali e fare tutte le cose banali che i cantanti fanno, come firmare gli autografi, perché dal passato arrivasse questa scheggia impazzita che si portava tutte le frustrazioni accumulate in quindici anni, con una pistola in mano.

   
Con la sua morte, Lennon suggella il mito dei Beatles, la band che col passare degli anni è diventato persino più grande dei gruppi rivali, anche perché non era più possibile nessuna vera reunion che ne appannasse il mito. Era qualcosa che confusamente i fan dei Beatles avevano iniziato a sospettare sin dal 1969, esorcizzando le notizie di una crisi interna con l’elaborazione collettiva di quella assurda leggenda metropolitana che immaginava Paul morto e rimpiazzato. Come se i Quattro fossero troppo legati al momento più felice della loro generazione per permettersi di invecchiare. Metter su famiglia, litigare, mandar fuori dischi inevitabilmente inferiori ai precedenti, invecchiare da comuni mortali: ci hanno comunque provato. Ci ha provato lo stesso Lennon, anche se per lui è sempre stato un po’ più difficile che per gli altri. In questi giorni ho cercato di riascoltare Double Fantasy, un disco col quale è sempre difficile confrontarsi. Se da giovane a mettermi in imbarazzo era la nudità vocale di Yoko Ono, la sua spudoratezza (che in fondo aveva anticipato il punk, e nel 1980 non veniva che a reclamare ciò che era suo), ora mi rendo conto quanto sia molto più difficile da accettare la serenità di John, il suo entusiasmo per una nuova fase della vita in cui magari per un po’ di tempo gli sarebbe riuscito di essere contemporaneamente un musicista e una persona felice. È un rimpianto che non trova consolazione, almeno per quanto mi riguarda.

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