Il Miraggio Rosso (e Bianco, e Blu).

A un certo punto cominciammo a pensare che poteva anche funzionare come spettacolo. Dall’altra parte del mondo eleggevano la persona più importante del mondo: chi fosse riuscito a stare sveglio di più sarebbe stato il primo a scoprirlo. Per i giornalisti, soprattutto, era molto eccitante: per noi spettatori molto meno, ma ci lasciavamo contagiare dal loro entusiasmo. 

Col tempo iniziammo a far caso alla liturgia, e come succede sempre ai neofiti non è che riuscissimo sempre a distinguere cos’era accessorio e cos’era fondamentale: per esempio a un certo punto della nottata capitava che il candidato che stava perdendo convocasse una conferenza stampa e riconoscesse pubblicamente la sconfitta: il cosiddetto “concession speech”. La cosa aveva un senso più cerimoniale che effettivo: i voti comunque si contavano fino alla fine, e almeno una volta successe pure che un candidato che aveva concesso la vittoria convocasse un’altra conferenza stampa per rimangiarsela, perché i conteggi andavano per la lunga e anzi valeva la pena chiedere i riconteggi. Però questa cosa del “concession speech” ci rimase, chissà perché. Forse perché siamo mediamente italiani progressisti, ovvero votati alla sconfitta fin da piccoli: e il fatto che un candidato la potesse riconoscere con un bel discorso ci affascinava. Questo malgrado il meccanismo reale fosse molto più complesso, se non proprio farraginoso, con passaggi intermedi ancora ottocenteschi (i Grandi Elettori…)

A un certo punto, come accade sempre con le cose americane, ci si è messo di mezzo il cinema o la tv, coi suoi presidenti molto più veri del vero, i discorsi meglio scritti, gli applausi e i violini ai momenti giusti eccetera, e questo ha fatto colpo su molti di noi molto più di quanto lo ammettessimo. Il confronto con la nostra imperfetta democrazia parlamentare, coi suoi ritmi sonnacchiosi e mediocri, non ammetteva appello. In molti dei più impressionabili tra noi si creò ben presto una convinzione: loro non erano solo la democrazia più vecchia del mondo (e le Province Unite?); erano anche la migliore. Ed erano la migliore non perché fossero i migliori a raccontarsela, come pure Hollywood dimostrava, ma perché… la notte delle elezioni, loro conoscevano già il Vincitore. A un certo punto della nottata, ci spiegavano, il candidato che ne stava prendendo troppe gettava la spugna, faceva un bel discorso, l’arbitro alzava il braccio dell’altro contendente, applausi. Guarda che ti sei sbagliato, rispondevamo, guarda che quella sera hai visto un match di boxe: e anche in quel caso non dovresti crederci troppo, c’è sempre una buona parte di spettacolo, a coprire gli aspetti più crudi. Tutto vano, ormai la carovana dei presidenzialisti italiani era partita, attirata da un miraggio televisivo, verso un deserto di imboscate, colpi bassi e referendum. L’America in cui volevano arrivare somigliava più a una puntata di West Wing con tutti gli attori impeccabili e competenti. Laggiù conoscono il vincitore nella notte delle elezioni, dicevano! E parlavano di un Paese in cui conteggi e riconteggi possono durare settimane, tanto che da sempre le elezioni avvengono tre mesi prima dell’insediamento effettivo. Già le elezioni del 2000 avevano dimostrato quanto importante fosse la Corte Suprema; ma forse pensavamo che un senso di decenza non esplicitato in nessuna Carta Costituzionale avrebbe trattenuto un presidente uscente dal blindarla in suo favore. 

Tante cose pensavamo impossibili, che ora si sono avverate. Per esempio stasera abbiamo un candidato che a un certo punto della nottata potrebbe dire che ha vinto anche se non è vero. Uno scenario che Sorkin non aveva previsto, il che ci lascia tutti un po’ sgomenti a fissare il vuoto. In un qualche modo sembra che lo Spettacolo abbia preso il sopravvento – una conferenza stampa avrebbe il potere di invalidare scrutini ancora in corso. Il consiglio migliore è sempre quello di andare a letto non troppo tardi: tanto domattina mezz’ora dopo la sveglia ne saprete già quanto quelli che hanno fatto la maratona. Io ovviamente spero che perda Trump, anche se non sono del tutto sicuro che sia la cosa migliore per me in quanto cittadino europeo. In un certo senso il suo primo mandato non poteva dimostrare meglio un vecchio assioma in cui non ho mai smesso di credere, ovvero che l’aggressività esterna sia un modo per scaricare un’energia interiore che altrimenti ci dilanierebbe: credo valga per molte persone e anche per interi popoli. Trump ha ridotto in modo spettacolare l’interventismo delle forze armate USA (senza smettere di finanziarle), e il risultato è un Paese che appare più dilaniato che mai. A questo punto, cosa dovrei desiderare? Quattro anni di tregua con Biden, o lasciare che certi nodi sociali vengano al pettine? Non lo so. Per fortuna non dipende da me. Tra un po’ vado a letto e spero di prender sonno. Ho già tanti pensieri, immagino anche voi.  

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