Non ci saranno mai abbastanza bus

Premessa autobiografica (si può saltare): sono cresciuto in un paese molto piccolo, e per molti anni me lo sono portato dentro; nel senso che credevo che influenzasse molto il modo in cui vedevo il mondo. Avevo la sensazione di non riuscire a percepirne non tanto la complessità, quanto la grandezza. E pensavo di avere un problema coi grandi numeri: milioni, miliardi. Per esempio non riuscivo a figurarmi non dico una guerra di milioni, ma una battaglia di migliaia di persone. È stato un sollievo molto parziale scoprire, crescendo, che il paesino non c’entrava nulla; che del mio medesimo problema soffriva tanta gente che viveva in città affollate, anzi: più grande è la città, più difficile è il rapporto degli abitanti con la grandezza, la complessità del mondo; dal momento che se vivi a Sarcazzo di Sopra sai benissimo che è pieno di gente che la pensa in tanti modi ma comunque non paragonabili a quelli di Sarcazzo di Sotto: e che entrambi i Sarcazzi non sono che una frazione della provincia, della regione, del continente, dell’universo; laddove chi abita ad es. a Roma a volte sembra manifestare una chiusura, una tendenza a pensare che l’universo sostanzialmente sia circoscritto dal Raccordo. 

Ma insomma questa difficoltà a capire i grandi numeri, le grandi distanze, è una cosa che si può superare lavorandoci. Il problema è che la maggior parte di chi ne soffre non sa di soffrirne, ed è un problema enormemente sottovalutato. A volte mi chiedo se non sia IL problema, se non corriamo seriamente il rischio di estinguerci e trascinare nella catastrofe buona parte della biosfera proprio perché non riusciamo a visualizzare correttamente le quantità. Ma siccome della biosfera non interessa granché ai lettori, pensiamo all’Italia: gli elettori hanno appena scelto, a maggioranza, di ridurre la propria rappresentatività – com’è stato possibile? Molti di loro pensavano, in buona fede, che un centinaio di rappresentanti in meno avrebbero comportato un risparmio per le casse dello Stato. In altre parole: pensavano che un centinaio di parlamentari fossero molti. Sono convinto che è tutta gente che sa contare fino a cento; quello che invece sfugge a molti di loro è quante volte bisogna contare cento per arrivare a sessanta milioni di italiani; quanto sia minuscolo il quoziente della frazione e, di conseguenza, il risparmio per le casse dello Stato. 

La cosiddetta antipolitica nasce all’ombra di questa difficoltà cognitiva: i grillini dopotutto erano quelli convinti di poter risolvere i problemi della Repubblica dimezzando lo stipendio ai propri rappresentanti – ma a proposito, che fine hanno fatto? Nessuna fine, sono al governo. Rappresentano anzi in parlamento la parte più cospicua della maggioranza che lo sostiene. E benché molti loro ex sostenitori non vogliano crederci, sono ancora loro: non sono stati comprati da Bill Gates o Soros o qualche altro grande vecchio. Non hanno tradito i loro ideali, ma nella più parte dei casi hanno dovuto tradurli in prassi di governo: ed è qui che è cascato l’asino, anzi molti. Avevano promesso mari, ma pensavano che si potessero svuotare col cucchiaio; avevano promesso monti, ma i monti non si sono spostati. Tutto questo cosa ci insegna? Alla maggior parte di noi, nulla. La maggior parte di noi è molto arrabbiata con il governo che non ha fatto nulla per fronteggiare la seconda ondata del Covid. Devo ammettere che anch’io ho parecchie perplessità sull’operato del governo, ma forse partivo talmente prevenuto nei confronti dei m5s che sono perfino stupito dal fatto che non siano scappati incendiando i dicasteri; che Beppe Grillo non stia già suonando la lira sulle rovine fumanti. Invece vedo che molta gente si aspettava da loro una marcia in più. Ma vediamo il documento:

   

Chiedo formalmente scusa all’autore se prendo il suo post come esempio di un atteggiamento mentale che ho visto molto diffuso, ma che qui sopra a mio avviso arriva a livelli di comico involontario. Avevano sei mesi, dice, per raddoppiare il parco macchine. Qui credo che il pubblico si divida: da una parte quelli che annuiscono pensosi, dall’altra quelli che aggrottano la fronte e si guardano interdetti: abbiamo capito bene? Sì, abbiamo capito bene: in sei mesi il governo avrebbe potuto raddoppiare tutti gli autobus d’Italia. E tutte le corriere – ma a quel punto anche i tram e le metro, no? Mettiamoci anche i treni. E non l’ha fatto – maledetti, perché non l’avete fatto? E cosa avete fatto in tutti questi mesi invece di raddoppiare i veicoli e… “adeguare il personale scolastico”? La risposta è sulla bocca di molti: hanno comprato i banchi. Con le rotelle. Che criminali. 

Non andrò più avanti così a sfottere gente che alla fine soffre di un disagio che condivido: le quantità. Invece di prenderli in giro, perché non mi metto a cercare quanto sarebbe effettivamente costato raddoppiare i veicoli del trasporto pubblico, e a spiegare perché un raddoppiamento del genere non era non dico economicamente, ma fisicamente impossibile? Eh, ma sarebbe complicato. E i numeri comunque faccio fatica io a calcolarli e voi a leggerli. D’altro canto, basterebbe esercitare un po’ di spannometrico buon senso – quanto costa un autobus? quanti autobus servono a una città? quante città ci sono in Italia? Ma forse, ecco, molta gente pensa che un autobus non costi molto più che un’utilitaria, e che di città in Italia ce ne siano cinque o sei; e che tagliando un terzo del Senato si possa ricavare lo spazio per uno o due licei della capitale, dopodiché forse il problema è quasi risolto (mica ci sarà bisogno di licei anche fuori dalla capitale).
La cosa paradossale è che in fondo chi ci governa non ragiona in modo molto diverso di così, e la questione dei banchi lo dimostra. C’era quest’estate una forte volontà di dimostrare che la scuola era al centro delle preoccupazioni del governo. Il che è fantastico, salvo che trent’anni di progressiva riduzione dei finanziamenti e demolizione del servizio educativo nazionale non è che si possono invertire in un giorno. Mi piace immaginare un pool ministeriale mentre cerca di capire dove concentrare il budget a disposizione: serve spazio, potremmo costruire nuove scuole? Sì, ma salta fuori che raddoppiarle è impossibile. Potremmo requisire altri spazi? Con quel che costerebbe renderli a norma si spende quasi più che a costruirli. Potremmo fare questo? Non ne abbiamo abbastanza. Potremmo fare quest’altro? Non ne abbiamo abbastanza. Ma ci sarà bene qualcosa che possiamo fare. Comprare i banchi. Tutto qui? Beh, non è che non abbia senso. Tanti banchi nuovi che arriveranno in tante scuole diverse, nessuno potrà dire che il governo non pensi a loro. Salvo che comunque non c’era il tempo di costruire tutti quei banchi. Nessuna fabbrica avrebbe potuto costruire tre milioni di banchi in così poco tempo, perché tre milioni… come posso dirvelo… sono tanti
A proposito, se dessimo un autobus in più a ogni comune d’Italia, quanti autobus ci servirebbero? Quasi ottomila autobus. Ma è evidente che a qualche comune ne servirebbe qualcuno in più. Secondo voi in sei mesi si potevano consegnare ai comuni una decina di migliaia di autobus? E chi li avrebbe guidati? Certo sarebbe stato un fortissimo impulso all’economia. Quindi, suppongo, il MES andava preso senza discutere. Invece abbiamo perso tempo a discuterne. 
L’altro giorno il presidente della Regione Campania, dopo aver esaminato i dati dei contagi, ha scelto di chiudere le scuole. Ha fatto bene, ha fatto male? Prima di dirlo, siamo sicuri di avere i dati che ha lui, e di saperli leggere? E lui, li avrà letti bene? Avrà qualche persona competente intorno a sé? Sarà stato abbastanza competente nel selezionarli? E i vostri presidenti di Regione, li avete scelti altrettanto competenti, o avete votato il tale per dare un segnale a talaltro? Se poi in generale vi state domandando come mai un presidente di regione abbia tanto potere (e tanta responsabilità): vi ricordate quando un parlamento riformò il titolo V della Costituzione, se eravate d’accordo o no, e perché? Ci fu un referendum confermativo anche quella volta. Vabbe’, probabilmente molti di voi non votavano ancora. Qualcuno non era nemmeno nato. Inutile recriminare. Pensiamo al domani: quando dovremo scegliere un nuovo parlamento (dove saremo ancora meno rappresentati, visto che abbiamo deciso che ci sta bene così), sceglieremo rappresentanti competenti o preferiremo mandare qualche tizio simpatico miracolato da un sondaggio on line su una piattaforma privata, qualcuno che in cambio ci restituisca metà del suo stipendio (senza dubbio immeritato) e che poi magari si ritroverà ministro di una cosa che non capisce nella prossima emergenza? D’altro canto anche se volessimo votare dei competenti, dove li troviamo? I pochi che producono le nostre scuole difficilmente restano in Italia, e anche nel caso non hanno nessuna convenienza nel mettersi a disposizione della Repubblica – lo stipendio da parlamentare è ridicolo, una persona capace nel settore privato guadagna molto di più. Forse alla fine insistere sugli incapaci è l’unica opzione sensata – per prima cosa non rimani deluso, il che succede non di rado quando chiami un esperto. Anzi a volte l’incapace ti capita di rivalutarlo. Basta poco: che ci si metta un po’ d’impegno, che stia attento a non fare troppi casini, che non racconti barzellette ai vertici europei, ecc.

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