Questa scuola non ce la sta facendo (scusate)

Sono un insegnante della scuola dell’obbligo. Quest’estate, dopo tre mesi e mezzo di lockdown – tre mesi e mezzo in cui abbiamo inventato una didattica a distanza che prima non esisteva – ho iniziato a preoccuparmi per la riapertura delle scuole. In un primo momento sentivo che si parlava di occupare le aule solo a metà della loro capienza, per garantire il distanziamento sociale. Sarebbe stato costoso, ma efficace. Si parlava anche di fare più turni, o di alternare didattica a distanza e didattica in presenza. Si parlava di tante cose, diciamo, fino a giugno. Avremmo potuto fare scuola nei cinema, o nei teatri. Al limite per un po’ all’aria aperta, insomma l’unica cosa chiara è che non avremmo potuto entrare nelle nostre scuole, a settembre, come se niente fosse successo.

E invece lo abbiamo fatto.

A un certo punto (giugno era già passato, mi pare), certi discorsi sono scomparsi all’orizzonte. Il ministero ci ha informato che bastava un metro di distanza tra labbra e labbra, ovvero ottanta centimetri da banco a banco, e che se non avevamo banchi singoli ce li avrebbe procurati. E un po’ di mascherine. E il nastro colorato per dividere tutti i corridoi in corsie. Il gel disinfettante, fondamentale. Ah, forse anche qualche insegnante in più, ma avrebbero dovuto promettere di restare nelle nostre scuole per più anni, e non molti hanno accettato. Tutto qui. Per il resto la scuola dell’obbligo avrebbe riaperto a pieno orario, come chiedevano i genitori. E per carità, i genitori avevano tutto il diritto di chiederlo.

Così abbiamo aperto.

E come sta andando?

Mi piacerebbe poter dire: bene.

Il Mattino

Noi non è che ci siamo tirati indietro. Abbiamo svuotato le aule dagli arredi per distanziare i banchi il più possibile. Abbiamo istituito turni per entrare, turni per uscire, turni per fare l’intervallo. Abbiamo separato i corridoi in corsie, le scale in corsie. Abbiamo comprato i termoscanner, prima che il ministero decidesse che provare le temperature al mattino non spettava a noi. Abbiamo disseminato dispenser di gel disinfettante in tutti gli ambienti, abbiamo sperato per il meglio. I primi giorni i ragazzi ci hanno stupito per la disciplina; che restassero seduti pazientemente per quattro o cinque ore dopo mesi di lockdown domestico non era per niente scontato. Specie quando quello che avevano davanti non era nemmeno un loro insegnante. Perché all’inizio non avevamo nemmeno tutti gli insegnanti. En passant: se c’era un anno in cui il ministero avrebbe dovuto impegnarsi a evitare i soliti disastri con le graduatorie di concorso, era questo. Invece completare gli organici è stato più difficile nel 2020 che nel 2019. Però in un qualche modo, stringendo i denti e accumulando straordinari che forse nessuno ci pagherà, siamo riusciti ad aprire la scuola nella data che il governo aveva promesso ai genitori. Un grande successo. Complimenti al governo.

Sì, ma insomma, come sta andando?

Ecco, appunto.

Non è che mi piaccia fare il pessimista. In queste settimane, piuttosto di scrivere cose pessimiste ho preferito non scrivere niente. D’altro canto non posso nemmeno fingere che stia andando tutto bene. Confesso che mi sarebbe piaciuto annunciare dal fronte della scuola dell’obbligo che la linea teneva, che i ragazzi rispettavano il distanziamento, che i casi sospetti venivano immediatamente segnalati e che i genitori venivano a prenderli con la mascherina. Il che tutto sommato è anche vero: i ragazzi in classe rispettano il distanziamento (ma appena fuori non riescono a evitare di ammucchiarsi), i casi sospetti vengono immediatamente segnalati ai genitori che in linea di massima vengono a prenderli con la mascherina. Tutto più o meno come è previsto dalle direttive ministeriali, talvolta ondivaghe ma in sostanza ragionevoli. E quindi insomma sta andando bene?

Secondo me no.

Princeton University

Sono un insegnante. Tutte le mattine vado a scuola con la mascherina e faccio lezione, con la mascherina. Per fortuna le aule della mia scuola sono abbastanza ampie da consentire ai miei studenti di levarsi la mascherina, una volta seduti. Molti la tengono comunque. L’aula è periodicamente aerata; abbiamo gel dappertutto; facciamo l’intervallo separati dalle altre classi; entriamo e usciamo a un orario diverso dalle altre classi. Facciamo tutto quello che dobbiamo fare, nei limiti del possibile.

E ci stiamo ammalando.

Non di covid – per adesso. Ma è quel periodo dell’anno, avete presente? Ci sono almeno due virus in giro: uno gastrointestinale, l’altro è un raffreddore. Due banalissimi virus. Io tutti i giorni faccio lezione con la mascherina, in aule aerate, e i ragazzi mi seguono osservando il corretto distanziamento. Ogni tanto qualcuno si prende il virus del raffreddore. Ogni tanto qualcuno si prende quello della cacarella.

Io li ho presi tutti e due.

Quando arriverà il Covid, perché non dovrei prendere anche quello?

C’è qualche precauzione che non ho preso? Forse ho abbassato la guardia, forse ho toccato la maniglia sbagliata, forse non ho sanificato quella cattedra prima di sfiorarla, forse sono passato troppo vicino a un ragazzo mentre andavo al mio posto? È probabile, è quello che succede quando si vive nello stesso posto tutti i giorni. Io condivido il mio ambiente di lavoro con più di duecento ragazzi: che io possa davvero distanziarmi da tutti loro per cinque ore al giorno è un pio desiderio. Presto o tardi respiro la loro aria, e loro la mia. Tra un po’ arriverà anche l’influenza stagionale: negli ultimi anni mi sono sempre vaccinato, quest’anno non ho ancora capito se ci sarà vaccino anche per me. A meno che non mi convenga contrarla, restare a casa e proteggermi dal virus peggiore.

Sono un insegnante della scuola dell’obbligo. Mi hanno chiesto di aprire la scuola, era il mio mestiere, l’ho aperta. Poi mi hanno chiesto di proteggerla dal virus col distanziamento, il gel, le mascherine, e in coscienza penso di averci provato. Ma appunto, se parliamo di coscienza, io questa cosa a un certo punto la devo dire: non ce la stiamo facendo. Non così. Non è un discorso politico. Per la politica ci sarà tempo. È chiaro che ci sono delle responsabilità, è chiaro che fino a un certo punto si pensava di investire risorse e dopo un certo punto si è deciso che non ne valeva la pena. È chiaro e quando avremo più tempo ne parleremo. Ora si tratta di capire semplicemente se possiamo andare avanti così. Se lo chiedete a me, per quel poco che mi compete e ho potuto osservare: no, non possiamo andare avanti così. Magari a orario ridotto: ma così no.

Mi dispiace.

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