Bart, il più nudo di tutti

24 agosto – San Bartolomeo Apostolo (primo secolo).

"Figlio del guerriero vittorioso, figlio di colui che ascolta, dall'anima semplice e pura".

[2012]. Avete mai conosciuto un Bart Simpson? Credo di sì. Ne conosciamo tutti uno. È un ragazzino a tratti svogliato, a tratti iperattivo, dal quale possiamo aspettarci azioni di efferata crudeltà e insospettabile eroismo. Se poi ha pure i capelli a spazzola e gira in skate, magari c’è capitato di chiamarlo Bartsimpson. C’è una possibilità non remota che un giorno, quando il cartone animato oggi più famoso al mondo sarà solo una curiosità per archivisti, bartsimpson resista come sostantivo – se ce l’hanno fatta mecenate e donchisciotte, perché no? Persino gianburrasca ha avuto una chance. Chi dice “casanova” quasi mai ha letto l’Histoire de ma vie; chi userà in una lingua del futuro “bartsimpson” per dire “bimbo iperattivo” non saprà nulla del vero Bart, della sua infanzia difficile, del tormentato rapporto col padre, il bullismo subito a scuola, le umiliazioni… bartsmpson non sarà più un discorso, ma solo una parola. E non ha nessuna importanza che questa parola conservi la traccia di secoli di discorsi.

“Bartolomeo” è un ibrido curioso. “Bar” è una particella aramaica che si usa per costruire il patronimico (vuole dire “figlio di”), mentre “Tolomeo”, è un nome greco con una lunga storia che riassume tutta l’era ellenistica: è il nome del generale macedone che segue Alessandro il Grande in capo al mondo, per ritrovarsi alla fine in Egitto e fondare l’ultima dinastia dei faraoni. In realtà esiste anche il nome “Talmai” in ebraico e in aramaico, però non è da escludere la possibilità che il nome sia diventato popolare nell’area medio-orientale con la diffusione dell’ellenismo, quella forma antica di globalizzazione a cui gli ebrei avevano opposto il loro senso di appartenenza a una tradizione e a un unico Dio. Ai tempi di Gesù comunque ormai la lingua dei colonizzatori, il greco, era penetrata fino ai patronimici, fino a saldarsi con le particelle aramaiche. Quando compaiono nomi come “Bartolomeo”, tu capisci che il melting pot ha funzionato. Quindi Bar-T è il “figlio di un guerriero” (quanti secoli di significato in quella misera T). Ed è “Simpson”, ovvero figlio dei semplici – ma questa è l’etimologia più superficiale. In realtà “Simp-” è una corruzione dell’anglo “Simme”, che può essere sia la versione nordica dell’ebraico “Simon” (colui che ascolta), sia una corruzione di Sigmund. In questo caso “Sig” starebbe per vittoria, “mund” per uomo, e Simpson significherebbe: figlio dell’uomo vittorioso. In una lingua impossibile, che mantenesse il ricordo di tutti significati transitati da ogni sillaba, “Bart” e “Simpson” sarebbero quasi sinonimi: figlio del guerriero, figlio del vincitore. Come due fratelli che ignorano di esserlo, pur vivendo a fianco da una vita. Solo dimenticandosi della loro origine possono funzionare assieme. E in effetti Matt Groening quel giorno non aveva la minima idea degli ingredienti che stava mescolando: scelse Bart forse perché anagramma di “brat”, e “Simpson” era il cognome perfetto per una famiglia di sempliciotti. Inventare una parola significa strapparla a viva forza da un contesto, e darle un senso nuovo.

Insisto sul nome perché del San Bartolomeo evangelico non conosciamo molto di più. La sua popolarità passa dalla tradizione figurativa, grazie alla tradizione che lo vuole martirizzato in un modo che più spettacolare non si può: scuoiato vivo. Dove come e quando non si sa, o meglio, lo sanno tutti, ma nessuno va d’accordo: chi dice Armenia, chi India, ma il supplizio era tipico dei persiani, o dei Medi, insomma boh. Quel che importa agli artisti è che gli abbiano levato la pelle, perché un martire nudo, ancorché mutilato o abbrustolito, sono capaci di buttarlo giù tutti, ma uno scorticato, con la muscolatura in evidenza… come scriveva Alberto Savinio è “per gli scultori ciò che il Trillo del diavolo è per i violinisti”: il pezzo di bravura, il puro virtuosismo. Anche se oggi il primo Bartolomeo che viene in mente a tutti è quello del Giudizio di Michelangelo, che mostra la roncola al Gesù trionfante con aria un po’ recriminatoria, e non mostra tendini all’aria né budella a penzoloni, perché nel giorno del giudizio ci si presenta con tutte le membra a posto; d’altronde è noto che ai martiri gli organi mutilati rispuntano immediatamente, ad Agata i seni, a Giovanni Damasceno la mano e così via. Così il Bart in questione ha due pelli: quella scorticata nel martirio la tiene in mano, e tutti sappiamo che dovrebbe raffigurare Michelangelo scorticato dai suoi critici (oppure Pietro Aretino, oppure in realtà non ne sappiamo niente, salvo che prima e dopo il martirio Bart sembra aver cambiato di fisionomia: il che mi spinge ad avanzare una timida candidatura per il patrono dei sottoposti a interventi estetici).

Made by Marco d’A, bitches

Se però di Storia dell’arte vi intendete almeno un po’ sapete che il vero San Bartolomeo per eccellenza, il pezzo di bravura, il tour de force, è quello scolpito da Marco d’Agrate, che sta all’interno del Duomo di Milano. Un bel martire tutto muscoli, che si passa la pellaccia scuoiata sulle pudenda e dietro il collo a mo’ di asciugamano, un pugile che contempla la vittoria. Marco d’Agrate è vissuto nel Cinquecento, e non ha fatto tantissimo altro. Però ai suoi tempi la statua dello scorticato era considerata uno dei massimi capolavori della scultura mondiale. Lui stesso ne era consapevole, al punto da mettere nel piedistallo una firma che è un capolavoro di ambrosiana spacconeria (in un secolo, poi, in cui tanti Maestri assoluti non si firmavano nemmeno): NON PRAXITELES, SED MARC(VS) FINXIT AGRAT(ENSIS). Non so se ci siamo spiegati. No, non è Prassitele (lo scultore classico più celebre, il non plus ultra, oggi diremmo Michelangelo), non lo ha scolpito lui… ma Marco d’Agrate. Ed era così. Lo scorticato era la frontiera ultima della rappresentazione, in un periodo in cui sezionare i corpi continuava a essere una pratica a forte rischio di scomunica. Siamo tra Rinascimento e Maniera, e c’è ancora nell’aria l’idea che l’arte debba soprattutto raffigurare. Tutto. Il più fedelmente possibile. Nel Giudizio Michelangelo aveva denudato il cielo e la terra: cosa restava da fare? Levare la pelle. Marco doveva avere la sensazione di aver toccato il vertice  ultimo della sua arte: da una parte c’era Prassitele, dall’altra lui.

Oggi la gente che entra in Duomo gli passa davanti senza fermarsi. Non è cambiato semplicemente il gusto, ma la stessa idea di arte. La tendenza era già chiara quando passò Stendhal: al cicerone che gli faceva notare il capolavoro, lo scrittore arricciò il naso: ma che ci fa questa volgarità? Non starebbe meglio in un anfiteatro di anatomia? Sono passati tre secoli, e scienza e arte hanno preso due strade diverse. Raffigurare scrupolosamente il corpo umano non è più l’obiettivo degli artisti, i modellini anatomici vengono prodotti in serie, San Bartolomeo rimane lì per inerzia, ma i turisti preferiscono la madonnina placcata oro.

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