Con tutti questi errori, di sicuro stiamo imparando

8. While My Guitar Gently Weeps (George Harrison, The Beatles, 1968).

Con tutti gli errori che facciamo, di sicuro stiamo imparando tantissimo. Tutto il narcisismo e la competitività di cui erano capaci non avevano mai impedito a Paul McCartney e John Lennon di riconoscere una buona canzone del rivale, quando la sentivano. Era una questione di priorità: difendere la propria individualità creativa veniva molto dopo l’opportunità di incidere buone canzoni (e guadagnarci). Il più critico dei due, Lennon, non aveva nulla da eccepire al fatto che McCartney incidesse cose smaccatamente mccartneyane come Michelle o Hey Jude. Purché fossero buone canzoni. E allora com’è possibile che né John né Paul non si siano accorti subito di che bomba George Harrison stava per sganciare? Non ci sono scusanti: la versione incisa e Esher all’inizio dei lavori è già completa in sé: più svelta, ma molto più vicina al risultato finale di altri abbozzi proposti dai colleghi. Sembra già molto promettente. Ma una volta arrivati ad Abbey Road, George scoprì che gli altri due non la stavano prendendo seriamente. Non riusciva a coinvolgerli, non ci credevano. Cosa impediva di riconoscere in While My Guitar un pezzo forte dell’album in lavorazione? Cosa non riuscivano a sentire, che a noi invece risulta così evidente? 

While My Guitar segna il ritorno di Harrison alla strumentazione occidentale, dopo un’avventura indiana che lo aveva coinvolto sempre più intensamente dalla fine del 1965 fino al soggiorno di Rikikesh, nel resort di Maharishi. Non è escluso che le cattive vibrazioni sperimentate in quell’occasione possano aver indotto Harrison a rivolgere di nuovo il volto a ovest, ma bisogna aggiungere che Harrison non smise mai di praticare la meditazione, né di collaborare con Ravi Shankar: tracce della sua esperienza indiana rimarranno iscritte indelebilmente nel suo stile chitarristico. Harrison smise di portare il sitar nei dischi dei Beatles perché ormai lo stava prendendo troppo sul serio, e tutta quella serietà non si adeguava all’universo giocoso dei Beatles. La decisione di rimettersi a scrivere pezzi rock per una rock’n’roll band avrebbe complicato un equilibrio sempre più fragile. John e Paul avevano sempre incoraggiato e appoggiato le sue sperimentazioni. Ai suoi raga e ai suoi mantra avevano ritagliato un ghetto dorato in Sgt Pepper. Un George che si rimetteva a scrivere pezzi rock invece suscitava diffidenze. Eppure George non faceva che rielaborare gli stessi stimoli che Paul e John avevano avuto durante il soggiorno indiano. Anche lui come loro si era trovato un po’ più spesso del solito con una chitarra in braccio e ne aveva approfittato per arricchire il suo stile di fingerpicking. La strofa di While My Guitar è un esempio di scuola di descending bassline, il trucco semplice e potente intorno al quale McCartney aveva scritto Michelle (una vaga traccia dello stesso trucco si trova nel bridge di un brano proposto da George Harrison ai colleghi addirittura nel 1964, You Know What To Do). Anche Lennon aveva portato un brano acustico costruito intorno a una linea di basso discendente, Cry Baby Cry. In italiano di solito traduciamo “cry” e “weep” con lo stesso verbo, ma “cry” si usa per i pianti molesti che ci svegliano nel cuore della notte, “weep” per i singhiozzi sommessi. “Gently cry” non avrebbe senso: “gently weep” fu un’espressione che George trovò aprendo una pagina di libro a caso, come fosse un I-Ching. Qualcun altro a quel punto si sarebbe calato in un personaggio che piange, ma George non amava fare spettacolo dei suoi sentimenti: a piangere dolcemente sarebbe stata la chitarra: un’ottima idea per una metacanzone (e anche una strategia per rimettere in primo piano il suo strumento). 
La strofa di While My Guitar, nelle sue versioni acustiche, ricorda ancora irresistibilmente The House Of the Rising Sun: la discesa del basso, un capotasto alla volta, è un’analogia musicale alla discesa del protagonista nel vizio e nella perdizione. È una suggestione a cui lo stesso Harrison non riesce a sottrarsi: in While My Guitar riaffiora la sua vena moralistica, pur disturbata da un gusto un po’ importuno per i giochi di parole “I looked on the floor and I note it needs s-weeping“. Così come John è il maestro della prima persona (nel senso che parla quasi sempre di sé) e Paul della terza (si inventa sempre personaggi), George della seconda (si sta sempre rivolgendo a qualcuno, molto spesso in tono polemico). È un atteggiamento che esplode nella strofa, che pure abbina a una melodia molto più conciliante una serie di sentenze senza appello: nessuno ti ha spiegato come distendere il tuo amore, sei stato pervertito, allontanato, invertito, venduto e comprato, non so il perché ma è andata così. La musica sembra molto più tollerante di quanto non ci autorizza a pensare il testo: lo stesso George non era sempre il moralista introverso che rischiava di rappresentare in pubblico. Una volta constatato il boicottaggio più o meno consapevole dei colleghi, avrebbe potuto chiudersi a riccio e cominciare a pensare a una carriera solista che appariva ormai inevitabile, o destinare While My Guitar a qualche altro artista della scuderia che stava allevando in seno alla Apple. Ebbe un’idea migliore: invitò Eric Clapton alle prove, gli cedette l’assolo di chitarra piangente che avrebbe dovuto essere il fulcro del brano. Bastò questo a scuotere dal torpore Lennon e soprattutto McCartney, che alla fine ebbe una buona idea per l’introduzione, quel tasto di pianoforte che suona come la campana del destino. 
Un’altra impronta indelebile di Paul è il fraseggio del basso nella strofa, un prestito doo-wop quasi parodistico che lascia un senso di straniamento: altrettanto parodistica suona la sua breve scala ascendente tra strofa e ritornello, da addebitare alla sua fobia per il vuoto, l’ossessione per non lasciare mai nascosto nessun collegamento tra due accordi. A Harrison probabilmente non piaceva (la si sente molto meno in qualsiasi sua versione successiva). Eppure è uno degli elementi più beatlesiani del brano: ci aiuta a ricordarci che malgrado Clapton stia suonando uno dei suoi assoli migliori siamo ancora in un brano dei Beatles, in uno scherzo, in una festa. Non tutti si stanno divertendo: qualcuno in sottofondo sta singhiozzando… ma è ancora una festa.

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