Rita l’impossibile, una spina nel cervello

22 maggio – Santa Rita da Cascia (1381-1447), donna dei prodigi.

Con l’aiuto dell’Onnipotente vincerò

[2012]. Erano mesi che aspettavo, ma finalmente oggi è il 22 maggio e vi posso mostrare in tutto il suo splendore la monumentale Santa Rita di Cascia di Santa Cruz, Rio Grande do Norte, Brasile. Coi suoi 56 metri d’altezza, la signorina qui (opera di Alexandre Azedo Lacerda) può serena-mente mangiare in testa al Redentore di Rio de Janeiro, e anche la Statua della Libertà deve stare molto, moolto attenta, che Rita è appena un metro più bassa, ma ha l’aria più robusta. Poi che altro dire. Io la prima volta che l’ho vista ho avuto un’illuminazione, ho capito che dovevo tenere una rubrica dei santi da qualche parte. Solo i santi ispirano cose del genere. I santi, i supereroi americani e i robot giapponesi, ma sulla distanza io non scommetterei troppo su Daitarn3 o l’incredibile Hulk. Rita c’era prima di loro e ci sarà anche quando loro se ne saranno andati, con la sua spina retrattile in fronte e il suo crocione contundente. Ma chi era Santa Rita da Cascia? Perché la chiamano la Santa degli impossibili? Ma anche: dove accidenti è Cascia? In provincia di Perugia. Rita è una di quelle sante più invocate che conosciute, e c’è un motivo. La Rita originale, quella su cui si sono incrostati i miracoli più fantasiosi, è un personaggio piuttosto inquietante.


Nata sul finire del difficile XIV secolo (epidemie, recessione economica, terremoti, tutto un repertorio che ormai vi è noto), Rita è un altro esempio anti-romantico e anti-illuminista di donna che vorrebbe disperatamente entrare in convento, se la famiglia non la costringesse a sposare un uomo violento e darle due figli. Il marito, ufficiale di qualche soldataglia di ventura, finirà ammazzato in una delle classiche faide famigliari con le quali si ingannava il medioevo nei piccoli centri. Se Sant’Albano è un Edipo battezzato alla benemeglio, Rita è la Medea cristiana, che per spezzare le catene dell’odio non uccide i suoi due figli, ma prega Dio di prenderseli con sé alla svelta, che alla fine è la stessa cosa. Nel giro di un anno Dio la esaudisce: i figli muoiono, la faida secolare s’interrompe, ma il senso di colpa la schianta. Forse la spina che le si conficca nel cervello, trent’anni più tardi, ne è ancora un segno.

Rifiutata dal convento delle agostiniane, Rita si fa miracolosamente paracadutare entro le mura di cinta dai suoi tre amici altolocati: Sant’Agostino, San Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, non ancora santo ufficiale (ma grazie a lei lo diventerà). Quando se la ritrovano in casa, le sorelle fanno buon viso a cattivo gioco: bisogna dire che all’inizio Rita è la collega ideale, se ne sta sempre confusa sullo sfondo. L’unico episodio singolare avviene nel 1432, quando al termine della funzione del Venerdì Santo sulla sua fronte spunta una spina della corona di Gesù. La badessa proibisce allora a Rita di recarsi a Roma in pellegrinaggio, ché non son cose da mostrare in giro, le suore trafitte da spine. Rita al pellegrinaggio ci tiene molto, ha intenzione di perorare la causa di beatificazione di Nicola da Tolentino: così la spina per qualche giorno si ritrae, e Rita può partire. Ricomparirà miracolosamente al suo ritorno a Cascia. Ha ormai cinquant’anni: porterà la spina in fronte per altri quindici, medicando quotidianamente la ferita, il suo chiodo fisso. Le cronache non riportano altre stranezze, salvo una stravaganza che la vecchierella si sarebbe concessa sul letto di morte: a un parente venuto a trovarla chiese di portarle una rosa del suo vecchio orto. Il tizio osserva, imbarazzato, che siamo in pieno inverno, ma si reca ugualmente nell’orticello e in mezzo alla neve… trova una rosa appena sbocciata. È chiaramente un miracolo postumo, suggerito a qualche anonimo predicatore dall’elemento della spina. Sono postumi, e di origine antichissima, anche i miracoli a base di api, che le avrebbero depositato il miele nella bocca da bambina (lo stesso prodigio è attribuito a Sant’Ambrogio e ad altri).

Lo sai che non esisti? O se esisti, esisti male?

La vera carriera di Santa degli Impossibili comincia immediatamente dopo il trapasso: guarisce la zoppia del falegname venuto a farle la cassa. La stessa bara verrà rimossa e sostituita da una teca di cristallo e argento, man mano che i prodigi concessi ai fedeli si faranno più eccezionali e sorprendenti. All’interno della teca, il suo corpo si conserva mirabilmente, dicono: attualmente testa mani e piedi sono incartapecoriti, e sotto l’abito si indovinano le ossa. Ma va bene così, c’è fior di santi che sono durati anche meno di sei secoli. Per il resto la Chiesa ufficiale è scettica, a canonizzarla ci mette quattrocento anni, finché a furia di miracoli Rita non riesce a convincere anche Leone XIII, che la nomina santa già nel 1900.

A questo punto dovrei enumerare, con esibita ironia, i miracoli più eccezionali attribuiti alla Santa dal Cinquecento in poi, ma non me la sento. Per prima cosa, un elenco di siffatti miracoli non è poi così facile da trovare, e i più famosi (la spina, la rosa, le api) si lasciano smontare fin con troppa facilità. Ma i classici miracoli di Rita sono fatti privati: un marito disperso in guerra, un cancro al pancreas, una media del quattro in greco. Dietro a ogni ex voto c’è una storia di disperazione e un fiore sbocciato all’improvviso, e io mi sento a disagio, con la disperazione non si scherza. Non mi piace chi ci specula su nelle dirette del pomeriggio, ma farci dell’ironia non sarebbe un modo appena un po’ più elaborato di specularci su? Un giorno potrebbe capitare anche a me di trovarmi in guai così grossi da invocare una santa degli impossibili: prego che non succeda mai, ma appunto, chi prego?

Uno dei miei miracoli preferiti è quello che portò l’anziano Dino Buzzati, nel 1970, a scrivere e dipingere il suo ultimo capolavoro, I miracoli di Val Morel. Nella prefazione spiega di aver trovato, durante una delle sue camminate in montagna, un vecchio santuario dedicato alla santa, rivestito di ex voto naïf che in realtà fu proprio Buzzati a dipingere negli ultimi mesi di febbrile lavoro. Sapeva di avere poco tempo a disposizione, ma in fondo era Buzzati, lo sapeva da una vita. Nelle tavole la Santa è già una super-eroina che sconfigge i mostri giganti e i mostri sotto il letto, ammaestra le formiche del cervello, salva i grattacieli abbattuti dalla folgore. Buzzati è uno dei più grandi scrittori e inventori di immagini che abbiamo avuto, ma facciamo ancora fatica a riconoscerlo, a riconoscergli un posto nel canone. È un po’ la stessa fatica che dovette fare Rita per imporsi nel calendario. Entrambi lavoravano con la nuda disperazione, un argomento che nelle accademie non si porta molto bene. Nessuno li stronca più, ormai, ma nessuno ha il coraggio di invocarli a voce alta. Li preghiamo di nascosto, la sera: spirito di Dino Buzzati, fammi fare sogni orribili che io possa raccontare, fammi dormire qualsiasi sonno tranne quello noioso dei giusti.

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