Inguardabile, inascoltabile, impresentabile Sanremo

  • Questo Sanremo è stato inguardabile. Non è un’opinione, non è neanche una valutazione tecnica. Questo Sanremo era proprio impossibile da guardare nella sua integrità. Non è che tutti possano fare le due del mattino per cinque giorni alla settimana, come candidamente proponeva Amadeus in conferenza stampa: eddai, è una festa, dormiremo la prossima settimana. Eh, cosa?
    • Un’ipotesi è che la direzione di Rai1 abbia frainteso le conclusioni di Luca Ricolfi sulla Società-signorile-di-massa e ci abbia preso per un parco buoi di sfaccendati che non hanno la sveglia alle sette del mattino né questa settimana né la prossima.
    • Un’altra ipotesi è che la tv abbia varcato il punto di non ritorno dell’autoreferenzialità: non c’è più una quarta parete oltre lo schermo, per Amadeus Sanremo è uno spettacolo su misura, costruito sulle sue aspettative e sulle sue necessità e il pubblico può anche addormentarsi – l’importante è che la quota concordata lasci accese quelle dannate scatolette auditel. Il giorno dopo poi ti spiegano tutti orgoglioni che all’una del mattino avevano il 60% dello share, beh, è davvero incredibile che a quell’ora qualcuno invece di dormire davanti a una televendita o a un Law and Order sia curioso di cosa combinano Bugo e Morgan.
    • La terza ipotesi – suggerita anche da Rosario Fiorello verso la fine – è che alla fine non freghi più niente a nessuno di quanto dura la diretta: tanto su youtube e raiplay si può recuperare tutto il giorno dopo, con comodo. In questo senso l’importante non era tanto tenere svegli milioni di italiani, quanto infilare nel varietà la maggior quantità di numeri memorabili, di potenziali highlights. Bugo e Morgan sbroccando non ti alzano l’audience nell’immediato, ma il giorno dopo faranno il pieno di condivisioni e quindi conviene mandarli il più tardi possibile (anche perché più tardi è, più è facile che sbrocchino). È la naturale evoluzione del varietà, la sua parcellizzazione, in un mondo in cui ormai Sanremo è l’unico varietà che la gente ritenga ancora necessario guardare, e quindi bisogna infilarci tutto il repertorio che farebbe una mezza stagione: la reunion dei Ricchi e Poveri, la svolta heavy metal di Rita Pavone, Benigni che tenta l’esegesi del Cantico dei Cantici, la resurrezione di Sabrina Salerno, sono tutte cose che ormai ha senso fare soltanto a Sanremo – insieme ad altre decine di cose che cucite tutte assieme rendono Sanremo uno show inguardabile, ma appunto: non è più previsto che nessuno se lo guardi dall’inizio alla fine. (Anche ai tempi di Eschilo, non è che tutti si guardassero tre tragedie in un giorno, fidatevi, molta gente arrivava tardi).

  • Questo Sanremo è stato inascoltabile. Anche questa non è un’opinione: semplicemente è stato impossibile per quattro giorni farsi un’idea delle canzoni guardando lo show. Sembravano la cosa meno importante: sembrava che Amadeus se ne vergognasse e non avrebbe avuto tutti i torti. Vale d’altronde per le canzoni lo stesso discorso fatto sopra per lo show: ormai chi davvero vuole ascoltarsele fa molto prima a cercarle in streaming o in radio. La tv è meno adatta alle canzoni inedite, e questo non lo scopriamo da oggi. È sufficiente guardare come funzionano i talent più rodati, come X Factor, che agli inediti arriva solo dopo un mese di cover e un’attenta costruzione dei personaggi e dell’evento. A Sanremo invece si aspettano tutti di ascoltare e guardare una trentina di esibizioni di canzoni inedite e questo probabilmente è l’incubo di ogni direttore artistico: come faccio a mantenere l’attenzione di un pubblico che non ha mai ascoltato un solo ritornello? Se solo la gente sapesse quel che vuole davvero – ma non lo sa. La gente vuole ascoltare musica, ma la musica che conosce già. Una soluzione adottata da molti, mi sembra da Fazio in poi, è stata alternare gli inediti ai classici, dedicandovi una serata intera, ma anche siparietti di ospiti nelle altre tre. Nei casi in cui poi il presentatore era un cantante (Morandi, Baglioni), lo show diventava una specie di recital, e il pubblico non sembrava sgradire. Quest’anno il direttore artistico era Amadeus che forse è stato l’unico essere umano su quel palco a non cantare. Lui e Toti. Non le ho contate, ma almeno nell’ultima serata l’orchestra deve avere affrontato qualcosa come cinquanta partiture diverse – voglio sperare in un congruo straordinario, perché altrimenti li avrebbero pagati praticamente un euro a partitura. Il paragone con l’anno scorso è inglorioso, ma probabilmente è stata l’edizione dell’anno scorso a essere eccezionale: uno dei rari casi in cui Sanremo ha fotografato davvero la situazione e perfino l’evoluzione della musica italiana. Non succede quasi mai, anche perché quasi mai alla direzione artistica c’è qualcuno che di musica si interessi davvero. Non è la priorità, non lo è tipo dal 1970, ogni tanto per caso passa un Baglioni e ci fa sentire la differenza, ma non c’è da abituarcisi.
  • (So per certo che almeno cinque voti per i Pinguini Tattici Nucleari sono stati rimandati dalla TIM al mittente).
  • Questo Sanremo è stato presentato da Amadeus e in un altro Paese probabilmente quest’ultima cosa sarebbe un dettaglio. Non in Italia, dove il Presentatore non è un semplice inserviente che presenta lo spettacolo e si toglie dai piedi, ma la figura cardine di tutto lo show, l’Impresario del circo (anche nel senso che ci si aspetta che entri nell’arena a fare la spalla ai clown), una specie di parodia sempre meno buffa del Tiranno. Non solo presentatore, quindi, ma anche direttore artistico: si dà per scontato che Sanremo debba assomigliargli. Questa cosa, che lascia perplessi anche quando viene affidata a personalità eccezionali, esplode in tutta la sua assurdità quando a salire sul trono viene eletto un onesto ma opaco professionista come Amadeus. Non credo che nessuno a parte Amadeus stesso sentisse l’esigenza di assistere a uno spettacolo di Amadeus con le canzoni scelte da Amadeus, eppure è questo che la Rai ha iniziato a venderci mesi prima, con gli spot: ci veniva chiesto di tifare per Amadeus perché partecipare a Sanremo era il sogno di tutta la sua vita. Tutto questo è assieme italianissimo e assurdo. Che poi il tizio si sia infilato in una specie di delirio di onnipotenza e abbia deciso che il suo spettacolo poteva protrarsi oltre le due del mattino per cinque giorni , beh, è un risultato di questo stato di cose: lui ne è più vittima che responsabile, nulla è più pericoloso di un umile che la sorte proietta sull’altare. Ora chi ci salverà da un Amedeus II, e da un terzo, se non un’intera dinastia da far impallidire l’età pippobaudesca? I giornali, solo loro forse potrebbero e spero che già si stiano sforzando in tal senso, scavando gallerie di obiezioni sotto la fortezza dell’auditel. Chi se non loro può denunciare questo stato di cose, ed ergersi a difensore di quel buon vecchio Sanremo che potevi guardare coi tuoi amici e a mezzanotte, vah, diciamo l’una si usciva a ballare? Chi se non loro può affermare a gran voce e titoli a tre colonne che un Sanremo di questo tipo è inguardabile, inascoltabile, impresentabile? Solo loro possono, e tuttavia.

Tuttavia non so se lo stanno facendo.
In effetti non li sto più comprando.
Ecco, forse la deriva di Amedeus parte da qui. Non c’è più nessun vero contropotere critico all’orizzonte, non c’è più nessuno che possa dirgli no, senti, adesso hai proprio esagerato. C’è solo l’auditel – e l’auditel gli dà ragione.

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