Kizito e Carlo Lwanga, martiri di Buganda

3 giugno – San Carlo Lwanga, San Kizito e i loro undici compagni, martiri d’Uganda (1886)

La vetrata che ricordo io però è più bella.
Senza essere nulla di
artisticamente rilevante,
la vetrata che ricordo io
però è più bella.

C’è una chiesetta da queste parti, in cui nessuno mette piedi da due anni ormai. È una piccola pieve romanica molto rimaneggiata, che a dispetto dei sigilli e dell’incuria non vuole saperne di crollare. Nel coro della chiesetta c’è una vetrata istoriata che risale agli anni Ottanta del secolo scorso – il momento in cui l’astrattismo simbolico conciliare cede al riflusso del realismo e dopo tanti agnelli, anelli, croci e mani giunte, finalmente si rivedono sulle finestre le sane vecchie storie di santi. I due protagonisti della vetrata, che pregano sommersi dalle fiamme, hanno qualcosa che li rende particolari: sono neri, neri dell’Africa. Una didascalia in calce li chiama Carlo Lwanga e Kizito, martiri in Uganda. La vetrata testimonia la passione missionaria di quella minuscola parrocchia, accennando a una storia che da piccolo nessuno mi sapeva raccontare. Prima o poi, pensavo, qualche missionario in vacanza al paese mi avrebbe ragguagliato su quei due neri in un roveto ardente. Ma non successe mai, e ci ho messo anni a scoprire il perché. Il martirio del robusto lottatore e catechista Carlo Lwanga, del suo più giovane studente Kizito, e di altri undici compagni dai nomi molto difficili da trascrivere, non è una semplice storia di eroismo e testimonianza della fede.

C’entra anche il sesso.

E c’è poco da scherzare. Un anno fa mi capitò di raccontare la leggenda del martire Pelagio, fatto a pezzi dal sultano malvagio perché non rispondeva alle sue avances. Pura propaganda omofoba e antislamica messa in giro dalla prima drammaturga europea, Rosvita di Gandersheim, durante la riconquista cristiana della Spagna. Mentre dalla Germania alla Castiglia si spacciavano storie di califfi sodomiti e pedofili, i califfi veri lanciavano i gay dalle torri. Dalle due parti del fronte rimbalzavano le stesse accuse di virilità deviata. Pelagio probabilmente non è mai esistito, è il fantasma di una purezza che esiste solo nei sogni di chi non ha mai visto una guerra dal vero. Ma non facciamo in tempo a derubricarlo a leggenda medievale, che inciampiamo in Kizito.

L'unica foto che ritrae Kizito e compagni
L’unica foto che ritrae Kizito e compagni

Kizito non è medievale e non è una leggenda. È realmente vissuto, almeno per 14 anni, nel cuore dell’Africa: un mondo alieno che gli europei scoprono soltanto nell’Ottocento, dove al loro passaggio molti fantasmi occidentali prendono vita. Kizito ebbe il dubbio onore di essere scelto tra i paggi di Mwanga II, kabaka (re) di Buganda, al tempo una delle nazioni più importanti dell’Africa orientale. Gli agiografi del XXI secolo lo descrivono come un sovrano dissoluto, dedito a vizi d’importazione:

“Da mercanti bianchi venuti dal nord, ha imparato quanto di peggio questi abitualmente facevano: fumare hascisc, bere alcool in gran quantità e abbandonarsi a pratiche omosessuali. Per queste ultime, si costruisce un fornitissimo harem costituito da paggi, servi e figli dei nobili della sua corte.” 

L'unica foto che ritrae il Kabaka Mwanga II
L’unica foto che ritrae il Kabaka Mwanga II

Prego notare il razzismo al contrario, che pur sempre razzismo è. Hascisc, alcool, sodomia: tutto deve venire per forza dai corruttori bianchi. Eppure l’abitudine a circondarsi di un harem di prepuberi era antica e consolidata, presso i kabaka. Possiamo dire che fosse parte delle prerogative reali, così come la poligamia su larga scala: il padre di Mwanga aveva avuto 85 mogli, lui si limitò a 16. Se ci immaginiamo un anziano vizioso siamo un po’ fuori strada, perché nel 1884, quando fu scelto da un collegio di anziani come successore del re appena morto, aveva soltanto sedici anni.

Ne aveva solo due in più quando mise fine alla politica di tolleranza che aveva permesso a suo padre di mettere cattolici, anglicani e musulmani gli uni contro gli altri, e lanciò ai cristiani della sua corte un ultimatum: rinnegate la vostra fede e sottomettetevi ai miei appetiti, oppure morite.

Tra i primi caduti il vescovo inglese James Hannington, assassinato nel suo villaggio. Quando il maggiordomo di corte (nonché sacerdote cattolico), Joseph Mukasa, accusò Mwanga di essere il mandante dell’omicidio, e lo rimproverò esplicitamente per le sue pratiche omosessuali, Mwanga lo fece giustiziare con una coltellata al cuore. Charles Lwanga, già primo tra i paggi reali, ne prese subito il posto.

martiri d'uganda

Pare che Mwanga lo ammirasse anche come wrestler. Ma Charles oltre che lottatore era un buon cristiano, maestro di catechismo addirittura: e molti paggi reali erano suoi catecumeni. Il giorno successivo si autoaccusa al cospetto del re con una ventina di suoi studenti. Mwanga non li fa ammazzare subito. Spera che il tempo, e un po’ di tortura, giochi a suo favore. Quando la sua residenza va a fuoco li porta con sé nella sua villa sul lago Vittoria: un lungo viaggio durante il quale alcuni compagni di Charles e Kizito muoiono trafitti dalle lance della guardia reale. Per tutto il tempo, raccontano gli agiografi, Mwanga non cessa gli approcci sessuali nei confronti dei suoi prigionieri, ma Charles riesce a difenderne l’onore. Quando il 3 giugno viene posto sulla pira, gli aguzzini hanno cura di accendere il fuoco sotto i suoi piedi, e si assicurano di carbonizzarli prima di dare fuoco al resto del corpo. Mentre muore, Charles dice due cose: “mi bruciate ma è come se rovesciaste acqua addosso al mio corpo” e katonda“, mio Dio. Con lui, anche dieci sacerdoti anglicani e due musulmani. A suo modo Mwanga non faceva differenze.

Ronald Muwenda Mutebi II e Sylvia Nagginda

Ronald Muwenda Mutebi II e Sylvia Nagginda

Lo scandalo per il massacro fu il pretesto che spinse i britannici a entrare nel Buganda, appoggiando una rivolta islamo-cristiana contro gli animisti governativi. Mwanga dovette scappare. Al suo posto, gli inglesi pescarono uno dei più di cento fratellastri. Durò un mese, e poi fu sostituito da un altro fratellastro. A questo punto Mwanga II rientrò in ballo, promettendo tra trasformazione del Buganda in un protettorato in cambio del suo reinsediamento al trono. Di lì a dieci anni avrebbe capeggiato due rivolte anti-inglesi, per finire i suoi giorni in esilio alle Seychelles, dove fece in tempo a convertirsi e morire a 35 anni, una vita intensa. Gli anglicani lo battezzarono ironicamente col nome di Daneri, Daniele: il libro della Bibbia in cui si racconta dei ragazzini che furono gettati in una fornace e non tradirono il loro Dio. Sì, ma loro dalla fornace uscirono illesi.

Kizito e i suoi compagni bruciarono vivi. Charles gli aveva promesso: Se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano. Gli ultimi giorni della sua vita, il ragazzino li passò tra due fuochi non letterali: quello del supplizio minacciato dal re, e quello dell’inferno evocato dal suo educatore, Charles. Vinse l’educatore, dal suo punto di vista un successo glorioso. Dal mio non saprei, ma è ingiusto sovrapporlo a una storia che conosco appena.

Il Buganda esiste ancora, è una regione autonoma che occupa un quarto dell’Uganda, ci vivono sette milioni di abitanti. L’odierno kabaka si chiama Muwenda Mutebi II. Sua moglie, la regina Sylvia Nagginda di Buganda, è molto impegnata in campagne di scolarizzazione e prevenzione delle malattie infettive.

via Blogger http://bit.ly/2HRQ2hk

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