Ciccio, l’eremita a corte del re

Tre uomini in saio, attraverso lo stretto di Messina.
Tre uomini in saio, attraverso lo stretto di Messina

2 aprile, San Francesco di Paola o da Paola (1416-1507), eremita d’esportazione.

[2014]. Essere eremiti di successo è complicato. La logistica, ad esempio: devi vivere in un luogo lontano da tutti, ma non del tutto irraggiungibile, sennò rischi che i pellegrini si scelgano un altro venerato maestro. A Paola (provincia di Cosenza) a un certo punto si decise di costruire un ponte tra le due sponde scoscese di un torrente, che avrebbe accorciato di molto il faticoso percorso dei devoti all’eroe locale, Francesco detto Ciccio. Per fare i ponti, però, bisogna venire a patti col demonio: ciò è noto sin dal tempo dei Longobardi, e anche i santi più facili al miracolo si sono rassegnati: Dio fa tante cose, ma i ponti sono una specialità demoniaca.

Persino Francesco di Paola, che aveva attraversato lo stretto di Messina sul suo mantello per non pagarsi il traghetto; Francesco di Paola che aveva resuscitato il suo agnellino preferito facendolo uscire illibato dal forno da dove gli operai si aspettavano uscisse un abbacchio cotto e croccante; Francesco che per i suoi prodigi sarebbe stato invitato alla corte del re di Francia; persino lui dovette chiedere una consulenza ingegneristica al demonio. In cambio il demonio, come sempre in questi casi, richiese l’anima del primo essere vivente che avrebbe transitato sul ponte. Francesco accettò e, a lavori ultimati, fece attraversare il ponte a un cane.

Il demonio si arrabbiò molto, o almeno così dice la leggenda: ma siccome il trucco era vecchio di secoli, e adoperato in dozzine di ponti medievali in tutta Europa, viene il sospetto che sia tutta una messinscena, e che il demonio sia al contrario piuttosto ghiotto di anime di cani, maiali o altri animali. Non si spiega altrimenti la buona volontà con cui è disposto a edificare ponti a qualsiasi altezza, dimostrando capacità ingegneristiche elevate, sempre col pretesto di pigliarsi la prima anima che passa, e sempre costretto ad accontentarsi della povera bestiola il cui transito è una specie di cerimonia inaugurale, forse di origine pagana, tanto è diffusa in tutto il continente. Ponti del diavolo ce n’è dappertutto anche in Italia: quello di Paola è anzi uno degli ultimi, il medioevo ormai è finito. Il diavolo che finge di adirarsi col santo sembra volersi prestare a un’ultima sacra rappresentazione: la colluttazione lascia sul ponte una traccia, una buca in cui ancora oggi i viandanti sputano, anche chewing-gum se capita di averne in bocca.

Dai, non dite che non ci somiglia.
Dai, non dite che non ci somiglia

Sospeso tra medioevo ed epoca moderna, Francesco di Paola è un santo attualissimo: è difficile impedire alla fantasia di visualizzarlo con i tratti di un altro meridionale frate dei miracoli, Francesco Forgione, più noto come Padre Pio di Pietrelcina. Non si può escludere che tra le cause del successo di quest’ultimo ci sia la facilità con cui la sua figura aderiva a un modello già elaborato e diffuso da secoli: un frate barbuto, burbero e penitente, la cui severità è temperata dalla generosità con cui dispensa i suoi prodigi. Entrambi sembrano ricevere il loro destino insieme al nome di battesimo: Forgione chiese di entrare in convento a 14 anni, Francesco “Ciccio” di Paola a 13 fu contattato in sogno da un frate che gli ricordò il voto fatto dai genitori, già in età avanzata: se avremo un primogenito lo consacreremo a Francesco d’Assisi. Già da bambino del resto gli era stato imposto per un anno il saio francescano, affinché guarisse da un’infezione agli occhi.

Nel 1429 entra quindi in un convento a Cosenza, ma vi resta solo per l’anno di prova, quanto basta per stupire i confratelli con un primo assaggio di effetti speciali: Ciccio si sta già esercitando a reggere i carboni ardenti nelle mani, è in grado di accendere le candele con un semplice sfioramento; a volte riesce a essere simultaneamente sia nella cappella sia nel refettorio (è la bilocazione, un altro grande classico di Padre Pio). Ma il saio dei francescani regolari gli sta troppo stretto, o troppo largo, a seconda dei punti di vista. L’anno successivo coinvolge i genitori in una specie di grand tour della spiritualità nell’Italia centrale: visita Assisi, Loreto, Montecassino, nonché ovviamente Roma, dove rimprovera un cardinale per gli abiti sfarzosi. Al suo ritorno, decide di fare il francescano in proprio, ritirandosi sui monti. È una scelta estrema e anche un po’ pericolosa: non solo l’epoca d’oro degli anacoreti era tramontata da secoli, ma da almeno cent’anni le gerarchie ufficiali della Chiesa guardavano con sospetto a chi interpretava la povertà francescana in senso troppo letterale. Lo scontro tra frati conventuali e spirituali era terminato con l’espulsione di questi ultimi; altre esperienze borderline, come quella dei fraticelli, erano state represse con la spietatezza riservata alle correnti eretiche. La povertà era potenzialmente rivoluzionaria.

Ciccio in realtà non rischia niente finché nessuno si accorge di lui: le cose cambiano quando i cacciatori cominciano a parlare di un sant’uomo ritirato sulle montagne. Ai primi ammiratori che lo raggiungono, Ciccio impone un regime durissimo: niente carne né latticini o uova, una quaresima di trecentosessantacinque giorni che si aggiunge ai tre voti francescani (povertà, castità, obbedienza). Anche all’ispettore ecclesiastico inviato da Roma, Baldassarre de Gutrossis, Francesco non nasconde la sua dieta vegan. Questo regime è impossibile, gli obietta il prelato. Nulla è impossibile a chi ama Dio, ribatte Ciccio, prendendo in mano un tizzone ardente a mo’ di dimostrazione. Baldassarre riparte in fretta per Roma, deposita una relazione entusiastica, e ritorna a Paola, dove aiuterà il santo verdurista a organizzare un vero e proprio Ordine. Quando l’approvazione del Papa arriva, nel 1474, Francesco ha quasi sessant’anni, e anche se tra la corte di Napoli e la Sicilia ha viaggiato molto più di quanto ci si sarebbe aspettato da un eremita, tutti si aspettano che termini i suoi giorni in uno degli eremi da lui fondati. E invece, nel 1482, l’imprevisto: Francesco riceve un invito che non può rifiutare, dal più potente regnante europeo, Luigi XI detto il prudente.

Lui si è fasciato la testa per anni,
poi è morto e suo figlio ha sbattuto
la sua contro una trave.

Qualcuno lo ha anche chiamato il re Ragno, per la pazienza e l’astuzia con cui tesseva le sue trame. Un Andreotti medievale, che eredita dal padre la Francia uscita intera dalla guerra dei Cent’Anni e la traghetta verso il Rinascimento. Luigi XI era piuttosto brutto e andava sempre in giro con un berretto. Per alcuni storici non si trattava di un semplice trucco per mascherare le calvizie, ma di un’imbottitura che gli impediva di picchiare troppo forte la testa durante una delle sue crisi apoplettiche. In realtà non sappiamo esattamente di cosa soffrisse, ma la sua ostinazione a vivere lo portò a radunare a corte il fior fiore dei dottori del tempo, e a dare un nuovo impulso alla scienza medica. Verso i sessanta però doveva aver esaurito la pazienza: cominciò a rivolgersi ai guaritori.

A quel punto la fama di Francesco aveva già oltrepassato i confini, ma il santo non si sarebbe certo lasciato smuovere né da un ordine del re né dalle sue donazioni: il valore che dava a queste ultime lo aveva già dimostrato alla corte del re di Napoli Ferdinando, facendo stillare il sangue da una moneta spezzata. Strana parodia di miracolo eucaristico che, se aveva un significato politico (le tue ricchezze sono fondate sul sangue dei tuoi sudditi, ecc.), lo perse immediatamente nei resoconti degli agiografi. L’unico sistema per portare Ciccio in Francia era ottenere che glielo ordinasse il Papa, a cui tutti i frati devono obbedienza. Sisto IV, il pontefice dell’omonima cappella (che non vide mai affrescata) cercò di trasformare il viaggio di Ciccio in un’ambasciata: in cambio di una guarigione il re Luigi avrebbe dovuto rivedere le sue prerogative sulla chiesa di Francia, che in certi casi scavalcavano quelle del Papa. A quel punto Francesco doveva partire – e possibilmente salvare la vita al re.

Partendo a piedi dalla Calabria (s’imbarcherà solo a Civitavecchia), il frate ha cura di lasciarsi dietro una scia di miracoli che ci consentono di ricostruire il suo cammino a tappe forzate. Più volte si ritrova nella situazione paradossale del mendicante che non ha nulla ma vorrebbe lasciare qualcosa di prezioso: messo alle strette può sempre staccarsi un dente, come fece effettivamente quando la sorella gli chiese un ricordino. A un altro compaesano lascia un pezzo di pane che sarebbe resistito fresco e profumato per anni (finché non fu divorato durante una carestia). Sul Monte Pollino lascia le sue impronte in una roccia; a Castelluccio (provincia di Potenza) spilla vino da una botte vuota per rinfrancare i compagni; a Lauria (sempre Potenza) il suo asino si libera miracolosamente dei ferri, dal momento che il maniscalco pretende d’essere pagato; a Polla (Salerno) regala alla famiglia che lo ospita un suo autoritratto miracoloso, inciso nell’intonaco… che però un giorno scompare altrettanto miracolosamente. E così via, e non siamo neanche a Napoli. E tuttavia, al termine di questa odissea dei miracoli, Ciccio si ritrova a Tours davanti a un re provato dalla malattia – e non lo guarisce. Il miracolo più atteso di tutti non arriva: Luigi muore qualche mese dopo, nell’agosto 1483.

Carlo VIII, in questo ritratto ufficiale, ci ha quell'ineffabile espressione del figlio di capitano d'industria un attimo prima di intonare lodi alla meritocrazia.
Carlo VIII, nel ritratto ufficiale, con quell’ineffabile espressione
 da figlio di capitano d’industria un attimo prima
di intonare lodi alla meritocrazia.

A questo punto gli agiografi si sforzano in vario modo di indorare la pillola: Luigi non fu salvato, è vero, ma forse meritava di morire, ne aveva combinate tante; e comunque la missione di Francesco non fu vana, e portò a un riavvicinamento diplomatico tra Francia e Papato (e però la prammatica sanzione di Bourges non fu annullata, e la Corona mantenne le sue prerogative). Qualcuno si spinge anche a parlare dell’effetto che avrebbero avuto gli insegnamenti di Francesco sul re successivo, Carlo VIII, forse senza rendersi conto dello sproposito. Carlo era il giovane cialtrone che nel 1494 avrebbe invaso l’Italia, dando la stura a quei sessant’anni di guerre italiane che avrebbero devastato il Rinascimento e trascinato la penisola nei grigi secoli della Controriforma. Si può dire che il ritardo tra l’Italia e le zone più evolute dell’Europa comincia con Carlo VIII, per cui questa cosa che Francesco di Paola fosse il suo confidente meglio non dirla a voce troppo alta. Vero è che né lui né il suo successore, Luigi XI, lo lasciarono ripartire (Carlo VIII morì presto, a 27 anni, sbattendo la testa contro un’architrave del castello di Amboise mentre usciva a cavallo: la ritrosia del padre a lasciargli in eredità la Francia intera si spiega). Nel suo orticello di Plessis-les-Tours, Francesco continuò serenamente a coltivare e mangiare le sue verdure fino alla miracolosa età di 91 anni, un ottimo argomento per qualsiasi vegano.

Nel frattempo il suo Ordine cresceva anche in Francia: negli ultimi anni Francesco diede un significato più penitenziale alle privazioni che imponeva ai confratelli, ma non le alleviò: anche sul letto di morte rifece il vecchio trucco delle braci in mano. I suoi frati in Francia si chiamano bons-hommes, dal soprannome che re Luigi diede al suo mancato guaritore, “buon uomo”; in Italia “minimi”, o “paolotti”; in Germania “paulaner”: il fatto che il nome ricordi quello di un’ottima birra torbida ci lascia immaginare un certo addolcimento nel regime.

Francesco morì nei pressi di Tours nel 1507, dieci anni prima dell’arrivo a corte di un altra celebrità italiana, Leonardo Da Vinci. Fu canonizzato rapidissimamente, dodici anni dopo, da un Papa a cui da bambino aveva profetizzato l’elezione, Leone X. Nel 1562 gli ugonotti profanarono la sua tomba, dando fuoco a una salma che fino a quel momento (dicunt) si era conservata “incorrotta”. Oggi non restano che cinque frammenti ossei, custoditi nel santuario di Paola. Francesco è patrono di Napoli, di Calabria e di Sicilia; dei naviganti e dei pescatori; è invocato contro incendi, sterilità ed epidemie; ma anche mangiare tanta verdura può aiutare.

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