San Cirillo (non scriveva in cirillico)

14 febbraio – Santi Cirillo (827-869) e Metodio (815-885), linguisti, missionari, disegnatori di alfabeti

Cirillo e Metodio reggono l’alfabeto
(sbagliato).

[2013]. Nel giorno di San Valentino, mentre tutto il mondo cattolico e no si preoccupa di scambiarsi sciocchi e futili pegni d’amore, i linguisti ricordano i loro Santi, i loro eroi. I fratelli Cirillo e Metodio non inventarono, come dicono in tanti (e l’ho detto tante volte anch’io) l’alfabeto cirillico, il più usato da Belgrado a Vladivostok, il primo a lasciare la Terra con gli Sputnik. Più probabilmente l’alfabeto da loro disegnato è il glagolitico, che nelle steli più antiche che ci sono rimaste è un bizzarro mosaico di aste e cerchiolini che avrebbe potuto inventarsi un Tolkien ubriaco di sidro. In ogni caso è stato il primo alfabeto slavo (prima forse c’erano delle rune di cui si è persa ogni traccia, scarabocchi da stregoni, niente che valesse veramente la pena). Se l’invenzione della scrittura è il discrimine tra Storia e preistoria, la Storia slava comincia tardissimo, con questi due fratelli linguisti che non erano nemmeno così slavi. Forse da parte di madre (si chiamava Maria). Il padre, Leo, era un graduato dell’esercito bizantino a Tessalonica, oggi Salonicco, Grecia. Non chiedetevi cosa ci facesse una slava a Salonicco. Già da qualche secolo gli slavi erano un po’ dappertutto tra steppe e Balcani. Lo stesso nome, “slavi”, era già un sinonimo per lavoratore di infimo grado, senza diritti, alla mercé del padrone (oggi si dice “precario”): allo stesso modo in cui chiamiamo “polacche” le badanti anche quando sono bielorusse, a quel tempo se la tua matrona si lamentava di non aver tempo per svuotare la fossa biologica le rispondevi “pigliati una sklava, una slava”, poi in italiano è diventata schiava e in inglese slave. Ora che lo sapete ogni volta che dite “slavo” vi sentirete in imbarazzo, e prima o poi bisognerà porsi il problema di quanto sia poco politically correct chiamarli così, invece di, boh, persone “diversamente europee”? No, ma pensiamoci.

Stella gialla sul Caucaso

Dei due il primo a far parlare di sé è il secondogenito, Cirillo. Pensate a lui come quel classico compagno di scuola che senza fatica prende tutti i dieci nelle lingue straniere, ogni volta che apre la bocca sembra che qualcuno abbia cambiato la lingua del film col telecomando, è un dono di natura. Cirillo parlava greco e slavo ma questo era il minimo, Cirillo parlava anche correntemente l’arabo e il samaritano. L’ebraico no perché ai suoi tempi era una lingua morta come oggi il latino, usata soltanto nei riti religiosi (nell’uso comune è risuscitata molto più tardi): sapeva comunque leggerlo. Il talento per le lingue gli consentì di viaggiare per una buona parte del mondo conosciuto. In un secolo in cui solo i militari mettevano il naso fuori dai confini del proprio feudo, Cirillo fu inviato dai bizantini presso il califfo al-Mutawakkil: scopo della missione, spiegare la trinità ai teologi islamici (e poi forse c’erano altre questioni diplomatiche che non sappiamo).

Possiamo dedurre che fu un buco dell’acqua, da un punto di vista teologico perlomeno: l’Islam continuò a contrapporre il suo monoteismo radicale alle strane derive triangolari degli infedeli. Forse prima di spiegare la trinità ai musulmani avrebbero fatto meglio i teologi del tempo a spiegarsela tra loro, visto che stavano ancora litigando sul cosiddetto “filioque“, a grandi linee la posizione del Figlio rispetto allo Spirito Santo (diatriba non ancora del tutto risolta). In ogni caso Cirillo si difese bene, e qualche tempo dopo fu inviato presso i Khazari, quel popolo di cui nessuno vi ha mai parlato a scuola perché scappa da ridere anche agli insegnanti quando sarebbe ora di parlare dei Khazari; e dire che ci si potrebbe scrivere un post bellissimo solo sui Khazari, il cui khanato si estendeva dalla Crimea al Lago d’Aral: una potenza militare che i bizantini corteggiavano da più di un secolo. Poco tempo prima i clan della classe dirigente khazara avevano preso una decisione singolare: volendo abbandonare la vecchia religione del loro passato nomadico e passare a uno di quei monoteismi moderni che andavano così di moda, avevano optato per… l’ebraismo, il più sfigat diversamente fortunato dei tre. Cirillo era stato inviato forse per invitarli a desistere, a preferire il bel credo niceno-costantinopolitano: anche in questo caso niente da fare, tutti probabilmente lodarono il suo bell’accento khazaro, ma nessuno fece caso ai contenuti.

La conversione dell’ebraismo dei khazari è a tutt’oggi una questione molto controversa, perché anche se oggi sono una curiosità di eruditi, tra il settimo e il decimo secolo erano una nazione popolosa, o come si diceva nella zona, un’orda. Erano già il risultato di infinite mescolanze euroasiatiche, e tra loro vivevano ebrei sin dai tempi della diaspora e forse anche da prima. Ma è corretto affermare che a un certo punto l’ebraismo divenne la loro religione di Stato? Magari fu solo la mania passeggera della corte e di qualche ricca famiglia, come quando Madonna portava i braccialetti della kabbalah, chi lo sa. La questione è delicata perché dopo essere stati la potenza egemone dell’Europa orientale, a un certo punto i khazari scomparvero, sconfitti militarmente dai russi di Kiev e assorbiti dalle altre orde che si muovevano in zona. L’ipotesi che possano essere gli antenati degli ebrei aschenaziti dell’Europa orientale (popolarizzata da Arthur Koestler nella Tredicesima Tribù) è suggestiva, ma è stata smentita dagli studi sul DNA e sopravvive su internet sotto forma di bufala antisemita: svegliaaaAAAAAA! Dicono che i loro antenati vivevano in Israele ma invece erano khazzariiiii!!!!!111.

Stele di Bascanska (isola di Krk),
il più antico documento in glagolitico

La terza missione di Cirillo è quella che finalmente avrà qualche conseguenza. Si tratta di accogliere un invito di Rastislav, principe della Grande Moravia, che, pur essendosi fatto battezzare e investire vassallo del Sacro Romano Impero, non gradiva le ingerenze dei vescovi tedeschi inviati dall’imperatore. Rastislav avrebbe preferito che i suoi sudditi non imparassero il cristianesimo dai tedeschi: da chiunque ma da loro no. Aveva anche provato a rivolgersi al Papa, senza grossi risultati. Quando invece chiese a Costantinopoli, loro inviarono prontamente (863) Cirillo il linguista e suo fratello Metodio. Bisogna però spiegare cos’è questa Grande Moravia, visto che la Moravia attuale è solo una regione della Repubblica Ceca. Ma quasi tutte le regioni dell’Europa dell’est hanno avuto diritto ai loro 150 anni di gloria in cui erano grandi nazioni sulla cartina: per esempio la Moravia ai tempi di Cirillo si estendeva tra le odierne Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria. Una nazione enorme disposta a rinunciare al proprio paganesimo ma non alla lingua, che Cirillo trovava abbastanza simile al dialetto che parlavano gli operai e sua madre a Salonicco. Ci confermano i linguisti che nel secolo IX la lingua slava non si era ancora differenziata in slavo occidentale (ceco, polacco), slavo orientale (russo, ucraino) e slavo meridionale (bulgaro, serbocroato). Era ancora un brodo primordiale comune, il cosiddetto protoslavo. Cirillo lo considerava una lingua matura, degna di una cultura e di una letteratura, che a quei tempi poi significava soprattutto il diritto ad avere una traduzione del vangelo e un messale. Diritto tutt’altro che scontato, se pensate che nello stesso periodo il volgare italiano non era considerato degno di trascrizione: bisognerà aspettare un altro secolo perché un notaio capuano si rassegni a scrivere in mezzo a un lascito in latino la trascrizione di una dichiarazione giurata in una lingua diversa, Sao ko kelle terre per quelli fini que ki contene eccetera. Ma è solo un atto notarile, per la poesia ci vorrà ancora qualche centinaia d’anni, e di messe in volgare italiano non si parlerà seriamente fino al 1964.

Le lingue slave in Europa, oggi

I moravi invece, grazie a Cirillo e Metodio e ai loro studenti dell’accademia morava, verso l’880 avevano già un messale in una lingua che chiamiamo paleoslavo, o antico slavo ecclesiastico; scritto in un alfabeto che Cirillo aveva voluto radicalmente autonomo, diverso sia dal greco che dal latino.

Intanto l’arcivescovo di Salisburgo mormorava. In teoria la Grande Moravia rientrava nella sua giurisdizione, ma quelli pretendevano di pregare nei loro astrusi borborigmi invece che in latino. Alla fine il mormorio arrivò a Roma, e Cirillo dovette andare a spiegarsi presso Niccolò I. In quell’occasione fu davvero bravo: ebbe il colpo di genio di portare in dono le reliquie di San Clemente, ritrovate in Crimea dove l’ex vescovo di Roma, il primo successore di Pietro di cui si abbiano riferimenti storici, era stato esiliato e martirizzato nel 99 (tra parentesi: Clemente è il primo caso attestato di papa costretto, per ragioni di forza maggiore, a farsi sostituire). Non c’è nulla come qualche osso morto di martire per cementare un’amicizia tra chierici, ma Niccolò dovette anche ammirare l’erudizione di Cirillo e il fatto che, malgrado fosse un inviato di Costantinopoli, avesse preferito non imporre la lingua o l’alfabeto greco. Oggi noi associamo immediatamente il cirillico coi riti ortodossi, ma nel primo secolo il suo destino dipese da Roma: furono i vescovi di Roma a vietarlo perché anti-latino, o autorizzarlo perché diverso dal greco.

Questo è un glagolitico quadrato che si sviluppa in Croazia,
già un po’ più simile al cirillico medievale

Cirillo aveva girato il mondo dal Medio Oriente ai Carpazi, ma a quanto pare fu la fatica del viaggio a Roma a ucciderlo: prima di morire decise di farsi monaco, e fu a quel punto che assunse il nome di Cirillo, fino a quel momento tutti lo chiamavano Costantino. Qualche mese dopo moriva anche il Papa. Il suo successore, Adriano II, concesse agli slavi della Grande Moravia di pregare e leggere la Bibbia nella loro lingua e nel loro alfabeto. Nel frattempo però la Grande Moravia non era più tale, il principe Rastislav era stato sconfitto dal nipote collaborazionista Svatopluk, che lo avrebbe consegnato ai tedeschi. Metodio trovò più prudente stabilirsi nel principato di Balaton, oggi in Ungheria – e non c’è bisogno di dirvi che l’ungherese non assomiglia allo slavo neanche da lontano, l’ungherese non assomiglia a nulla, non è nemmeno una lingua indeuropea. A quel tempo però la situazione intorno al lago Balaton era più fluida, c’erano molti slavi e Metodio si fermò là: molto più vicino al suo arcinemico, il vescovo di Salisburgo. Quando questi riuscì a farlo arrestare, nell’871, Metodio scrisse al papa (Giovanni VIII) che confermò di averlo ordinato vescovo di Moravia Pannonia e persino, crepi l’avarizia, Serbia. Gli proibì però di dir messa in paleoslavo, il che dovette risultare molto frustrante: un papa dice di sì, un altro no…

Metodio decise di non curarsene e continuare a pregare nella lingua messa in iscritto da suo fratello. Il filotedesco Svatopluk, che non poteva sopportarlo, mandò i suoi agenti a fare una soffiata a Roma: Metodio continua a usare quei simboletti pagani, e in più non dice “filioque” nel Credo! In teoria era un’accusa infamante, la necessità di inserire la parola “filioque” nel Credo stava lacerando definitivamente i rapporti tra Roma e Costantinopoli, tra rito romano e greco. Ma a quanto pare la spiata di Svatopluk fu un buco nell’acqua: ai tempi di Metodio persino a Roma non avevano ancora cominciato a dire “filioque”. Era una cosa più settentrionale, il Papa era d’accordo ma a Roma ancora non si usava, le abitudini sono sempre più forti delle teologie. Comunque Metodio in quell’occasione riuscì a dimostrare la sua fedeltà a Roma e a strappare un consenso informale per il rito paleoslavo. Finché Metodio fu vivo l’alfabeto continuò a circolare.

Il cirillico nel mondo. Le nazioni in verde chiaro
usano anche altri alfabeti, per esempio in Uzbekistan
stanno cercando di smettere, ma è più difficile
di quanto sembri.

Alla sua morte, nell’885, i suoi successori litigarono col nuovo papa e furono cacciati; i testi in paleoslavo glagolitico furono distrutti e sostituiti col latino. Anche l’ultima missione di Cirillo sembrava destinata al fallimento; senonché i suoi discepoli riuscirono a trovare un impiego molto più a sud, nel Primo Impero Bulgaro – esatto, è esistito un Impero Bulgaro, anzi più di uno. I bulgari in realtà erano di origine turca, o forse mongolica, ma già a quel tempo i geni delle steppe cominciavano a perdersi nel DNA slavo come gocce nel mare. Lo zar, Boris I, aveva da tempo accettato di convertirsi al cristianesimo, per il solito motivo che ai sovrani un monoteismo gerarchico dopotutto conviene. Però anche lui malsopportava l’idea di dover accettare vescovi greci, liturgia greca, santi in lingua greca. I reduci dell’esperimento glagolitico trovarono rifugio nelle accademie da lui fondata a Preslav e Ocrida; fu lì che nacque il vero alfabeto cirillico, molto meno arcano nell’aspetto, più simile ai parenti prossimi latini e greci. Di glagolitico nei caratteri ce n’è rimasto poco, giusto qualche ombra di runa qua e là; la dedica a Cirillo è ugualmente meritata, grazie a lui le lingue slave uscirono dalla preistoria e scoprirono di non avere nulla da invidiare alle lingue degli ex padroni. I due fratelli sono stati proclamati patroni d’Europa da Giovanni Paolo II, un altro studioso con l’orecchio assoluto per le lingue. Qui la pro-loco ucraina vi traslittera i nomi in cirillico, arrivederci alla prossima, vostro Лэонардо.

via Blogger http://bit.ly/2DC3QZX

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