Il santo più famoso di tutti (è turco)

6 dicembre – San Nicola vescovo (270-343), taumaturgo, portatore di doni, icona postmoderna

Chiesa di San Nicola a Myra, Licia, oggi Turchia

Il santo più popolare del calendario non è Pietro. Lui ha solo la basilica più grossa, e in molte vignette fa il portiere, ma diciamo la verità, non lo invocano in tanti San Pietro. Anche Paolo, e sì che tutta la baracca del cristianesimo in fondo l’ha messa in piedi lui, ma i teologi non sono mai veramente popolari. Non è padre Pio, perlomeno non ancora; Wojtyla il suo quarto d’ora l’ha già avuto; il santo più popolare del calendario, a pensarci bene, dovrebbe essere la Madonna: cioè non c’è gara, pensa solo a quante feste e quante apparizioni, e icone, statue, quadri e tondi – ma proprio mentre sto per dichiarare chiuso il televoto, mi assale un dubbio: la Madonna sarà pure la diva di Lourdes e Loreto, ma quante letterine riceve? C’è un santo che ne riceve tutti gli anni da ogni angolo del mondo, un santo venerato persino dove i cattolici non hanno mai veramente preso piede – in Russia, negli USA, in Turchia – un santo che i bambini imparano a pregare e ad aspettare assai prima di frequentare catechismo. Un santo che da solo nel 2006 riceveva il 90% di tutta la posta recapitata in Finlandia, non male per uno che in Finlandia non c’è mai veramente stato. Quel santo è, ovviamente, Babbo Natale. Cioè Santa Klaus, Sinterklaas, San Nicola. Il vescovo di Myra (Licia), nato a Patara (Licia). Ma dov’è la Licia? Oggi è in un angolino della Turchia in basso a sinistra, ma per molto tempo ha fatto parte del mondo greco, poi romano, poi bizantino. Il modo in cui un vescovo dell’epoca costantiniana sia diventato, in seguito a un complicato sovrapporsi di immagini e racconti, il testimonial della Coca-Cola e il portatore di doni più famoso di tutti i tempi, meriterebbe un libro a parte. Che probabilmente è stato già scritto. Facciamo finta di averlo letto e tracciamone un agevole riassunto.

Odino cavalca Sleipnir, cavallo a otto zampe.

Antefatto. Nelle lunghe, lunghissime notti antecedenti al solstizio d’inverno, i barbari dell’Europa centrosettentrionale intrattengono e blandiscono i bambini raccontando di Odino, il Dio guercio che cavalca nella notte in testa al suo corteo di demoni. Di uscire di casa quindi non se ne parla, ma se si lascia qualche carotina sul davanzale per Sleipnir, il cavallo a otto zampe di Odino (sulla cui origine incestuosa è meglio sorvolare), e poi si va a letto presto senza fare capricci, Egli lascerà qualche leccornia, o un regalino: balocchi di legno intagliato, noccioline, calze di lana, roba del genere. Le farà passare dal camino. Ma bisogna dormire o almeno tenere gli occhi ben chiusi, Odino mai e poi mai vorrebbe essere sorpreso mentre si intrufola nel nostro camino. Tutto chiaro fin qui? Ora cambiamo drasticamente latitudine.

Dà la vertigine pensare che, a differenza di altri santi popolarissimi, Nicola è realmente esistito, in un mondo diversissimo dal nostro, un mondo senza coca-cola e panettone, ma un mondo non immaginario. Eppure è abbastanza probabile che ci sia stato un vescovo, contemporaneo dell’imperatore Costantino, che si distinse per la condotta irreprensibile, lo zelo con cui difendeva i bisognosi, e perché no, i regali. Era probabilmente il rampollo di una locale famiglia facoltosa, e la carica di vescovo se l’era guadagnata a suon di donazioni. L’impero romano era una formidabile macchina militare e burocratica senza nessun welfare state, niente mutua, niente assicurazioni, la pensione solo ai militari. La Chiesa nasce anche per colmare questa lacuna: i cristiani più ricchi donano del loro alla collettività, e ricevono in cambio ruoli e titoli di prestigio.

In uno dei miracoli di più antica circolazione, Nicola salva tre fanciulle bellissime che il padre, ridotto in miseria, aveva ormai destinate al meretricio. Nicola risolve il problema con uno stratagemma che ha qualcosa di familiare: nottetempo getta attraverso le finestre dei sacchetti pieni d’oro, e scompare. Da buon cristiano non cerca ricompensa sulla terra per le buone azioni che commette. Dei tanti aneddoti riferiti a lui, non è solo il primo riportato nella Legenda Aurea (libro un po’ noioso, la maggior parte dei lettori si ricorda solo le prime pagine di ogni capitolo), ma è anche il primo in cui a Nicola sono associati dei sacchi. Al terzo lancio il padre delle ragazze, rimasto sveglio per curiosità, riuscirà finalmente a sorprendere lo strano ladro all’incontrario. Il vescovo gli ordinerà di non fare il suo nome, i regali devono restare un segreto (qualcosa non deve essere andata per il verso giusto, visto che 1700 anni dopo siamo ancora qui a parlarne)

La statua del patrono di Bari è stata annerita appositamente.

Il numero tre compare in molti altri episodi associati a Nicola, compreso il più antico, che potrebbe essere ispirato a un fatto reale: tre sono i generali, ingiustamente imprigionati da Costantino, che pregano e implorano l’intercessione di Nicola, salvo che questi è ancora vivo. Eppure anche da vivo Nicola può apparire in sogno all’imperatore e chiedergli conto della sua prepotenza. Al miracolo delle tre fanciulle e a quello dei generali possiamo aggiungere un racconto assai più tardo, già intessuto su uno sfondo nordico medievale, in cui Nicola interviene a salvare tre fanciulli squartati da un efferato macellaio, e chiusi in tre pentole. Come il racconto dei tre generali sia diventato la fiaba di tre fanciulli, non si sa, ma l’ipotesi più semplice è che qualche pittore medievale, molto scarso, abbia dipinto la prima storia disegnando dei generali giovani, quasi imberbi, liberati da celle di prigione piccole, quasi pentole. Poi magari passa un secolo e a un predicatore tocca spiegare chi sono quei tre, e cosa c’entrano le pentole, e l’unica cosa chiara di tutto l’affresco (o la vetrata istoriata) è che il protagonista è Nicola, se ha la barba bianca e il cappello da vescovo è Nicola. In questi casi un predicatore professionista che fa? Inventa, magari si ricorda di qualche vecchia fiaba che le raccontò la nonna, un proto-Hansel-e-Gretel. Rimane da spiegare che ci faccia Nicola in Europa centro-settentrionale, non era un vescovo del basso mediterraneo?

I motivi dello straordinario successo di Nicola a tutte le latitudini sono probabilmente due. Il primo è un olio. Non sappiamo bene di cosa fosse fatto (probabilmente venivano usate piante del luogo) ma sappiamo che per qualche secolo fu il prodotto di erboristeria più richiesto nel bacino del mediterraneo. Guariva qualsiasi cosa, ma in giro non ce n’era molto, per via che si diceva distillato lentamente dal luogo di sepoltura del santo. Il secondo motivo sono i naufragi. Non importa che Nicola abbia vissuto probabilmente gran parte della sua vita nei pochi chilometri di terraferma tra Myra e Patera: la Licia è una regione esposta al mare, separata dal resto dell’Anatolia dagli alti monti del Tauro; ci si arriva per mare, per mare vi si riparte. È una fermata quasi obbligata di quella trafficata autostrada tardoantica che è il mediterraneo, in una zona complicata e burrascosa. I naviganti minacciati dalle tempeste invocano spesso San Nicola: quelli che sopravvivono gli diventano straordinariamente devoti. Via mare la devozione a Nicola arriva in tutti i porti della cristianità (Nicola diventa il patrono di Amsterdam) e lentamente penetra anche le terre dove il mare è lontano: è il santo più amato di tutte le Russie.

L’immagine archetipica di Thomas Nast
per Harper’s Magazine

Nel frattempo la sua cattedrale, a Myra, è seriamente minacciata dalle incursioni dei turchi, che ormai trattano la zona come cosa loro, e nel giro di qualche secolo la Storia darà loro ragione. A un certo punto (1100) i veneziani decidono di salvare le ossa del patrono dei marinai, che loro chiamano Niccolò; inviano una spedizione in Licia… giusto per scoprire che è troppo tardi, a rubare le sante spoglie ci hanno già pensato dei mercanti giunti da Bari tredici anni prima. I veneziani però non demordono: impossibile che i baresi ci abbiano pensato prima di noi, impossibile, di sicuro si saranno presi qualche sòla, il vero santo dev’essere ancora qui, si sente l’odore, diteci dov’è. Mettono sotto torchio gli ultimi quattro canonici della chiesa, fanno lunghe ispezioni nei dintorni cercando col naso quel buon profumo che emanano i luoghi santi… finché non ritrovano sepolto nelle vicinanze un cadavere intriso nell’olio: è lui il vero Niccolò, nascosto provvidenzialmente secoli prima onde evitare che i turchi lo trovassero, ma ai veneziani non la si fa. Quello portato a Bari invece è qualcun altro, perlomeno a Venezia decidono di pensarla così.

A Bari (dove la pensano ovviamente al contrario) nasce anche la strana idea che Nicola sia scuro di pelle: l’equivoco nasce dalla resa cromatica delle icone bizantine, molto più scure delle raffigurazioni occidentali. Sdoppiato a Bari e Venezia, Niccolò-Nicola continua ad attirare pellegrini malati o scampati ai naufragi, in due città finalmente al sicuro dalle invasioni turche. Ma anche dove i turchi arrivano (ad esempio a Famagosta, porto di Cipro, capitale di uno degli ultimi baluardi crociati), l’unica immagine sacra a scampare alla trasformazione del duomo gotico in moschea è un’immagine di un vescovo Nicola. A dire il vero non è il Nicola giusto, non ha la barba ed è più probabilmente l’icona di un vescovo locale: ma è un Nicola è tanto basta, gli abitanti di Famagosta possono essere forzati a convertirsi all’Islam, ma non a rinunciare a un’immagine di Nicola.

Haddon Sundblom (sì, è quello
che ha disegnato tutte quelle pinup, sì).

La popolarità del santo gli conquista un posto d’onore nel calendario: tocca a lui aprire il periodo più allegro dell’anno, che è poi, e non è una coincidenza, il più buio e oscuro, quello in cui è necessario rallegrare i bambini con qualche ghiottoneria – ma anche convincerli a restare a letto, gli occhi ben chiusi, e in generale a comportarsi bene. Lentamente, almeno dal XII secolo in poi, prende forma la tradizione di un santo che nella notte si aggira come un ladro, ma è un ladro al contrario: porta confetti e doni a tutti i bimbi buoni. I bambini cattivi invece hanno di che dolersi: Nicola-Niccolò non viaggia solo, ma in compagnia di uno strano personaggio. È un folletto, un orco in miniatura, uno strano essere irsuto e selvatico: una creatura che Nicola ha trovato nei boschi. È cattivo? Diciamo che fa il lavoro sporco: se i bambini si comportano male, sarà lui a punirli.

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