Oggi è la festa di San Budda Abate (e voi non lo sapevate)

27 novembre – Santi Barlaam e Iosafat, leggenda.

Più di ogni altra cosa il re indiano Avenir desiderava che suo figlio Iosafat fosse felice. Più di ogni cosa temeva quelle nuove sette che arrivavano dall’occidente, quei corvacci neri che speculavano sulla paura della morte, quei cristiani. Li aveva già visti rovinare uomini ricchi e potenti, dignitari di corte ridotti a vestirsi di sacco e a mendicare. Così quando un astrologo predisse che Iosafat si sarebbe convertito al cristianesimo, per poco non impazzì…

Questo è Gautama Buddha,
il Budda storico…

Decise così di nascondere suo figlio al mondo, di crescerlo il più lontano possibile dalla sola idea della morte, della sofferenza. Lo rinchiuse bambino in un palazzo ricolmo di ogni lusso; gli diede amici e amiche in abbondanza, tutti sani e senza difetto: quando qualcuno si ammalava, nottetempo veniva sostituito con qualcun altro in salute; e così Iosafat cresceva senza conoscere né malattia né dolore, eppure non era felice.

(Dove ho già sentito questa storia?)

C’era come un vuoto che gravava sul suo capo, la sensazione di galleggiare sulla superficie delle cose. Un giorno piantò una grana, non avrebbe più mangiato né bevuto finché il papà non lo avesse lasciato uscire a fare un giro nel mondo. Alla fine il re acconsentì. Preparò l’uscita in ogni dettaglio, infiltrò i suoi ministri nella scorta del figlio, fece per la prima volta ripulire le strade in cui sarebbe passato il corteo principesco, disseminando lungo il percorso danzatori e ballerine, affinché tutto sembrasse il più possibile ameno. Qualcosa però dovette andare storto, perché appena Iosafat uscì, incontrò un cieco e un lebbroso, che lo stupirono molto.

“Sono malanni che capitano agli uomini”, risposero gli uomini del re.
“A tutti gli uomini?”
“No, a tutti no”.
“Meno male. E si sa già prima a chi accadono questi malanni, o sono imprevedibili?”
“Il futuro nessuno può prevederlo, o sire”.
“Quindi anch’io potrei un giorno diventare cieco come questo cieco, o lebbroso come questo lebbroso?”
“Si è fatto tardi, rientriamo”.

…questo invece è Budai, non c’entra quasi niente.

Il vuoto che gravava sul capo del principe cominciò a riempirsi di angoscia e di paura, sentimenti a cui non sapeva nemmeno dare un nome. Un’altra volta che volle uscire, la security fu più efficiente: non trovò nel suo percorso né paralitici né appestati, tutto andava per il meglio, finché non passò un vecchietto. Un vecchietto assolutamente standard, niente di eclatante, ecco forse perché le guardie non avevano pensato a tenerlo lontano: la faccia un po’ vizza, la schiena curva, i denti pencolanti, ma a parte questo in forma. Lo aveste visto voi, avreste pensato: che bel vecchietto, spero di poter invecchiare anch’io così. Ma lo vide Iosafat, e Iosafat non aveva mai visto un vecchio.

“E questa che malattia è? Una sottospecie di lebbra?”
“Sire, questa non… non è una malattia”.
“In che senso? Il tizio quasi non si regge in piedi, se non è una malattia questa qui…”
“È solo vecchiaia. Non è una malattia, nel senso che… che viene a tutti”.
“A tutti? State scherzando? E si guarisce?”
“…No, sire, non si guarisce”.
“Ma allora il mondo dovrebbe essere pieno di vecchi come questo qui, dai. Mi state prendendo in giro”.
“No sire, no. Effettivamente la vecchiaia non dura in eterno. Al massimo venti, trent’anni…”
“Eh? Trent’anni così? Siete matti?”
“Ma poi si muore, pur troppo – o per fortuna”.
“Che significa si muore?”
“Si è fatto tardi…”
“No, adesso mi spiegate sul serio cos’è questa cosa, io con tutto che ho studiato non riesco a immaginare niente di peggiore che questa roba che chiamate… vecchiaia, e invece adesso salta fuori che c’è una cosa peggiore e si chiama… come avete detto che si chiama?
“Si chiama morte, è… è la fine”.
“La fine di cosa?”
“Di tutto, la fine della vita”.
“La vita finisce? E perché non mi avete detto niente?”
“Suo padre preferiva non disturbarla…”
“E come si fa a evitare questa cosa?”
“Evitare la morte? Non si può”.
“Come sarebbe a dire non si può, mi state dicendo che moriremo tutti? Tutti? Anche voi?”
“Certo che moriremo, sire”.
“E perché non impazzite al solo pensiero?”
“In effetti, ora che ce lo fa pensare, perché non impazziamo?”
“Io impazzirei”.
“Non avrebbe tutti i torti. Si vive per settant’anni, ottanta con un po’ di fortuna, si scansa per quanto possibile la lebbra e altre malattie, per arrivare al momento in cui si muore, questa in ultima analisi è la vita”.
Settant’anni? E me lo dite così?”

Iosafat comunica il suo desiderio di farsi monaco, in un manoscritto greco del Duecento

Iosafat ovviamente non impazzirà, anzi conoscerà un saggio monaco di nome Barlaam, che lo stordirà di apologhi e lo convertirà alla vera fede, dopodiché dovrà sfidare il padre che arriverà al punto di riempirgli il palazzo di giovani fanciulle seminude per metterlo in tentazione – ma niente da fare. Invece di continuare nella storia – che altri hanno raccontato meglio di me – vorrei chiedere se non vi suona in qualche modo familiare. Dovrebbe.

È in effetti una leggenda antichissima, che il solito Iacopo da Varazze attribuisce a San Giovanni di Damasco (l’arabo che amava la Madonna), ma in realtà è probabilmente entrata in Europa da ovest. Un autore ebraico di Barcellona, Abraham ibn Chisnai, la porta qui nel dodicesimo secolo. In seguito, opportunamente cristianizzata, la leggenda del principe che non conosceva la morte conosce un successo strepitoso: in meno di cent’anni è tradotta persino in islandese, e di lì a poco Iosafat e il suo amico Barlaam entrano nel calendario. Ma la storia è ben più antica.

Se ne rende conto un navigatore portoghese nel Seicento, Diego do Couto. Ascoltando un resoconto cingalese dell’adolescenza di Gautama Buddha, quando era ancora un Bodhisattva, un uomo che non aveva ancora ricevuto l’illuminazione, do Couto esclama: ma questo principe chiuso in un palazzo che non conosce né malattia né morte io lo conosco: è San Iosafat: Bodhisattva=Iosafat! Ma allora… allora… questi pagani hanno fondato la loro religione sulla vita di un santo cristiano! Il buddismo è un equivoco!

Benedetto Antelami, leggenda di Barlaam, Battistero di Parma

A noi oggi sembra abbastanza ovvio il contrario: la fiaba di Iosafat e Barlaam è la vita di Budda, cristianizzata quanto basta per entrare nei martirologi cristiani. Ma ci vollero altri due secoli perché gli studiosi europei lo ammettessero. Eppure già nel Duecento Marco Polo aveva menzionato nel Milione un personaggio simile, anche lui vissuto a “Seila” (Ceylon), Sergamon Borgani:

Ora era tanto tempo istato in casa ch’egli non avea mai veduto veruno morto né alcuno malato; il padre si vollé uno dí cavalcare per la terra con questo suo figliuolo. E cavalcando loro, il figliuolo si ebbe veduto uno uomo morto che si portava a sotterare ed avea molta gente dietro. E ’l giovane disse al padre: «Che fatto è questo?». E ’l re disse: «Figliuolo, è uno uomo morto». E quegli isbigotío tutto, e disse al padre: «Or muoiono tutti li uomini?». E ’l padre disse: «Figliuolo, sí». E ’l giovane non disse piú nulla, ma rimase molto pensoso.

“Sergamon” è la prima traduzione in veneto di Sakyamun, “saggio della famiglia Sakya”, uno dei tanti appellativi del Budda. “Borgani” deriva dal sanscrito Bhagavan, “signore”, che è anche la più probabile origine di “Barlaam”. “Iosafat” invece dovrebbe venire da Bodhisattva; la B potrebbe essersi trasformata in I durante un lungo percorso di traslitterazione dal sanscrito all’arabo al latino. Il romanzo della giovinezza di Buddha è stato messo per iscritto più o meno nel primo secolo dopo Cristo: Buddha dovrebbe essere vissuto cinque secoli prima. È popolarissimo in Sri Lanka, in India, in Nepal (suo luogo d’origine), in Cina, in Giappone, dove i cristiani clandestini lo usavano come copertura per i crocefissi e le altre immagini sacre.

In occidente, nel frattempo, veneravamo Buddha come santo cattolico e apostolico, senza accorgercene. Era già quel tipico budda occidentale, quel soprammobile fuori contesto (spesso confuso con un altro), sconosciuto e familiare, che se ne sta su qualche ripiano a prender polvere. Eppure la sua storia è anche la nostra, ci racconta con poche variazioni quel giorno lontanissimo e vicino in cui abbiamo visto per la prima volta il dolore, e abbiamo scoperto che si muore, che è normale, che capiterà anche a noi, infallibilmente: e chissà perché non siamo impazziti. Già, in effetti, ripensandoci, perché.

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