Il maschio a un bivio

In questi giorni mi piacerebbe scrivere qualche riga di solidarietà ad Asia Argento che non suonasse come un rimprovero o una presa in giro, ma mi sto rendendo conto che è difficile. Cioè io almeno non ne sono capace. Nel frattempo ho ritrovato un pezzo scritto a proposito di #MeToo in una fase di mezza primavera in cui succedeva di tutto, e soprattutto sembrava succedere tutto a persone che, come Asia Argento, avrebbero dovuto essere dalla parte giusta della cosiddetta barricata: Eric Schneiderman, Junot Diaz, Aziz Ansari… Non è mai stato (giustamente) pubblicato, però contiene uno spunto interessante che forse qualcun altro avrà evidenziato: tutte le vittime illustri di #MeToo, produttori, attori e registi (Asia Argento inclusa, a questo punto), sono di estrazione progressista: a scandalizzare non è tanto la condotta sessuale (Trump può fare di peggio senza soffrire grossi contraccolpi di immagine), ma il fatto che questa condotta sessuale smentisca la regole di condotta della società progressista: come se più che un problema di molestie fosse un problema di coerenza. A questo punto una via di salvezza potrebbe essere uscire dal progressismo. Perlomeno immaginavo che qualche maschio potesse essere tentato (ma perché le donne no in fondo). Vabbe’, comunque eccolo qui, tenerlo in bozza all’infinito non ha senso. 

Sono un maschio etero, meglio avvertire subito. È senz’altro un privilegio, e allo stesso tempo c’è poco da andare orgogliosi. Molti degli anni teoricamente più proficui per lo studio e il lavoro, li passiamo a pensare ossessivamente a come riprodurci: a escogitare tecniche, trappole, trabocchetti che in 99 casi su 100 non funzionano – ma quella volta su cento, ce la racconteremo per il resto della vita. Sarà l’istinto, l’evoluzione, la pressione sociale; in ogni caso è frustrazione, è fatica, a un certo punto ti domandi se ne uscirai mai. Alcuni non ne escono mai. Da qualche anno ho deciso che ne sono fuori: ormai ritengo di essere in grado di discutere con persone di sesso diverso senza fare la ruota o mostrare un petto più rosso del mio collega. Addirittura lo scorso inverno avevo voglia di dire la mia sul movimento #MeToo, che trovavo positivo per tanti motivi e discutibile per altri motivi. Questo probabilmente mi avrebbe portato a confrontarmi con interlocutrici di un sesso diverso dal mio, ma ero convinto di poter gestire la cosa in modo adulto e senza far valere la mia oggettiva, e odiosa, posizione di privilegio.

Ma poi ho sentito in sottofondo una vocina che mi diceva Stanne fuori, e all’inizio non capivo. La voce dello stesso istinto che mi aveva messo in tanti guai a vent’anni, ora mi pregava di mantenere un basso profilo. Come se avessi avuto qualcosa da perdere. Ci ho messo dei mesi a capire. Mesi in cui è successo di tutto, almeno negli USA. Guardiamo anche solo all’ultima settimana: il magistrato Eric Schneiderman si è dimesso dalla carica di procuratore (attorney) generale dello Stato di New York. Quattro donne che hanno avuto relazioni con lui lo accusano di molestie (abusi fisici non consensuali). Schneiderman durante i rapporti le avrebbe spesso picchiate e insultate: circostanze non del tutto negate dal magistrato, che però sostiene che si trattava soltanto di role-playing consensuale. Insomma abbiamo un procuratore che picchia le amanti, quella più scura di pelle la chiama “schiava”, magari è convinto che ci stiano per gioco e invece è abuso di potere. Non sarebbe una notizia così dirompente, se Schneiderman non fosse il magistrato che in ottobre aprì l’inchiesta su Harvey Weinstein. Anche prima che scoppiasse #MeToo, si considerava ed era considerato un paladino dei diritti delle donne. Per dire che cosa assurda che è il maschio (etero): in pubblico difendi le donne e in privato chiedi il permesso di picchiarle, o ti illudi di averlo ottenuto. All’apparenza sei il boss, c’è gente che nell’intimità è disposta a inginocchiarsi davanti a te; in pratica in qualsiasi momento possono decidere il gioco non è più consensuale e merita di essere divulgato ai giornali. E tu lo sai: non sei un novellino. Ma ci caschi lo stesso. Essere maschi è assurdo.

In questa stessa settimana è caduto in disgrazia anche Junot Díaz, l’acclamato autore di La breve favolosa vita di Oscar Wao, accusato di cattiva condotta da un gruppo di colleghe. Díaz in almeno un caso avrebbe cercato di baciare una giovane scrittrice che non voleva saperne, ma nella maggior parte dei casi più che di molestie si tratterebbe di abusi verbali: a leggere le interviste, l’impressione è che sia uno che si infervora rapidamente. Appena lo contrari su un punto, spiega Carmen Maria Machado, la patina di progressismo casca a terra e rivela il solito bullo misogino. Anche in questo caso, la notizia in sé sarebbe minuscola: c’è uno scrittore che si comporta male con chi non è lesta a fargli i complimenti. Ciò che la rende eccezionale è che da quello scrittore ci si aspetta una particolare sensibilità perché è il celebrato rappresentante di una minoranza, e soprattutto ha appena raccontato di essere stato vittima di una violenza sessuale a otto anni. Anche quest’ultimo dettaglio ora assume una luce diversa: alcune delle sue accusatrici suggeriscono che Díaz potrebbe avere deciso di rendere nota una circostanza così drammatica per mettersi al riparo dalle accuse che riteneva imminenti.

Nel frattempo a Stoccolma sta succedendo qualcosa di veramente nuovo – pare che quest’anno non sarà consegnato il premio Nobel alla letteratura. La spiegazione vulgata su diverse testate è abbastanza incongrua: un fotografo, nemmeno un giurato dell’Accademia, ma un marito di una giurata, avrebbe palpato diverse donne, tra cui una principessa. Fatto grave e increscioso, ma insomma non si capisce perché a pagarne le conseguenze dovrebbe essere la comunità letteraria mondiale che da più di mezzo secolo considera il Nobel il premio più prestigioso. In effetti a dare un’occhiata più da vicino si scopre che la situazione è molto più complessa, e che tra gli accademici è scoppiata una tipica faida accademica. Veramente niente di nuovo sotto il sole, e infatti un litigio per determinare quale organizzazione debba consegnare il premio non sarebbe una grande notizia. Un fotografo che palpa le principesse funziona molto meglio. Specie qui da noi, dove torme di opinionisti non vedono l’ora che l’ondata del #MeToo si ritiri per beccare qualche vongola lasciata dalla risacca: lo vedete che le femministe esagerano, adesso per colpa loro non si consegna nemmeno più il Nobel eccetera eccetera.

C’è un’ultima notizia che mi piacerebbe dare, ovvero che nella settimana in cui i magistrati in prima linea contro le molestie si dimettono perché accusati di molestie, e gli scrittori sensibili si dimostrano insensibili, la popolarità di un presidente degli Stati Uniti che paga per far tacere un’escort è ai minimi storici. Ma non è così: anzi sembra proprio che anche l’ultimo scandalo sessuale non abbia avuto nessun influsso sul gradimento espresso dai cittadini USA per Donald Trump. Conta molto di più un’esternazione sulla Corea o sull’Iran o sull’opportunità di armare gli insegnanti. Questo paradosso per cui l’elettorato repubblicano più bacchettone è disposto a perdonare a Trump qualsiasi disavventura extraconiugale non può stupire noi italiani: vent’anni di Berlusconi dovrebbero averci insegnato almeno che i conservatori sanno essere molto tolleranti nei confronti delle abitudini sessuali dei loro leader. Ma anche se fossimo americani a questo punto ci saremmo messi il cuore in pace: Trump è quello che prima delle elezioni spiegava che le donne vanno afferrate “by the pussy”: gli americani lo sapevano e l’hanno votato così.

Un’escort in più o in meno non cambierà la sua immagine: se c’è qualcuno che può pensare di uscire indenne dall’ondata rivoluzionaria del #MeToo è proprio Trump. Non il procuratore Eric Schneiderman, che pure aveva cercato di metterlo sotto inchiesta; non l’Accademia di Stoccolma, faro del progressismo mondiale; non Junot Díaz, scrittore ispanoamericano vittima di abusi. Non Woody Allen, icona della New York intellettuale, su cui continuerà a pendere un sospetto orribile (benché giuridicamente inconsistente); non Louis CK, che prima di masturbarsi di fronte alle sue sottoposte chiedeva il permesso, illudendosi che non si trattasse di abuso di potere; non Aziz Ansari, attore e regista che ha dato la voce a una generazione di asiatici-americani che lottano contro gli stereotipi razziali, ma una sera ha sbagliato a versare il vino a una ragazza e si è ritrovato alla berlina sulle testate di tutto il mondo. Non fossero stati tutti a loro modo personaggi-simbolo, le loro piccole o grandi miserie non avrebbero interessato così tanti lettori e lettrici. Alcune di queste miserie sono reati, altre fantasie; non sta a me stabilirlo, per fortuna. Non sta a me nemmeno giudicare #MeToo, che come tutte le rivoluzioni non è un pranzo di gala: c’è chi la cavalca con le migliori intenzioni e chi ne approfitta, e a volte l’astuzia e il cinismo dei secondi è più efficace delle buone intenzioni dei primi. Io sono solo un maschio etero di fronte a un bivio, come tutti: posso scegliere di restare un maschio etero progressista, perché in un certo senso lo ero già, anche se gli standard si stanno facendo sempre più esigenti. Alcune tecniche che ho messo in pratica negli anni in cui riprodursi era un pensiero fisso e insopprimibile, da qualche anno in qua anche in Italia sono sanzionate dal codice penale. Se scelgo il progresso, sarò al sicuro dall’ondata? No. Ho comunque fatto degli errori, a vent’anni si è molto stupidi – nulla di eccezionale, ma sufficiente a farmi perdere la faccia – e chi li ha subiti ha tutto il diritto di rinfacciarmeli. Ma c’è un’altra strada.

La strada che ritorna indietro. Se scegli il progresso, ti esponi al giudizio delle tue contemporanee: ma se lo rifiuti? Se ti opponi al femminismo, se irridi il politically correct, perché dovrebbero prendersela con te? È come se scomparissi dal loro radar. #MeToo è una rivoluzione tutta interna al fronte progressista. I tuoi giochini sadomaso diventano notizie solo se sei un magistrato in prima linea contro i femminicidi. I tuoi incidenti relazionali sono interessanti soltanto se fai parte della tribù che rispetta le donne come esseri umani. Ma c’è un’altra tribù che continua a trattarle male, e non è così sfigata come tribù, dopotutto: negli USA elegge persino i presidenti. Quindi scegli: dove ti divertirai di più? Dove rischi di meno?

Essere maschi è assurdo. Forse lo è sempre stato, ma l’evoluzione della società non gioca a nostro favore. Certi istinti nel medio-lungo termine diventeranno più fastidi che vantaggi, come i denti del giudizio. Non ha più molto senso fare la ruota ma ci piace ancora farla. Molte femmine ci trovano fastidiosi e ridicoli e non si vergognano più a farcelo sapere. Ora la scelta è la seguente: sopprimere l’istinto che ci spinge a gonfiare il petto ed esporre i bargigli, oppure scegliere un pollaio meno progressista. Io una scelta del genere l’ho fatta tanti anni fa. Non fu nemmeno una scelta: le ragazze che mi interessavano erano tutte nella tribù a sinistra. Certo, avrei dovuto imparare una serie di buone maniere, e proprio nel momento in cui un istinto evolutivo mi spingeva a spargere più seme possibile: era una condizione lacerante, ma era comunque chiaro che ne valeva la pena. Ma se avessi vent’anni oggi? Dove mi guiderebbe il, il cuore?

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