La violenza a scuola e l’effetto bulldog

Gli insegnanti italiani sono sotto assedio, probabilmente lo avete già letto da qualche parte. I casi di bullismo nei loro confronti si moltiplicano. A Ferrara i genitori di un alunno sovrappeso hanno preso a testate un insegnante di educazione fisica; a Bari i genitori di un alunno hanno picchiato addirittura un preside. Nel frattempo su Youtube si moltiplicano i video in cui i docenti vengono ripresi e ridicolizzati, al punto che il ministro Fioroni ha dovuto ribadire con una circolare il divieto di portarsi telefonini in classe. Esatto, Fioroni.

Era ministro dell’istruzione nel 2007.

Tutte le notizie che ho linkato fin qui risalgono alla primavera del 2007. I “telefonini”, quelli con i tasti di plastica, producevano già foto e video di qualità discutibile, ma sufficiente a compromettere il quadrimestre di uno studente e la reputazione di un insegnante. Instagram non esisteva; Facebook in Italia era praticamente sconosciuto; Youtube funzionava da due anni e quella ondata primaverile di allarmismo scolastico ci dimostra che stava già diventando mainstream. I siti dei più importanti quotidiani italiani andavano già in cerca di video amatoriali a base di professori sbeffeggiati: avevano già l’abitudine di ripubblicarli, sovrapponendo il loro logo editoriale, aggiungendo un po’ di pubblicità e qualche corsivo moralista: Dove Andremo A Finire?

Oggi lo sappiamo: da nessuna parte in particolare. Siamo ancora qui.

Qualche insegnante è andato in pensione, qualcuno un po’ più giovane lo ha rimpiazzato, e ogni tanto i giornalisti si rimettono a frugare su Youtube e scoprono che c’è un’emergenza, la solita. Si è rotto il patto educativo! proclama venerdì il Corriere.  Un prof picchiato ogni quattro giorni, echeggia Repubblica. “Ventisei episodi diventati pubblici in centonove giorni”.

Peccato che tra questi episodi sia ancora una volta inclusa la storia della “professoressa legata alla sedia con lo scotch” di Alessandria, che non è stata né picchiata né tantomeno legata a una sedia (con lo scotch? quanti rotolini servirebbero a immobilizzare un adulto? Come si fa a mandare in giro roba del genere?) Peccato che nel bollettino di guerra pubblicato da Repubblica giovedì siano stati cucinati nello stesso calderone fatti di cronaca successi in mesi diversi, alcuni nemmeno a scuola, in cui i prof spesso non sono né vittima di percosse né di molestie: a volte sono quelli che le denunciano. Peccato che il video che rimbalzava venerdì sulle homepage dei quotidiani, dove l’ennesimo stronzetto minaccia un professore di scioglierlo “nell’acido” (paura!) sia dell’anno scorso. Ma avrebbe potuto essere anche di due, tre, undici anni fa. Ormai viviamo in un eterno presente. Colpa dei social, del deficit di attenzione, oppure semplicemente su Youtube le date sono scritte in piccolo e qualche giornalista trova comodo non farci caso.

È l’effetto bulldog: a volte basta un niente, una notizia che per qualche motivo riesce ad attirare l’attenzione (in un parco un bulldog morde un bambino). In redazione si accorgono che funziona e decidono di insistere sul genere, si mettono a cercare: ci sono stati altri incidenti simili, altri bulldog mordaci? Va bene anche se non sono bulldog, va bene anche se non hanno morsicato bambini. Nei giorni successivi le aggressioni canine non aumenteranno, ma invece di scivolare indisturbate in fondo alla cronaca locale finiranno tutte in prima pagina e il lettore si convincerà che esiste un’emergenza bulldog. Bisogna anche ammettere che è primavera, la politica è in stallo, l’emergenza immigrazione è improvvisamente sparita dal radar (per una curiosa coincidenza, tutti i giornalisti che la propagavano sui canali Mediaset sono stati ridimensionati) la guerra mondiale in Siria non ingrana, magari anche i bulldog nei parchi sono un po’ lenti di riflessi e così, in mancanza di bimbi morsicati e bombardamenti seri, la maleducazione scolastica sta avendo il suo momento di gloria.

Il bullismo tira – pazienza se in realtà “bullismo” vuol dire un’altra cosa, ormai per i giornalisti italiani lo spettro del “bullismo” si estende dalla semplice maleducazione all’omicidio a sfondo razziale. Il bullismo ci smuove qualcosa dentro: siamo tutti convinti di esserne stati vittima, siamo tutti convinti di poterla far pagare a qualcuno. Quel ragazzino petulante, non ti viene voglia di prenderlo a schiaffoni? Quel prof immobile, non lo licenzieresti? Su Youtube trovi tutti i video che vuoi (ci sono canali dedicati), non devi neanche pagarci i diritti. In cinque minuti puoi sbattere in home uno spettacolo che attira lettori dalle idee radicalmente opposte: chi difende gli insegnanti e chi gode a vederli svillaneggiati (oppure fantastica di trovarsi al loro posto, ma dotato di arcani poteri che gli consentirebbero di sospendere alunni per direttissima, bocciarli ad aprile anche se gli scrutini sono in giugno). Gli insegnanti stessi spesso sono i più voraci lettori e propagatori di notizie e video del genere, convinti che una pubblica umiliazione possa servire a denunciare la triste condizione della classe docente eccetera. E non dimentichiamo il target più difficile per i giornali: gli studenti stessi, a cui questa roba indubbiamente piace. Magari se trovano su Repubblica e il Corriere le stesse scemenze che sono virali su Youtube, staranno un po’ più su Rep e sul Corriere e un po’ meno su Youtube… e pazienza se si scatena l’effetto emulazione.

Già, l’effetto emulazione.

‘Ma mi dia retta, s’inginocchi, vedrà che svoltiamo’.

Il video più virale di questi giorni, quello del “chi è che comanda? s’inginocchi“, ha davvero tutta l’aria di un teatrino messo in scena proprio per ottenere like, condivisioni, e magari un giro d’onore sui quotidiani. I giornalisti che ci fanno su la morale sono a ben vedere gli istigatori, e gli unici che alla fine ci guadagnano: il ragazzo sarà sospeso, ormai è diventata una questione di Stato, ma il video è sempre lì a portata di clic, e la pubblicità continua a scattare e a portare qualche centesimo nelle tasche di chi chiede a gran voce la bocciatura dei ragazzi e magari ne approfitta per giudicare la professionalità di insegnanti inquadrati per pochi secondi, più che sufficienti ovviamente per farsi un’idea dello stato della scuola pubblica. Susanna Tamaro se la prende (novità!) con Jean-Jacques Rousseau; Massimo Recalcati, dimmi qualcosa di nuovo, con il “Sessantotto”. I loro pezzi hanno davvero la qualità dei classici, nel senso che resistono a qualsiasi evoluzione dei tempi e non smettono di dire quel che devono dire. Purtroppo tutto quel che devono dire è il solito Dove Andremo A Finire, una domanda che ci affascina e ci stucca sin dai tempi di Marco Porcio Catone (Continua sul Post).

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