Il genere maschile non esiste

(Considerazioni di una non-femmina)

Ho letto che in Francia qualcuno sta seriamente proponendo di cambiare la regola grammaticale più maschilista di tutte, la concordanza mista degli aggettivi al maschile plurale: in pratica quella regola per cui se in una stanza in cui siedono, diciamo, quaranta studentesse brave, entra un solo ragazzo bravo, il risultato è che in quella classe ci sono quarantuno studenti bravi. La regola non è così irragionevole – non sempre è possibile determinare l’esatto numero dei componenti maschili e femminili di un insieme – però è sessista, senza dubbio.

La cosa che più mi ha colpito è che a trovarla non più tollerabile siano stati gli ex studenti, che ricordavano la reazione bullistica degli studenti di sesso maschile: (“Siamo i più forti!”, ecc.). Un insegnante della generazione precedente, diciamo di 50 anni fa, avrebbe zittito tutti quanti: è solo grammatica, stronzetti, ora aprite il diario e scrivete i compiti di punizione. Risalendo ancora un po’ più indietro, il problema non si poneva: studenti e studentesse non frequentavano le stesse aule. È un’idea consolante: la sensazione di vivere in un periodo di ostilità tra i sessi è dovuta soprattutto al fatto che oggi c’è un dialogo, un confronto che pochi anni fa era impensabile.
Che fatica però.
Qualche anno fa durante una lezione di grammatica ho pensato di risolvere il problema così: ok, sul manuale c’è scritto che c’è un genere maschile e uno femminile, ma se ci pensate bene l’unico vero genere ben definito è il secondo. Lo uso ogni volta che sono sicuro che ogni elemento dell’insieme è di sesso femminile. Invece il genere maschile non esiste: fosse per me lo chiamerei non-femminile; infatti si usa ogni volta che in un insieme non sono tutte femmine. “Una classe di studentesse” mi dice con precisione chi c’è dentro. “Una classe di studenti” mi lascia il dubbio: alcune saranno femmine e alcuni no. Ecco qua. Ho detto una bugia? Non proprio. Diciamo che ho esercitato il mio diritto a fornire una spiegazione meno sessista dei fenomeni grammaticali. La regola alla fine resta sempre la stessa, e può darsi che sia sbagliata (ma mica spetta a me cambiarla). Però almeno evito la scenetta dei ragazzi che ridacchiano e festeggiano una presunta superiorità attestata sul manuale. Forse ho solo confuso le acque: forse è tutto quel che posso fare.
È più o meno lo stesso approccio con cui affronto tutte le polemiche che girano intorno al sessismo, e devo dirlo: non è che funzioni benissimo: ma che altro posso fare? Sono un maschio eterosessuale: o sto zitto o è mansplaining. Star zitto alla lunga è faticoso, tocca ascoltare gli altri e non dicono sempre cose intelligenti, allora provo a fare una mossa laterale – mi sgamano, eh, ma almeno ci provo.
Quando mi sento dire: voi maschi avete paura di questa ondata di denunce, della nuova consapevolezza che sta portando a chi fino a qualche mese fa poteva solo sopportare in silenzio, io rispondo che beh, forse sì, ho un po’ paura: ma non in quanto maschio (sapete, il genere maschile non esiste). Quando scopro che un produttore italiano è rivenduto al pubblico delle Iene come “il Weinstein italiano”, ma non c’è nessuna denuncia, e dieci accusatrici su dodici sono anonime mentre le altre due non fanno il nome del produttore, io sì, comincio ad avere un po’ paura. Perché sono un maschio e sento franarmi addosso il patriarcato? Oppure perché sono un cittadin*, e l’idea che in Italia i sospetti molestatori seriali vengano inquisiti non dai magistrati, ma dalla trasmissione che ha difeso per anni il metodo Stamina come una sana alternativa alla chemioterapia dovrebbe spaventare chiunque, maschio, femmina, transgender, polimorfo? Il “Weinstein italiano”, capite. L’Harvey Weinstein originale è stato accusato da più di cento donne, di cui solo una manciata sono anonime. Non si tratta di semplici voci raccolte da un cronista d’assalto: la maggior parte sono denunce circostanziate che risultano agli atti. In Italia per diventare un “Weinstein” ti basta trovare dieci fonti anonime disposte a fare il tuo nome. Non mi devo preoccupare? È solo il pisello in me che si preoccupa?

Qualcuno comincia a chiedersi: ok, magari c’è stata una sottovalutazione del problema, ma ha un senso combatterla dando credito a qualsiasi voce di corridoio? Vale ancora la presunzione d’innocenza? Qualcuna ha la franchezza di rispondere: no. Non ce la possiamo permettere. È un’emergenza, evidentemente (ma quanto potrebbe durare?) In Italia i limiti temporali per sporgere una denuncia sono troppo brevi, non è che possiamo sempre preoccuparci di essere garantisti con gente che forse, dico forse, molestava. Roviniamogli la carriera e non pensiamoci più. Funzionerà al limite come deterrente – potrebbe davvero funzionare. Ma avete riflettuto un attimo sugli effetti collaterali?

Anche su TheVision leggo che Woody Allen è ancora in libertà malgrado sua figlia lo abbia accusato di cose orribili: come possiamo perdonargli anche solo un sospetto di pedofilia? Oserei obiettare che non spetta a noi perdonargli niente, così come non siamo tenuti a credere a quel che racconta sua figlia: è la rielaborazione di una cosa messa in giro da sua madre (Mia Farrow) nel momento più critico di un divorzio. Il caso Allen però è particolarmente spinoso, perché ammette soltanto due possibilità: o Woody Allen è davvero colpevole di qualcosa di orribile (ma non ci sono prove), o Mia Farrow ha fatto qualcosa di quasi altrettanto orribile, alimentando fino a oggi una voce così infamante su di lui, al punto di crescere una figlia convinta di essere stata vittima delle attenzioni morbose del padre.
Quel che è davvero inquietante del caso Farrow/Allen, è che uno dei due è senz’altro colpevole di aver fatto male a una figlia: ma sono liberi entrambi. Grazie al cielo non spetta a noi scegliere: non siamo giudici – ma se lo fossimo, a quale criterio ci affideremmo? Se mi rispondete che una madre non può mentire in quanto madre, e una figlia non può mentire in quanto figlia, io mi preoccupo. Perché sono un maschio? Forse. Forse tutto il mio raziocinio non è che l’organo di autodifesa del mio pene, ok, non posso escluderlo. Figurati se a vent’anni non ho scambiato #anch’io per un cenno di intesa un semplice sorriso, figurati se non ho allungato una mano che doveva stare al suo posto o fatto qualche altra stronzata che adesso spero di far passare sotto silenzio. Onestamente non ricordo, a volte poi ero bevuto, ah, ma anche Kevin Spacey, no? Non può essere una scusa. No.
Non posso escludere di far parte di un insieme di creature naturalmente infide e prevaricatrici (i maschi), i cui vantaggi evolutivi negli ultimi tempi si sono talmente ridimensionati che non sembra poi così esagerata chi propone di farne a meno. Quel che voglio dire, dopo aver bevuto la mia coppa di bromuro fino alla feccia, è che se pensate di cambiare paradigma semplicemente invertendolo, potreste avere una brutta sorpresa. Se per schiacciare i maschi prepotenti voi calpestate il diritto, e reclamate la legittimità della delazione anonima, alla fine potreste restare calpestate anche voi, e da un piede non necessariamente femminile. Quando si comincia a dar credito a qualsiasi accusa, le donne finiscono per farne le spese quanto gli uomini – di solito anche peggio. Erano donne, non uomini, le maestre che furono accusate di pedofilia a Rignano Flaminio. Non erano famose come Woody Allen e fecero molta più fatica a difendersi. In quel caso non furono le Iene a mobilitarsi, bisogna dirlo: fu un altro programma. Giornalisti iscritti all’albo, in ogni caso. C’erano le testimonianze dei bambini, potevano sbagliarsi i bambini? C’era la rabbia dei genitori, che è sacra: come si poteva anche solo mantenere il beneficio del dubbio? Anche allora non si poteva andare per il sottile: c’erano i satanisti, là fuori.
A chi scrive, senza scherzare, che “gli uomini perbene non hanno nulla da nascondere” (una frase perfetta da incidere su qualsiasi videocamera di sorveglianza) posso solo rispondere: ok, magari anch’io non sarò 100% perbene, ma allora chi? Chi può essere sicuro di essere al di sopra di qualsiasi sospetto, di qualsiasi voce? Il primo che mi viene in mente – sarà che è novembre – è San Carlo Borromeo, che si vantava di non avere mai dato udienza a una donna in assenza di testimoni. Dovremmo probabilmente fare tutti così (organizzarci soprattutto negli ascensori). Non è una coincidenza che lo stesso San Carlo avesse separato uomini e donne nelle chiese e piazzato una vera e propria barriera tra le navate, affinché gli uomini non molestassero le donne con lo sguardo. Il momento in cui ogni sospetto diventa reato, in cui ogni voce diventa condanna, precede di poco il momento in cui ci si copre il capo, e ci si divide in navate diverse, in aule separate. E a quel punto non si litiga più, neanche sulla concordanza del genere misto: a qualcuno sembrerà un passo avanti.

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