I was born, lucky me
In a land that I love
Though I am poor, I am free.
When I grow I shall fight,
For this land I shall die,
Let her sun never set.
Non mi ricordo un momento in cui ho cominciato ad amare/odiare gli inglesi. Mi sembra di averlo sempre fatto, da quando non conoscevo che due o tre canzoni, il Big Ben e Oliver Twist. Col tempo ho imparato a conoscerli e li ho amati sempre di più, e li ho odiati sempre di più. Gli Smiths e la Thatcher, la moquette nei bagni e il Bill of Rights. Ho sempre tifato contro l’Inghilterra, sempre, perché è sempre bello vederla perdere e gli hooligans si meritano il peggio; ho sempre ammirato il modo in cui gli inglesi discutono di calcio e in generale di sport, e in generale di qualsiasi cosa. Ho sempre trovato disgustoso il modo in cui tenevano un piede nella UE e l’altro fuori, le tresche di Blair con Bush, la loro spocchia malgrado il trattamento speciale di cui hanno goduto dal ’73 in poi. Non ho mai immaginato che l’Europa si potesse unire senza di loro. È proprio una cosa che non riesce a venirmi in mente. E adesso come mi sento.
Una volte da ragazzino feci l’errore di dare un ultimatum alla ragazza – o me o quell’altro, e lei ovviamente non scelse me, anche se sembrava la scelta più razionale (ma non è razionale aspettarsi che la gente faccia scelte razionali). Ed eccomi qui, dovrei chiedere sanzioni, gioire mentre la sterlina crolla, godere a vederti a strisciare, e invece eccomi qui che scalcio nel buio e mi domando se per caso non stai già cambiando idea. Perché nel caso, ecco, io ci sono. Puoi chiamare a qualsiasi ora, ho il telefono in carica, e in tasca un biglietto per Calais, tu di’ solo una parola. Vengo a prenderti.
Non lasciarmi solo coi tedeschi.
Non ho niente contro di loro, ma diciamo la verità: sono ottanta milioni e più, e di loro non mi è mai interessato un decimo di quello che mi interessavi tu. Vuoi mettere Goethe contro Dickens? Il Krautrock contro il progressive? Lo so che è stupido. Nessuno ha mai detto che la costruzione dell’identità europea sarebbe stata una cosa particolarmente intelligente. Io sono quel che mangio, quel che leggo, quel che ascolto e quel che guardo in tv, e soprattutto lì capisci che non c’è gara. Non dico che i tedeschi non s’impegnino – ogni tanto sbirciavo Cobra11, gli incidenti in autostrada li sanno coreografare – ma è proprio questo il punto, è proprio che vedi tantissimo che s’impegnano e il risultato è quel che è, nulla che preferirei a una vecchia puntata di The Prisoner. Sai cosa si salvava dell’ultimo film tedesco che ho visto al cinema? Emma Watson.
Non mi ricordo un momento in cui ho cominciato a sentir dire che il progetto europeo era fallito. Ricordo chiaramente che se ne parlava quando eravamo ancora in dodici. Fino a un certo punto, comunque, continuò a sembrarci inevitabile. Saremmo andati in erasmus, o col servizio volontario, avremmo incontrato altri giovani come noi, avremmo scoperto di avere più cose in comune che coi vecchi rimasti a casa. Certo, il muro di Berlino crollando cambiò gli equilibri e dal 2004 in poi forse nessuno ci ha più capito nulla. Forse l’Europa non è così inevitabile dopotutto. Forse i nostri figli penseranno dell’Inghilterra quel che pensavano i nostri nonni prima di partire, dio la stramaledica, perfida Albione, eccetera. Ma mi sembra impossibile.
In casa nostra almeno, con quei Coe e quegli Hornby sulle mensole. E l’autoradio che ogni tanto pesca Victoria dei Kinks, e se il passeggero più giovane mi chiede: perché fai V con le dita? Io rispondo: è il segno della vittoria, perché sai, noi vinceremo. Per quanto lunga e dura possa essere la strada.

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