Room (Lenny Abrahamson, 2015).
Quando era molto piccolo un giorno Jack scese dall’abbaino sin nella pancia della mamma. Nove mesi dopo ne sgusciò fuori e adesso è il più veloce di tutta la Stanza, cioè il mondo, non più di 16 metri quadrati: un gabinetto, una vasca una cucina, un televisore che mostra persone che non esistono, e un armadio per chiudersi dentro quando la sera arriva il Vecchio Nick. Lui è l’unico uomo dell’universo: a volte porta qualcosa da mangiare, a volte un regalo, ma non è un amico. Questo è il grande mondo di Jack, che oggi compie cinque anni. Buon mattino sedia uno. Buon mattino sedia due. Buon mattino, lavandino.
Qualcosa mi diceva di stare lontano da Room, qualcosa che avrei dovuto ascoltare con più attenzione. Forse è una stagione della vita, una crosta che verrà via qualche anno: diciamo che i bambini maltrattati mi danno da fare – no, è un po’ più grave. Mesi fa ho abbandonato un film a metà perché un bambino piangeva e nessuno correva ad aiutarlo: non avrei mai dovuto guardare Room. Non è uno di quei film che dopo due ore finisce. C’è una piccola stanza che ti entra nel cervello e chissà quando se ne va. Senza mai mostrare una sola scena di autentica violenza, affidandosi soltanto alla verosimiglianza, Abrahamson costruisce uno degli inferni più credibili mai portati al cinema. Diventa impossibile non introdursi col pensiero in quella stanza e cominciare a riflettere su cosa avremmo fatto al posto di Jack e della sua mamma disperata, buonasera sedia uno, buonasera sedia due. Per sfuggire all’orco che gli ha dato la vita Jack deve trattenere il fiato, morire e rinascere: è il bambino più coraggioso del mondo, ma intanto stavo morendo io… (continua su +eventi!)


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