Sprofonderemo saturi: Suburra

Suburra (Stefano Sollima, 2015).
È stato quattro anni fa, noi chissà dove eravamo. Più facilmente in coda a un semaforo, e intanto tutto intorno a noi stava finendo. Sotto la pioggia il parlamento stava per sciogliersi, Berlusconi scappava dalla porta di servizio, il Papa meditava di abdicare, e per qualche giorno Roma non è più stata di nessuno. In quel momento magico avrebbe potuto spuntare qualsiasi cosa: anche una Las Vegas tra le baracche di Ostia. Quattro anni dopo eccoci qui, a domandarci cos’è cambiato. Al cinema però c’è un buon film italiano, ecco, questa è una relativa novità. Da cosa si riconosce che è un buon film?
Sicuramente non dalla fotografia.
Che è smagliante e impeccabile, ma appunto, è quello che potremmo dire per qualsiasi film italiano degli ultimi cinque anni. Soggetti fritti e rifritti, dialoghi inverosimili, musiche pretenziose e ingombranti, fantastica fotografia. Una maledizione. Persino il Ragazzo Inguardabile aveva delle inquadrature memorabili. Pareva che saremmo sprofondati saturi e patinatissimi. Suburra forse è un buon film perché all’ottima fotografia dopo un po’ non fai più caso. C’è altra carne sul fuoco, e attenzione, non è tutta roba necessariamente nuova o di buona qualità. Ma funziona.
Forse è un buon film proprio per l’arroganza con cui arriva per ultimo nei luoghi tra più frequentati da cinema e tv, guarda tutti a grugno duro e fa capire che non pagherà nessun debito, anzi: tocca agli altri alzarsi e fargli spazio. Ci saranno feste danzanti e fogge cardinalizie – ma non ci sarà tempo per pensare alla Grande Bellezza. La folla circonderà Palazzo Chigi senza nessun riferimento al Divo o al Caimano. Se entri aspettandoti Gomorra – il film o la serie – dopo un po’ ti accorgi che non ci stai pensando più. Anche Romanzo Criminale è in qualche modo lontano.
Eppure Sollima è esattamente lui, continua ad appoggiarsi su quei tappeti sonori asfissianti – quelle basi elettroniche o postrock che negli episodi di Gomorra ti danno il minutaggio preciso, quando parte la chitarra o il tastierone è come se l’hostess ti avvertisse “allacciate le cinture, tra dieci minuti è tutto finito”. Al cinema può contare su facce più conosciute, ma è un vantaggio discutibile, se a Favino e a Germano è chiesto di ridurre l’espressività a quelle tre o quattro smorfie – e ad Amendola di imbalsamarsi. Così che prevedibilmente le figure più memorabili restano i comprimari, gli assassini nati Greta Scarano e Alessandro Borghi, o Adamo Dionisi nei panni firmati di un cravattaro zingaro che vorrebbe accreditarsi come boss ma non riesce a far silenzio nemmeno in quel soggiorno che è la migliore invenzione del film, e lo racchiude: Roma come un open space in cui i bambini giocano a palla coi cani mentre i mafiosi torturano i sequestrati, a un divano di distanza.
Sollima si può persino permettere – come già in Gomorra – il lusso dell’anticlimax nelle scene d’azione, inquadrate con un realismo che castra ogni tentazione epica. Nella città di Suburra ci si ammazza solo alle spalle, e non c’è un gangster che non faccia almeno un numero da fesso. Il più furbo di tutti gira senza scorta, provando a dare un senso a tutto il caos. Ma le variabili sono troppe e sono tutte impazzite. Suburra non è quella riflessione sulla decadenza dei costumi che qualcuno cerca di vendervi – il suo pessimismo è quello dei noir d’ordinanza – ma non è nemmeno un semplice film di genere. Non sarà un capolavoro, ma quest’anno è uno dei migliori film che ho visto in sala – non solo tra gli italiani. Questa settimana è al Citiplex di Alba, al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo, all’Impero di Bra, al Fiamma di Cuneo, all’Italia di Saluzzo e al Cinecittà di Savigliano.

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