L’orribile segreto di Kevin Costner

Days To Kill (McG, 2014)

C’è anche Amber Heard, truccata da cartone animato sadomaso, così anche se non sapesse recitare nessuno ci farebbe realmente caso (In effetti: sa recitare?)

 

Kevin Costner è un veterano della CIA. Ahahah. No, sul serio, credevate davvero che si fosse ridotto a testimonial di Rio Mare? Quella era una copertura. Kevin Costner uccide. È rapido ed efficiente – pulito no, pulito proprio non si può dire, lascia cadaveri dappertutto, ma alla sua età cosa pretendi. Kevin Costner vent’anni fa era il Butch di Un mondo perfetto, e adesso va’ a sapere: cinque figli, un mutuo, o gli alimenti, o la versione hollywoodiana di questo tipo di problemi, ma la sostanza è che deve guadagnarsi la pagnotta pubblicizzando il tonno e recitando canovacci di Luc Besson.

 

Luc Besson vent’anni esatti fa girava Léon, praticamente c’erano lui e Tarantino. Poi hanno preso strade diverse, diciamo. Lui per esempio ha maturato cinque figli da quattro tra mogli e compagne (tra cui Nikita e Giovanna d’Arco, complimenti), ed è ormai un veterano del cinema euro-tamarro. Dal 2000 la sua EuropaCorp sforna pellicole per un tipo di pubblico che istintivamente ho sempre identificato in un ragazzino biascicante cingomma che nemmeno al cinema riesce a levarsi il berrettino da baseball che serve anche a occultare le botte irreversibili prese nel tentativo di scendere i primi tre gradini del trocadero in skate. Cosa vuole raccontare, Luc Besson, a un tizio così? Voi cosa gli raccontereste? Le solite cose: sparatorie, esplosioni, inseguimenti, e poi ogni tanto qualche intervallo, qualche spiega. Ma mica perché ci sia veramente bisogno di spiegare cosa stiano facendo i buoni o architettando i cattivi: è solo per tirare il fiato, allungare il brodo, inoltre magari il tizio o la sua ragazza hanno appena finito i popcorn e gli viene voglia di ripassare dal bar, sono questi gli espedienti che salvano il cinema. Inseguimenti ed esplosioni, peraltro, sono mediamente ben girate, su standard hollywoodiani, e quindi insomma di cosa ci lamentiamo? Di cosa si deve lamentare il critico?

 

Io mi lamento della programmazione dei cinema di Cuneo. Maledetti, volevo andare a vedere We Are The Best. Non c’è da nessuna parte né a Cuneo né in provincia. Nemmeno a Moncalieri. Volevo vedere le ragazzine svedesi punk che si rasano i capelli e se ne fottono dei genitori borghesemente svedesi, e invece mi ritrovo davanti a una pellicola che si riassume in una riga: Kevin Costner è un veterano della CIA che ha un’ultima missione da compiere ma intanto vorrebbe riallacciare il rapporto con la figlia sedicenne. Proprio così: lui spara ai cattivi e lei frigna per la messa in piega, esatto, esatto, come avete fatto a indovinare. È pure nervosa per il ballo di fine anno! Ma ce l’hanno pure i francesi questa stronzata del ballo di fine anno? Come se a Besson quando scrive i canovacci gliene fregasse qualcosa di cos’hanno i francesi o i tedeschi o gli slavi. Al limite, guardate, mi sarei anche visto Incompresa , la tragica storia di una ragazza semplice che voleva fare la ragioniera e invece il padre sempre assente per lavoro e divorzio, tormentato dai sensi di colpa, la costringe a esordire nel mondo del cinema, terribile se ci pensate nevvero? Ma pensate se a dispetto di tutta l’aura negativa e del cast da fotoromanzo mediaset fosse un bel film? No, perché potrebbe pure, sapete? Ingannevole il cuore sopra ogni altra cosa era un brutto film? No che non lo era. E allora io una possibilità ad Asia Argento gliel’avrei data – soprattutto se l’alternativa era guardare Kevin Costner che cerca di riallacciare i rapporti con una sedicenne deficiente che non ha ancora imparato ad andare in bicicletta e dà la colpa al papà – mon petit chou, ho una brutta notizia: se a 16 anni non sai andare in bicicletta il padre assente è l’ultimo dei tuoi problemi: devi farti una tac, anche subito. 

 

Peraltro, se con tutta Parigi a disposizione tuo padre sceglie di insegnarti a pedalare a Montmartre, TI VUOLE MORTA.

(Questa mania dei figli di genitori separati di assegnare ai genitori separati la colpa di qualsiasi loro deficienza, l’avete notata? Come se mio padre m’avesse spinto per più di tre metri dopo avermi tolto le rotelle. Se mai riuscissi a scrivere un canovaccio, sarebbe la drammatica vicenda di un ragazzo che ha genitori perfetti che non gli fanno mancare niente, tranne scuse per non studiare e non impegnarsi sempre in qualsiasi maledetta cosa)

 

In 3 Days To Kill, prima della scena della bicicletta, c’è la seguente sequenza: 

Papà-spia vuole passare una serata con la figlia. Figlia vorrebbe tanto ma purtroppo deve studiare taaaaanto, ma taaaaanto a casa di questa sua compagna russa, così taaaaanto che faranno tardi ed è inutile farsi passare i genitori di lei, che parlano solo russo. Papà-spia sente che qualcosa non va – mica per niente lavora per la CIA. Dopo aver ricevuto un messaggio inquietante dalla madre (“Mai sentito parlare di compagne russe!”), grazie alle sue mirabolanti competenze informatiche (apre il tablet, legge il primo status su facebook), riesce a trovare una pista. Pochi minuti dopo è in fila davanti a una discoteca, e noi sappiamo che dentro un bagno di quella discoteca c’è sua figlia circondata da quattro ragazzini di buona famiglia che vogliono abusare di lei. Ma il buttafuori non lo fa entrare perché è vestito di merda. Kevin, che non ha tanto tempo per discutere, gli spara a un piede. Questo sposterebbe qualsiasi film di cento posizioni in avanti nella classifica personale di quasi chiunque, ma ovviamente non è finita qui: Kevin entra in pista, ha quasi un mancamento perché il farmaco sperimentale che si sta sparando in vena per sopravvivere al cancro è probabilmente un placebo a base di mdma; quindi prima di abbattere i quattro-cinque aspiranti stupratori di sua figlia deve fregare una bottiglia di vodka e scolarsene mezza, è proprio scritto così nelle avvertenze. Poi trova il bagno, fa mangiare un po’ di ceramica agli aspiranti stupratori, ed esce con sua figlia in braccio. Esce con sua figlia in braccio. Ora io sono solo un povero recensore di Cuneo, ma non credo di aver mai visto una scena così… come definirla, davvero? È porno per padri, ecco cos’è. E all’improvviso realizzo che i ragazzini col berrettino storto che si guardavano i primi film di Besson negli anni Novanta adesso ne hanno quaranta, e probabilmente sono anche loro padri di merda con un sacco di stronzate da rimproverarsi, e hanno bisogno di consolarsi così. Tesoro, il vero motivo per cui ci vediamo poco è che io faccio la spia, ammazzo tantissimi cattivi, è un lavoro a tempo pieno sai. 

“Ma non fai la pubblicità al tonno?”

“Ma no, che dici?”

“Mamma dice che fai solo la pubblicità al tonno”.

“Non è che puoi credere solo alla mamma”.

“Ma io l’ho vista la tua pubblicità”.

“Sssst, quella è solo una copertura”.

 

Nota che anche lei è una spia: e infatti chi la riconoscerebbe, così travestita.

3 Days To Kill si spiega meglio conoscendo la storia di un altro film scritto da Besson, Taken (Io vi troverò): una sciocchezzuola dagli ingredienti molto simili (una spia e sua figlia), nobilitata dal cast: la spia di Taken era Liam “Oskar Schindler” Neeson, che a 56 anni si è reinventato attore in film d’azione, con risultati impressionanti, da un punto di vista commerciale: oltre i duecento milioni di dollari. A cinque anni di distanza è abbastanza comprensibile che Besson voglia riprovarci più o meno con la stessa formula, e che a Costner non dispiacerebbe riciclarsi come si è riciclato Neeson. Il film, poi, davvero, non è malaccio: le scene d’azione in senso stretto sono tutte molto divertenti. Il mix di commedia e azione non si può dire perfettamente amalgamato, ma due risate te le strappa. Malgrado il regista sia quell’onesto operaio di videoclip che risponde al nome bimbominchione di McG, qua e là di sente un inconsueto e piacevole tocco francese, ad esempio quando nella cornice standard di un action metropolitano irrompono gli squatter del terzo mondo. Besson li tratta con simpatia, non perché sia vittima di qualche senso di colpa borghese o sovrastruttura gauchiste, anzi: Besson vuol bene a queste frotte di africani che nidificano nelle fessure di Parigi perché sa che appena avranno sei euro da buttare via, li butteranno via per venire a godersi l’aria condizionata in un multisala davanti a qualche film di merda magari prodotto da lui. E noi critici di cosa ci lamentiamo? Potevamo andare a vedere qualche altro film – no, aspetta, non potevamo. E vabbe’. 

 

3 Days To Kill è a Borgo San Dalmazzo, a Savignano, a Bra; e voi lasciatelo pure là.

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