L’audace colpo dei soliti palestrati

Wahlberg sembra il magrolino. Non è affatto magrolino.

Pain & gain – Muscoli e denaro (Michael Bay, 2013).

 

Daniel Lugo (Mark Wahlberg) crede nel fitness, crede nei bicipiti, crede nel sogno americano. È stanco di recitare la parte di palestrato senza cervello, è stanco di motivare ricchi flaccidi in palestra per pochi $ all’ora. I muscoli che si è pompato addosso si meritano più. Daniel Lugo ha un piano: con un paio di colleghi bistecconi sequestrerà un suo ricco cliente, lo torturerà ma poco, quanto basta per farsi intestare tutti i suoi beni. Daniel Lugo mostrerà tutti di che cosa è capace. Purtroppo Daniel Lugo è capace di fare cose veramente molto stupide.

 

Michael Bay (Bad Boys, Armageddon, Transformers) crede nel cinema, crede nel montaggio serrato, crede nel sogno americano. È stanco di recitare la parte di regista senz’anima, è stanco di montare quindici sequenze in un minuto per ubriacare teen-ager iperattivi. La sua sensibilità di videoclipparo si merita di più. Michael Bay ha un piano: farà un film a basso budget e dimostrerà a tutti di che cosa è capace. Purtroppo, in effetti, Michael Bay è capace di tutto.

 

I cartelloni americani sono molto divertenti.

È facile odiare Michael Bay. Persino i cinefili antisnob, quelli che vogliono soltanto strafogarsi di pistacchi mentre guardano robottoni e lucertoloni: persino loro disprezzano Michael Bay. Perché, che cos’ha che non va. Ecco, è questo il punto. Non ha veramente niente che non vada, anzi. È il sogno americano alla massima potenza, senza controindicazioni, senza retropensieri, è come farsi di steroidi senza pensare al domani e alle controindicazioni ai testicoli, senza neanche il sospetto che ehi, forse stiamo esagerando, forse stiamo trasformando il cinema in un bambolotto gonfiato e senz’anima. Michael Bay ce l’ha, un’anima? Il compianto Roger Ebert propendeva per il no: se l’era venduta per girare The Rock. In cambio Satana aveva probabilmente imposto il cut finale di Armageddon – chi altri se non lui.

 

Se anche non avesse venduto l’anima al demonio, sicuramente Bay ha venduto il suo corpo alla Hasbro, il giocattolificio che produce i transformers. Da sette anni, pensateci, sette anni, Bay come regista non fa che girare le cineprese intorno a robottoni e modellini di robottoni, a chi non verrebbe la nausea? Ok, guardarne un’avventura di Optimus Prime è divertente, ma vi ci sposereste? Ve lo portereste a letto tutte le sere? È una miniera di soldi, ma è comunque una miniera, sudore, fatica. E tra un anno esce il prossimo. Nel frattempo in un qualche modo è riuscito a girare questo piccolo film, che aveva in mente da anni, su un caso di cronaca avvenuto nella sua amata Miami: l’ascesa e la rapida caduta di una gang di sequestratori palestrati e stupidissimi. Ci sarebbe da ridere, se non fosse quasi tutto vero. Il guaio è che a un certo punto si ride comunque, malgrado un sottotitolo avverta: È ANCORA UNA STORIA VERA. Nel frattempo Dwayne Johnson sta usando un barbecue per grigliare pezzi di cadavere.  Forse alla fine davvero non ce l’ha, un’anima, Michael Bay. Per quanto si sforzi.

 

Sei quello che sollevi.

Lui ci terrebbe a mostrarne una. Non pretende di essere originale, il film è per sua ammissione una tarantinata. In realtà sulla media distanza saltano fuori reminiscenze meno scontate – Scorsese, i fratelli Coen – il tutto mescolato senza il solito ipercinetismo: vuoi che stavolta non c’è l’esigenza di ubriacare i ragazzini, vuoi per le limitazioni del budget, fatto sta che questo è il suo primo film dai tempi di the Rock che non sconsiglierei a un epilettico. Bay vuole dimostrare che sa raccontare una storia adulta, che conosce l’ironia, che è capace addirittura di inserire un messaggio politico: in tutto questo andrebbe incoraggiato, perché Tarantino magari quando discetta di razzismo è più consapevole di lui, ma predica ai convertiti. Invece un Michael Bay, re del cinema tamarro, che si mette a satirizzare sul sogno americano è un po’ come se Neri Parenti facesse cadere la dentiera a Berlusconi in un cinepanettone: quelle cose che incidono davvero, che spostano voti. Davvero, andrebbe sostenuto Michael Bay, che tra un robottone e l’altro invece di spaparanzarsi in spiaggia gira una satira a base di body builder cocainomani o impotenti, professionisti dei motivational speech da quattro soldi, poliziotti razzisti e cialtroni, notai corrotti (sì, anche in Florida esistono i notai). Un affresco sgargiante e corrosivo, e ci lamentiamo pure? Bay lo ha praticamente girato nel tempo libero. Whalberg e Johnson hanno rinunciato al compenso (si rifaranno con le percentuali degli incassi). Tutta gente ricca e famosa che invece di stare in spiaggia a sorseggiare daiquiri si impegna a darci un film cinico e divertente, e noi ci lamentiamo? Di cosa ci lamentiamo?

 

Quest’uomo sa recitare, lo giuro.

Del cinismo. È davvero un film troppo divertente. I tre protagonisti sono talmente pasticcioni che non puoi voler loro un po’ di bene, come ai soliti ignoti di turno. Se poi nel mazzo c’è Dwayne Johnson, la più simpatetica montagna di muscoli mai inquadrata a Hollywood – purtroppo può fare un solo tipo di personaggio, ma lo fa veramente bene: in mezz’ora di film usa più espressioni facciali che Schwarzenegger in tutta la sua carriera. Il problema è che con tutta la sua simpatia, in questo film fa cose orribili. Non è solo questa cosa dei tranci umani in un barbecue. A un certo punto c’è una signora che si aggira a carponi sul pavimento dove giace suo marito con la testa schiacciata. Ogni volta che cerca di scappare, le fanno una pera di tranquillante. Sembra una comica. Ma è successo davvero. Quando ci pensi, ci resti male: sul serio ho riso per una cosa del genere? È un incubo, Michael Bay, come hai fatto a presentarmela come una cosa divertente? Ok, lo so, è intrinsecamente divertente. Ma non capisci quanto sia devastante, sul piano morale, ridere per dei crimini realmente commessi? Sul serio, non lo capisci? Cos’è che ti manca, se non l’anima cosa?

 

E il tuo senso dell’umorismo. Riempire un film di piselli di gomma, perché? È una scelta del tutto autoriale, nella storia vera la prima vittima del sequestro non viene imprigionata nel magazzino di un sexy shop: nel baule della sua macchina i poliziotti non rinvengono un dildo bruciacchiato. Bay ha già tradito la “storia vera” in tanti modi (si è inventato lo sceriffo buono che capisce tutto, ha trasformato un sadico violento in un timido impotente innamorato della solita Ciccia Wilson). Tutte licenze abbastanza comprensibili (se n’è prese più Spielberg per Lincoln, o Affleck per Argo), tranne questa ossessione per i falli in gomma che forse vorrebbe introdurre un sottotesto omoerotico,  con la delicatezza di un tredicenne con un pennarello che di fronte a un muro disegna la prima cosa che gli viene spontanea. Viene il dubbio che Bay sia un po’ quel tredicenne lì, anche se invece di un pennarello ha carrelli e macchine da presa ed effetti speciali a strafottere. Forse è tutto qua il mistero: Bay non è che giri film per ragazzini, Bay è ragazzino dentro. Anche se fa finta di annoiarsi dei Transformers, alla fine i suoi palestrati continuano a montarsi e smontarsi in un modo molto simile, e perdono anche i pezzi (vedi la gag dell’alluce amputato a Johnson, anch’essa del tutto gratuita e dichiaratamente fallica).

 

Così alla fine non sai bene cosa pensare. Se Bay voleva dimostrare di saper fare qualcosa di diverso che montare e smontare robottoni, il film non è del tutto riuscito. Se voleva divertirci, accidenti, sì, ci ha preso in pieno. Se voleva farci vergognare del nostro divertimento, maledizione, sì, sei veramente il demonio Michel Bay.

 

Pain & Gain è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:05 e alle 22:45; al Multilanghe di Dogliani alle 21:30. Buon divertimento, e vergognatevi.

 

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