Perché ho scelto Scienze Inutili

La stanzetta della principessa.

Non capita molto spesso ultimamente che una cosa che leggo on line mi faccia pensare parecchio, e quando succede di solito è dello Scorfano. Eppure questo pezzo non dovrebbe fare altro che confermare le mie non originalissime tesi sul sistema educativo superiore italiano. Io sono infatti tra quelli che credono che in Italia si continui a dare troppa importanza ai licei, e soprattutto ai licei classici; che il motivo per cui continuiamo a tenerli aperti e iscriverci i figli abbia più a che fare con un problema di status che con una reale esigenza del mondo del lavoro (ma anche del mondo tout court: nessuno ha bisogno di così tanti latinisti); che questa inerzia culturale ci consegna non solo un enorme bacino di umanisti sottopagati, ma una generale sottovalutazione delle competenze tecniche e scientifiche. E bla e bla e bla, ne abbiamo parlato centinaia di volte.

E quindi lo Scorfano, che insegna in un liceo e non credo condivida la mia tesi, cosa fa? Mi mostra un laureato in lettere col massimo dei voti che stacca biglietti al cinema. Perfetto, no? Il guaio è che in lettere mi ci sono laureato anch’io, ovviamente col massimo dei voti (esistono altri voti oltre al massimo? Se non hai un centodieci quella pergamena non la vai nemmeno a ritirare), e se dopo la laurea non ho staccato biglietti, mi sono capitate anche mansioni più umilianti. Quindi, insomma, si parla di me? Do la colpa alla società per gli errori che io ho commesso? La mia rabbia contro il sistema della scuola media superiore italiana nasce dalla frustrazione di essere diventato quello che sono diventato? Ma io non me la passo così male, in realtà. Ho una cattedra, già da alcuni anni: con quello che succede in questi giorni sono abbastanza contento che Tremonti non me l’abbia ancora portata via, e il giorno che capiterà non sarà una tragedia; nel frattempo ho avuto diverse esperienze lavorative, sono riuscito a portare a termine un dottorato di ricerca e ho persino pubblicato una lunghissima tesi; ho messo su famiglia; e poi che altro c’è? Ah già, tengo un blog che mi dà qualche soddisfazione. Tutto sommato la tana che mi sono scavato in questi anni universalmente grami non mi sembra da disprezzare: anche se sospetto di avere avuto, rispetto ad altri coetanei laureati in lettere, diverse botte di puro culo (e il tempismo di laurearmi in tempo per l’ultimo oceanico concorsone: quello ha fatto la differenza, molto più di tutto quello che posso aver studiato o capito prima o dopo).

Dunque, a questo punto della mia non eccezionale ma nemmeno catastrofica parabola professionale, se vedo un neolaureato in lettere che si lamenta perché non riesce a trovare un lavoro in cui esprimere le sue competenze, cosa gli devo dire? La prima cosa è esattamente quella venuta in mente allo Scorfano, e cioè: Lo sapevi. Lo sapevi benissimo. Te l’avevano detto i genitori, i compagni, perfino gli insegnanti. Perlomeno, a me l’avevano detto davvero tutti: Vai a lettere? Vai a studiare da disoccupato. Punto. La scuola è un brutto mondo e comunque fuori c’è la fila; l’editoria è un miraggio; il giornalismo si impara da un’altra parte. Questi discorsi li abbiamo ascoltati cento, mille volte, eppure ci siamo iscritti a Lettere lo stesso. Cosa c’era di sbagliato in noi? Per prima cosa, avevamo diciott’anni. Ma questo ci scusa fino a un certo punto. A diciott’anni cos’è che non dovremmo sapere? Non sappiamo che dovremo affrancarci dai genitori, metter su famiglia, casa, proteggere i nostri cari da imprevisti, malattie e vecchiaia? In un qualche modo no, non lo sappiamo, altrimenti non ci iscriveremmo a Lettere, che se uno non è ricco di famiglia è oggettivamente una scelta dissennata. Del resto nei centri operosi era la scuola delle signorine di buona famiglia. E noi studenti di Lettere, in fondo, sotto sotto siamo tutti così: signorine di buona famiglia, di cui tutti lodano l’impegno, ma che nessuno si aspetta debbano rendersi utili: al massimo è lodevole che si trovino un modo elegante per occupare il tempo. Ecco, se volete una risposta all’eterna domanda: Perché nelle facoltà di lettere non si nega un trenta a nessuno?, la mia risposta è: ma vuoi negare un trenta a una gentile signorina di buona famiglia che si vede che s’impegna molto, e che comunque non arrecherà alcun danno a chicchessia? Devi essere una belva senza cuore (invece, il più delle volte, dall’altra parte della cattedra c’è una versione precedente, un po’ inacidita, della stessa signorina).

Qui secondo me c’è un problema. Forse è il liceo classico. Forse no. Ma insomma se ogni anno migliaia di studenti maturi in tutta Italia fanno questa scelta oggettivamente dissennata, da qualche parte nella loro formazione è mancata una lezione di vita. Una cosa banalissima, secondo me basterebbe anche una mezza giornata, quel classico momento in cui per esempio ti telefona una tizia con cui esci che ha un ritardo e non sa bene cosa fare. Tu ti siedi un attimo a fare due conti e ti rendi conto che almeno in senso tecnico sei già un adulto, che non puoi più scegliere gli indirizzi di studio come si scelgono i film al cinema, che puoi anche laurearti in lettere classiche se ti piacciono tanto, ma probabilmente non ti potrai permettere la villetta suburbana col giardino per il cane e la mansarda per i giochi dei bimbi. Perché tantissimi diciottenni, soprattutto (ma non solo) al liceo, non si siedono brevemente a fare questo ragionamento? Non potrebbe trattarsi di una lacuna nella loro formazione?

Ho ripensato a quel me stesso spensierato che aveva davvero tutta la vita davanti, che poteva provare a diventare un medico o un magistrato e invece s’iscrisse a Lettere. Cosa gli frullava nel cervellino, pure già molto ben coltivato? Non c’era nessuno che poteva dargli buoni consigli? Ho pensato a tutte le persone sagge che conoscevo – che mi apparivano sagge in quel momento, al liceo e fuori. E forse ho capito una cosa. Io non sono cresciuto in un contesto competitivo. Io sono cresciuto in un contesto che faceva tutto il possibile per proteggermi dalla competizione. È vero che persino i nostri prof ci mettevano in guardia dalla facoltà-fucina di disoccupati. Ma lo facevano con una certa dose di ironia, che era poi la vera lezione che ho trattenuto. Cioè, è vero che rischiavamo di finire sulla strada, ma c’era poi qualcosa di male nel finire sulla strada? Gli anni Ottanta erano finiti da un pezzo, c’era la crisi e Amato doveva rastrellare novantaduemilamiliardi di lire per salvare l’euro che ancora non esisteva e già rompeva i coglioni eppure no, non c’era nulla di male a immaginarsi un futuro da dropout. L’importante era essere ricchi dentro.

Cosa significhi essere ricchi dentro credo che lo spieghi meglio di tutti Niccolò Machiavelli in una lettera che è antologizzata in tutti i manuali di letteratura del liceo, quella in cui racconta il suo ingaglioffirsi in un borgo dov’era finito durante un temporaneo rovescio di fortuna, i pomeriggi passati a bere e a giocare le carte eccetera; poi però la sera entrava nel suo studio, e lì tornava un ricco, un sapiente, a suo modo un nobile, che dialogava coi grandi della letteratura e coi potenti della terra, trattandoli da pari. Ecco: invece di attirare la mia pigra attenzione sul fatto che un giorno avrei dovuto mantenere un nucleo famigliare; che un giorno soltanto il mio reddito mi avrebbe difeso dalla miseria e dalla morte; invece di contagiarmi quell’ansia calvinista che ti porta a studiare giorno e notte anche una cosa che non ti piace, o a costruire computer nei garage, al liceo mi insegnarono che non importa quanto mi sarei ingaglioffito di giorno: se studiavo i classici, ci sarebbe sempre stata una stanzetta in cui avrei potuto essere grande, essere nobile, trattare i grandi personaggi alla pari. Se studiavo i classici.

mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

E credo che sia stata quella stanzetta a fare la differenza, almeno nel mio caso. Se avessi studiato legge, avrei potuto condannare un innocente. Se avessi studiato medicina, avrei potuto ammazzare un sano. Ma studiando lettere non avrei mai ammazzato Pirandello; non solo, ma potevo immaginare di essere il suo più grande amico, e certo lui non avrebbe potuto protestare. La stanzetta non è che te la regalavano: dovevi studiare sodo, e io credo di averlo fatto. Ma non quanto deve studiare un veterinario o un architetto. Tanto non dovrò mai curare un cavallo, né disegnare un edificio che resti in piedi. Devo soltanto portare pazienza tutti i giorni, con quell’ironia che è la prima e l’ultima cosa che mi hanno insegnato al liceo, mentre assolvo le incombenze quotidiane che mi assicurano il pane, in attesa di entrare in quella stanzetta dove finalmente sono a tu per tu con Dostoevskij e Fenoglio (peggio per me se preferisco perder tempo con Facci e Merlo), e non c’è più spazio per temere le povertà, o sbigottirmi della morte.

La stanzetta è l’immunità a qualsiasi fallimento che la vita ti riserva, una specie di patto col diavolo: se tu hai paura di non farcela nella vita, ti iscrivi a Lettere e a diciannove anni sei già un perfetto fallito. Da lì in poi puoi solo fare progressi e apprezzarli, come è successo a me.

La stanzetta non è una metafora, esiste davvero. La prima che ho avuto era così piccola che un letto e una scrivania non ci stavano, bisognava scegliere, e io scelsi di dormire sul divano. La seconda era una mansarda, in cui ho ammazzato centinaia di zanzare mentre traducevo libri di cose che non conoscevo, e ogni tanto mi sentivo con David Foster Wallace. Tante volte poi, passando davanti alla mia stessa casa, guardavo in alto e pensavo questo molto strano pensiero: “io sono lì”. La terza è quella dove sto scrivendo adesso. Ma in un certo senso la stanzetta è questo stesso blog. È il posto dove io posso discutere di massimi sistemi senza pudore; posso criticare film o libri o musiche come se ne fossi un esperto, e poi nei commenti la gente dice sei un frustrato. Sono un frustrato? Può darsi, ma la mia è la stessa frustrazione di Niccolò Machiavelli, soffrirla è un onore.

Tutto questo per arrivare a dire che io, se incontrassi come lo Scorfano un neolaureato bigliettaio che si lamenta perché il mercato del lavoro non ha bisogno di lui, dopo qualche minuto di riflessione, gli direi: guarda che ti sei sbagliato. Tu non hai fatto Lettere per trovare un buon lavoro a scuola o nell’editoria. Tu hai fatto Lettere perché è quel corso di studi che dovrebbe farti sentire ricco, ricco dentro, anche se nella vita di tutti i giorni fai il bigliettaio. Dovresti staccare i biglietti spensierato, pensando ad Alceo o Arbasino. E se non hai capito questa cosa, vuol dire che non hai capito nemmeno la prima satira del primo libro delle satire di Orazio; figurati le altre.

Poi scapperei, perché una risposta così altera si merita gli schiaffi. Ma insomma noi nobili italiani, noi principesse di buona famiglia, siamo così. Non c’interessa nulla di quanto ci fruttino i latifondi o i btp: l’estratto conto lo degniamo di uno sguardo distratto, e torniamo nella stanzetta a chiacchierare con Franzen. Il mondo sarà anche pieno di gente più ricca, più elegante, più sana di noi, ma in un qualche modo dalla nostra stanzetta riusciamo a guardarli tutti dall’alto, e nessun destino ci sembra valga veramente il nostro. Siamo fatti così.

Siamo fatti male? Siamo fatti male.

104 Comments

  1. Per me, la cosa migliore che hai scritto quest'anno. Ma sono di parte. Da stampare e farci dei poster da appendere in tutte le camerette, le scuole, le librerie feltrinelli del regno.
    (La discussione che è venuta fuori nei commenti invece, mi ricorda tanto la famigerata superiorità morale della sinistra)

    Hervé

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  2. @Hervé
    Ma no, perché? Mi sembrano interessanti i commenti – segno che leonardo ha toccato punti sensibili – e le esperienze personali come quelle di Arianna mi pare arricchiscano molto; poi, de gustibus.. (ah, no, scusate, non sono n letterato.. “a ognuno le sue opinioni”, va meglio)

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  3. @Tomassetti trovo questa affermazione ingenua. Vivere, in sé, dovrebbe essere anche dare qualcosa agli altri, mentre si studia, mentre si cresce, mentre si cammina per strada senza buttare la carta per terra, tipo. A parte il fatto che fare qualcosa con passione significa sempre farlo meglio che facendolo controvoglia, e di conseguenza avere molto di più “da dare”, comunque, se tutti i manager, gli avvocati, i chimici, gli ingegneri che forse, ipotizzo, rientrerebbero nella tua categoria di chi “dà qualcosa agli altri” facessero questo, il mondo sarebbe un paradiso di filantropia… L'idraulico è senz'altro mestiere di assoluta utilità per gli altri, ma secondo te son tutti mossi dall'interesse per la salute dell'umanità? (senza offesa per gli idraulici, ovviamente). Tutti fanno qualcosa per gli altri, ma quali altri? L'interesse della propria azienda o del proprio cliente è davvero perciostesso quello “degli altri”? Qualche dubbio ce l'avrei, sinceramente.

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  4. Io penso che tutto dovrebbe avere come orizzonte la proprio “Vocazione”, quello che ci sentiamo di dover fare e dare in questo mondo.

    Non mi piace l'idea della stanzetta per i miei piaceri ed il mondo che può aspettare… Se si fossero tutti rinchiusi a fare i bigliettai non avremmo avuto neanche i letterati.. ma finché c'è papa stato a pagare i nostri sollazzi tutto e lecito (anche cambiare Papà e andare a vivere in Francia!).

    Io penso che la sfida di oggi, stia nell'avere Dostoevskij pur essendo ingegnere e non nell'essere tra “quelli che hanno una cattedra” perché sono stati più bravi o fortunati degli altri.

    Questa mi sembra una resa al “Principio di Realtà”. Io sono per una sintesi faticosa che permetta di dare un contributo non solo da cicala ma anche da formica!

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  5. Per quanto si possa divenire felicemente consapevoli che la stanzetta è un privilegiato punto di osservazione della melma in cui nuotano giovani e arroganti medici e avvocati da prendere a schiaffi, rimane il fatto che senza soldi non puoi nemmeno comprarti i libri. O girare il mondo. O quel che è peggio, mangiare.

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  6. Le quali biblioteche, a loro volta, in virtù di questo discorso stanzettistico, esistono per grazia divina oppure sono cadute dal cielo, insieme a noi che ci stiamo dentro (e meno male che siamo riunchiusi nella botte, anche se la lanterna si sta spegnendo – su questo sono d'accordo con te, come non esserlo?).

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  7. un post divertente ma per nulla attendibile.

    1) Marchionne è laureato in Lettere. E conosco centinaia di posti di responsabilità coperti da laureati in lettere o filosofia.

    2) Inoltre il posto fa riferimento a una idea antiquata della letteratura. oggi nelle facoltà di Lettere si tudia il sistema letterario, l'analisi della ricezione, la semiotica, la psicologia cognitiva.

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  8. Coi bei risultati che sono davanti a tutti. Comunque il piano di studi di Bologna non è cambiato molto da quando ci studiavo io (http://www.lettere.unibo.it/Lettere/Didattica/Lauree/manifesto.htm?AnnoAccademico=2011&CodCorso=0958&Indirizzo=356&Orientamento=000&Progressivo=0)

    Riguardo al punto (1), forse è il caso che vai a correggere la sua pagina wiki: “In Canada Sergio Marchionne si laurea in legge alla Osgoode Hall Law School of York University e consegue presso la University of Windsor un Master in Business Administration (MBA). Presso l'Università di Toronto completa invece i suoi primi studi universitari in filosofia. Esercita quindi come commercialista, procuratore legale, avvocato ed esperto contabile diplomato”.

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  9. Consolazione: sono geologo (si, ho persino perso tempo con l'esame di stato) e ho dovuto ripiegare su un lavoro da impiegato, nell'università, che ogni tanto mi permette anche di fare cose per le quali posso dire la mia. Secondo me non dobbiamo dimenticare che queste porcherie sono endemiche in Italia; abbiamo soppresso il lavoro in senso lato per chi ha meno di quaranta anni. E da li a cascata nasce la rovina italica. Figurarsi, tassiamo il lavoro più di qualsiasi altra cosa. Alla faccia dell'articolo uno.

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  10. Aho' nessuno che voglia fare l'elettricista, il muratore, l'agricoltore, il meccanico?

    Nooooo, lorsignori devono parlare con Dostovjesky (si scrive così? chissenefrega) che tanto i lustri che passate a Lettere li pagano i contribuenti e quei santi dei vostri genitori.

    Numero chiuso? Noooooo, mica vorremo stroncare le aspirazioni di centinaia di migliaia di persone, che, è inutile negarlo, negli ultimi 50 anni hanno imposto al mondo la superiorità della cultura italiana.

    Bigliettaio al cinema? Noooooooo, come si permettono queste aziende, questi giornali, queste case editrici, ma soprattutto questo Stato di rifiutare il mio indispensabile apporto a questa società?

    Se sono laureato? Si, e faccio pure un lavoro che non c'entra nulla, noioso, pagato poco, ma ringrazio cento volte il Signore d'averlo, e soprattutto non mi lamento.

    Voi godete pure nelle vostre stanzette, o a correggere gli errori di ortografia di chi non ha voglia e/o tempo di scrivere un post ineccepibile grammaticalmente, o a manifestare le motivazioni che vi hanno portato ad una scelta praticamente senza senso.

    Quello del lavoro, ve lo dico dato che a Lettere non ve lo insegnano, è un mercato, e se voi non riuscite a vendere il vostro, dovete prendervela solo con voi stessi, non con lo Stato, la corruzione, la società ecc..

    Non è che se le mele del fruttivendolo sono marce, quest'ultimo si lamenta del fatto che quel sapore leggermente amarognolo non viene apprezzato dalla società, semplicemente quella sera sta a pancia vuota, ed il giorno dopo probabilmente vende quelle buone.

    Andate a zappare.

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  11. Credo che i licei servano…servano a creare un equilibrio: se ci fossero solo istituti tecnici e professionali ci sarebbe una disoccupazione molto più elevata perché congestionata dall'alta offerta di lavoratori (o comunque di ragazzi e ragazze che possono muovere i primi passi nel mondo del lavoro). La cultura ci vuole, sempre. Io ho frequentato un centro di formazione professionale e poi un istituto tecnico per le arti grafiche. Ecco, sono sincero: non rimpiango per nulla la mia scelta, anzi!Però con altrettanta sincerità dico che un po' di cultura in più la vorrei! Mi piacerebbe parlare molto meglio l'italiano stesso, l'inglese, un'altra lingua straniera e perché no..anche un po' di latino. Obiettivamente per il lavoro che faccio adesso e per l'università che ho scelto forse non mi servirebbe, ma sai, giusto per sapere qualcosa in più, o semplicemente capire una scritta incisa in un monumento. La “rabbia” mia non è verso i disoccupati laureati in lettere, ma di chi sceglie un liceo per amicizie, comodità (ubicazione) o per far contenti i genitori e poi: a metà molla, cambia e va a scaldare il banco in istituti tecnici di cui non conosce nulla e non vuole capire altrettanto (forse esagero, però ho visto anche questo) oppure dopo la maturità si lamenta del fatto che DEVE andare all'università (spesso che non coincidono minimamente con il piano di studi superiori). Ormai l'imprenditore medio richiede al colloquio di lavoro almeno la laurea triennale, tanto che anch'io mi sono iscritto all'università (ben inerente agli studi fatti in precedenza) oppure in mancanza di questa il lavoratore sa che potrà avere meno diritti e potrà puntura ad una piccola scalata nei quadri aziendali. CONITNUA POI

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  12. CONTINUA QUI

    Questo però non giustifica il neolaureato a snobbare alcuni lavori e/o contratti solo perché un pezzo di carta, perché sinceramente, io a 19 anni con: una qualifica, un diploma, 1 mese e mezzo di stage in azienda (durante il 2° e il 3° professionale) un progetto per la regione portato a termine durante il 2° anno dell'istituto tecnico (IV^ superiore) e alcune esperienze di lavoro (purtroppo in nero) durante le varie estati di questi ultimi 6 anni di superiori (3cfp + 3Iti) so adattarmi meglio e rendere di più di mio fratello 23enne laureato a giugno in lingue. I tipi di scuole sono diverse: secondo me il liceo ti aiuta ad imparare a studiare e comprendere, mentre l'istituto tecnico e il centro di formazione professionale ti insegno un lavoro, ma anche la capacità di essere flessibile e cosa voglia dire il sacrificio sotto il punto di vista fisico (un liceo ti porta magari a capire e sacrificare del tempo per stare sui libri). Sicuramente in questo piccolo pezzo vedrai che culturalmente sono un passo indietro (anche di più) però è troppo facile generalizzare come con la classica frase: NON C'E' LAVORO. A maggio mi preparavo per gli esami e avevo già avuto una proposta di lavoro e 2 compagni di classe avevano già il contratto firmato. Metà luglio mi chiamano a casa per un altro colloquio di lavoro. Due proposte così. Il lavoro c'è, basta accontentarsi e vivere sereni (anche se immagino sia difficile da dire a un 40enne in cassa integrazione). saluti GIO

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  13. Quanta acidità in questo scritto, e rimorso e senso di fallimento.
    Forse, il primo a non aver capito il motivo della sua scelta (la facoltà di lettere) sei proprio tu, Leonardo.
    Lettere non è una scelta universitaria, è una vocazione. I 30 si regalano perché sono inutili all'atto pratico, perché non vi sarà alcuna differenza nel mondo lavorativo tra coloro che li hanno conseguiti o no. Lettere – e qui sono daccordo con te quando affermi che i “letterandi” sono gente “di buona famiglia” – è la scelta di rifiutare consapevolmente un mondo basato sulla logica economica di nascere, studiare, lavorare, riprodursi e morire. Sì, morire. Dici che il tuo stipendio ti avrebbe salvato dalla miseria e dalla morte; perchè, il ricco avvocato/medico/ingegnere non muore?
    Vergognati di atteggiarti a maestro di vita, da uomo che ha conseguito l'obiettivo e ora si permette di denigrarlo. Se meritassi davvero di essere un letterato – e non, bada, un semplice laureato in lettere – non riusciresti nemmeno a concepire un articolo del genere senza avvederti di quanti buchi abbia questa tua filosofia. E quanta acqua vi entri.

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  14. Seguire i propri sogni o adeguarsi alle necessità materiali?
    La stessa domanda mette in crisi l'idea di “lottare sempre per i propri sogni”, la stessa domanda rivela la progressiva riduzione della libertà di scelta. Il passo successivo sarà: adeguarsi alle necessità materiali. Affermazione. Imperativo. Dovere. Il punto interrogativo rappresenta i limiti dell'italiano in scelta.

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  15. Ho 21 anni e sono iscritta a lettere moderne a Bologna (dopo aver fatto un anno a filosofia). Sono figlia di operaio (in cassa integrazione dal 2008) e non sono particolarmente interessata alla villetta suburbana con il giardino per il cane e la mansarda con i giochi dei bambini: non mi piacciono né i cani né i bambini. Dalle esperienze di vita che ho avuto finora ho imparato che il riscatto sociale non si identifica con gli zeri che uno si ritrova in busta paga.
    Nonostante sia dall'epoca delle scuole medie che mi frulla in testa l'idea di iscrivermi a lettere moderne, non ho alcun genere di stanzetta (reale o virtuale) e non c'è una sola cosa che io condivida di questo articolo. Penso che anche io mi stamperò la pagina e che la metterò da qualche parte in modo da non dimenticarmi mai chi sono, cosa voglio, in che cosa credo e dove vorrei andare. Hai l'atteggiamento di una persona che è a tanto così dallo sputare su tutto ciò in cui ha creduto (so benissimo che comunque non lo sei) e prenderti a schiaffi mi sembra davvero il minimo.
    Non possiamo fare altro che riparlarne fra una decina d'anni. Magari avrò la fortuna sfacciata di trovare un qualsiasi lavoro nel mio settore, per poi scoprire che la mia vita fa schifo. Oppure mi ritroverò a raccogliere l'immondizia, per poi tornare a casa la sera e scoprirmi la persona più felice del mondo. Mi andrebbero bene entrambe le opzioni.

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  16. Personalmente, mi trovo molto più d'accordo con la maggior parte dei commenti a questo post, che con il post stesso.
    Vorrei aggiungere solo un cosa che (mi pare) non è stata ancora affermata da qualche iscritto a Lettere: io ho scelto la mia Facoltà per lavorare nel settore che più mi appassiona, altro che stanzetta! Inoltre, almeno nella cerchia delle mie conoscenze, i miei colleghi sono tutti perfettamente consapevoli di ciò a cui vanno incontro, e la loro scelta è stata il risultato di ben più di un esame di coscienza. In particolare, per quanto mi riguarda, alla prospettiva di rinchiudermi in una Facoltà prima, e di un lavoro poi, per cui probabilmente sarei arrivata a provare il più genuino disgusto, ho preferito darmi almeno l'ipotetica possibilità di svolgere un'attività che mi rendesse felice (o che, almeno, fosse per me sopportabile). Sto parlando, non mi stancherò di ripeterlo, di un LAVORO vero, non di una astratta ricchezza interiore (che non vedo perché non potrebbe avere chiunque, pur senza laurea in Lettere) o di cultura personale (visto che, come già molti hanno detto, “cultura” non è solo conoscere Ariosto o Platone, bensì tutto lo scibile).
    Un'utopia? Forse, di certo non sarà una passeggiata trovare un'occupazione, per me e i miei compagni di corso, in particolare per chi punta all'insegnamento. Ma, almeno, voglio provarci, con ogni mia, seppur minima, capacità.
    Oh, e alla villetta a schiera tendo a preferire un appartamento ben tenuto: lo trovo più comodo, meno impegnativo, ma non per questo meno accogliente.

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  17. << La stanzetta non è che te la regalavano: dovevi studiare sodo, e io credo di averlo fatto. Ma non quanto deve studiare un veterinario o un architetto. Tanto non dovrò mai curare un cavallo, né disegnare un edificio che resti in piedi. >>

    Non è giusto, non è giusto, non è giusto.

    Io che studio Lettere classiche VOGLIO E SO LAVORARE SODO quanto e più di qualsiasi architetto-veterinario-medico-ingegnere-giurista del cavolo, con la loro boria da Grandi Professionisti,

    e voglio che nelle facoltà di Lettere e Filosofia si adotti il numero chiuso, anzi, chiusissimo, così gli studenti futuri saranno pochi e orgogliosi di essersi meritati il proprio corso di studi,

    e voglio che ci sia un obiettivo al di là di quella pergamena che tanto adesso è inutile ritirare, perché serve un obiettivo e una buona dose di orgoglio per riuscire a studiare quanto e più di tutti quei “medici”.

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  18. Studio Lettere Classiche. Ho 21 anni. Sono il tutore(questo termine mi fa pensare al Parini, ai bibliotecari d'Alessandria) di due ragazze e, nonostante questo, sono – quasi, sigh – alla fine del mio percorso triennale, in corso con il mio curriculum di studi.
    Adoro quello che faccio, seguo un corso di papirologia che riscalda il cuore. Se avessi potuto scegliere, avrei studiato Fisica. Nulla di più bello che provare a comprendere il mondo.
    Ora provo a comprendere gli uomini e me stesso, ma sono contento.
    So che sarà dura combattere con gli inverni, con i figli e i formicolii dello stomaco, ma so che posso e voglio. So che posso rendermi utile, non solo salvando un uomo dai suoi malanni ma pure salvando il valore storico dei fatti del passato. Forse è davvero troppo presto perché io possa esprimermi, però, se proprio devo dire, oggi sono contento. E non perché io sia migliore di un laureato in Ingegneria piuttosto che in Economia, ma perché ho l'opportunità di studiare quel che mi piace rendendo un servizio al consorzio umano.

    Premetto che io il “numero” lo aprirei dovunque, forse in controtendenza rispetto ai pareri espressi. Ingegneria è, tutto sommato, a numero aperto, ma pochi arrivano alla fine. Ma, diamine, carissimi docenti fateci sudare e soffrire sui libri, fateci perdere la vista e la forza, ma fateci essere orgogliosi di quel che facciamo. Lettere classiche non può essere un modo come un altro di perdere il tempo: è degna così come – quasi – tutti i corsi di laurea. Valete.

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  19. Inizio col dire che mentre leggevo questo post provavo una particolare sensazione di piacere, quel piacere che avverti quando qualcuno si prende l’onere, lo sforzo di provare a spiegare qualcosa al posto tuo, riuscendoci ma soprattutto facendo quello che tu non sei in grado di fare ovvero mettere in piedi un discorso lucido e razionale su qualcosa che invece sei sempre abituato ad avvertire come “troppo intimo per essere spiegato”.Per questo motivo a fine lettura avevo il sorriso sulla bocca ed un'aria particolarmente soddisfatta e compiaciuta.
    Prima di iniziare a leggere tutti i commenti anche io ero sola nella mia piccola (reale) stanza, sola in quella solitudine che per riconoscersi ha bisogno di raccontarsi al resto del mondo. La sensazione dopo aver finito di leggere era come se qualcuno mi avesse presa sul palmo di una mano e sollevata in una dimensione diversa da quella terrena dove tutti viviamo, in un posto privilegiato perché “bello”, “ben descritto”, “pulito” …una stanzetta, una principessa, personaggi della letteratura che apparivano qua e là nel post, un testo ben scritto che scorre come l’acqua fresca quando fa caldo, il compiacimento di chi legge qualcosa e si riconosce, la sicurezza dell’incontro con ciò che riconosce come simile…
    I commenti al post, invece, mi hanno riportato di colpo sulla terra e la mia stanzetta, stavolta quella immaginaria si è dissolta velocemente ed è rimasta la mia piccola stanza reale con i libri dell’università di una studentessa che studia lettere appoggiati sulla scrivania. Alla principessa, che forse in fondo in fondo ritengo di essere è stato tolto il trono mentre era seduta sopra ed è caduta con il sedere per terra.
    Vi spiego tutte queste metafore letterarie parlandovi della mia famiglia, perché le piccole storie a volte dicono molto di più della grande Storia: mio padre è insegnante di arte ed educazione tecnica, laurea in architettura (si lavora poco nel settore se non ti sporchi le mani) quindi lavora nelle scuole medie (ma non per quello che vi ho appena detto lo dovete etichettare come un insegnante per ripiego) e mia madre è infermiera. Mi sono sempre considerata una loro figlia. Voi vi chiederete in che senso… No non sono stata adottata, sono semplicemente loro figlia nella più scientifica delle accezioni, ovvero ho ereditato da loro un 50 per cento di propensione artistico-letteraria e un 50 per cento di attrazione verso il campo socio-sanitario con in più una forte attrazione verso il lavoro manuale.
    Ed eccomi quindi nella fatidica età delle scelte responsabili . Mi ritrovo, per spiegarmi, come divisa in due parti che si fanno la lotta quotidianamente. La mia scelta ondeggia tra il sentirmi infermiera, poi medico, poi erborista, poi decoratrice di ceramiche, poi restauratrice di opere d’arte, e il sentirmi una che per qualche non ben identificata motivazione sentiva di dover studiare le lettere. E badate bene che ho volutamente usato il termine “sentirsi”.
    Mi direte che sono di parte perché sono iscritta a Lettere ma il punto è proprio questo, non sono quella che voi definireste la classica studentessa di lettere. Non mi sono mai sentita a mio agio con le etichette tanto meno per una cosa come questa dove già la varietà stessa dei miei interessi non mi permette di limitarmi ad una singola categoria di studi che automaticamente diventa motivo di appartenenza ad un tipo di persona piuttosto che ad un altro.
    Innanzitutto penso che il problema fondamentale sia che al giorno d’oggi vada molto di moda fare l’università. Questa affermazione non vuole essere una critica al diritto di studio per tutti ma piuttosto al rapporto tra quantità e qualità di coloro che iniziano un percorso del genere. Dice qualcuno “nessuno che voglia fare l'elettricista, il muratore, l'agricoltore, il meccanico?” beh pochi è vero. Perché questi sono i lavori dei nostri padri e dei nostri nonni e quindi noi li rifiutiamo in quanto siamo i giovani che devono fare carriera a tutti i costi. È questo forse il problema della mia generazione?
    CONTINUA

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  20. Ma il problema non è che c’è qualcuno che può e qualcun altro che non può, qualcuno che ha voglia e qualcun’altro che non ha voglia. È che nessuno ha più voglia di imparare niente sul serio. Perché quando vedo qualcuno fare bene il proprio mestiere come quello del meccanico o dell’elettricista, della fioraia o del pasticciere mi viene voglia di fare quello cha fanno loro?. Perché? Perché è ben fatto. Perché te lo fanno amare senza che perciò mostrare uno spirito filantropico, senza essere convinti di fare qualcosa per la società ma piuttosto perché semplicemente stanno facendo bene ciò che a loro compete. Stanno facendo il loro lavoro. Stanno facendo il giusto, né più né meno. E tutti possono dare anzi devono dare il giusto.
    Il secondo problema è la concezione dell’università. E questo discorso vale forse più per chi decide di intraprendere un percorso di studi umanistici, una facoltà come quella di lettere per esempio. L’ università non è il posto in cui “farsi una cultura”, la cultura per come io la intendo te la fai con le esperienza di vita, conoscendo le persone, ascoltando, cercando di essere sempre pronti a recepire ogni tipo di stimolo, leggendo i libri che, come qualcuno commentava, si possono leggere anche senza scegliere di studiare lettere. Certo la scuola, la cultura scolastica ti aiuta ad ordinare, a catalogare, a filtrare e a volte ad eliminare determinate conoscenze che puoi acquisire nell’arco di una vita ma non è comunque ciò che farà di te una persona “profonda”. L’università è il luogo che ti dà gli strumenti per poter costruire qualcosa. È il mezzo non il fine. Invece oggi l’unico obiettivo dei miei coetanei è prendersi la laurea, come se questa fosse il traguardo della vita, come se potesse poi preservarli o peggio giustificarli in un mondo che non è alla loro portata e misura, che non dà loro un lavoro stabile, gli strumenti per costruirsi una propria vita. E di conseguenza chi non ha la laurea è un fallito.
    Ecco perché poi si fanno ragionamenti assurdi come quando si dice che è inutile iscriversi a lettere in quanto chiunque può leggere e comprendere Pasolini o Leopardi perfettamente da solo senza l’aiuto del prof, che quindi diventa il “contorno”. L’università infatti non ti dà o almeno non ti dovrebbe dare un elenco di testi, romanzi, saggi da leggere a casa per poi durante l’esame fare in modo che la tua unica preoccupazione sia quella di essere pronta a spiegare al prof di aver capito ciò che hai letto. E anche il prof non deve essere un contorno.. deve essere il maestro, colui che ti prende per mano e che ti accompagna praticamente nella conoscenza, come farebbe un tecnico di laboratorio in un esperimento di chimica ad uno studente di biologia.
    E questa vuole essere anche una critica al nostro sistema universitario che non richiede quel “più” che forse servirebbe più di un numero chiuso nelle facoltà umanistiche. Ovvero far togliere ai professori la polvere sulle giacche di velluto e farli scendere dalle alte cattedre e allo stesso tempo richiedere agli studenti la capacità di analisi, di comprensione profonda del testo, di creare collegamenti, di costruire relazioni, di inventare relazioni, tutte cose che dovrebbe essere pane quotidiano per chi decide di studiare lettere, fare ciò che infatti è tipico di un intelligenza artistica ovvero di un tipo di intelligenza che crea percorsi differenti da un intelligenza ad esempio matematica o più in generale scientifica. Non crea quindi ne percorsi migliori ne peggiori. Semplicemente diversi. CONTINUA

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  21. Questi percorsi della mente sono anche percorsi di vita. Sono strade diverse e se uno impara ad ascoltare se stesso, se impara a fidarsi delle proprie attitudini, ascoltare le proprie propensioni naturali verso qualcosa riesce a scegliere il proprio percorso di studi/lavoro/ vita con tutte le difficolta che la singola scelta si porta dietro. Forti capacità manuali? capacità di assemblare elementi in un tempo breve? capacità di astrarre piuttosto che concretizzare e costruire con le proprio mani? strade diverse, intelligenze diverse, tutte utili allo stesso modo.
    E per quanto riguarda lettere. Scendiamo da quel famoso comodo trono consolatorio, usciamo da quella stanzetta che ci protegge anche dalle responsabilità, accettiamo, comprendiamo e facciamo capire agli altri la potenza di una parola, di una poesia, di un libro. Perché non siamo fatti male, siamo solo fatti in maniera differente senza nessun privilegio in più o difetto in meno …
    Anche la letteratura deve diventare lo strumento nelle mani del professionista che l’ha studiata, alla stregua di un ferro nella mani di un chirurgo, della costituzione nella mani di un giudice. Si possono salvare delle vite (in tutti i sensi) con la letteratura così come si può uccidere con gentilezza (così come dice Bob Dylan)
    Bisognerebbe essere semplicemente più onesti con noi stessi e con ciò che il nostro destino ci urla dal profondo. Trovare la strada giusta non è solo giusto e gratificante per noi stessi ma è anche una specie di dovere nei confronti del mondo in cui viviamo che per quanto ci faccia schifo è l’unico che abbiamo.
    Che la famosa stanzetta possa diventare patrimonio di tutte le persone e non solo di chi dichiara amore pubblicamente verso le “scienze inutili”. Anzi che siano proprio queste scienze inutili a prendersi l’impegno e la responsabilità di costruire questi piccoli rifugi nelle vite di tutte le persone, facendo ben attenzione che bisogna essere più di normali architetti… in questo caso il cemento e le fondamenta con cui si costruisce hanno a che fare con l’anima delle persone….

    Anastasia

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  22. scusate la lunghezza del mio intervento…spero di non essere uscita da nessun tipo di limite..in caso contrario è la prima volta che scrivo in un blog e mi piacerebbe ritenermi giustificata per questa volta…grazie!

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  23. Il punto è che sono anche d'accordo sul fatto che una laurea umanistica ti da un'ottima formazione culturale. Insomma, ti rende, come dice l'autore, ricco dentro.
    Ma quanto ci si può godere la ricchezza interiore se poi manca il pane in tavola?
    Un saluto

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  24. Ironia, ragazzi. E' il sale della vita. Io ho 29 anni, ho studiato Filosofia ed a 25 anni avevo già terminato il percorso di studi. Sapete cosa mi diceva mio zio? “Prendila con Filosofia”. E' quello che sto cercando di fare perché, sapete.. ecco, io ho studiato Filosofia perché volevo fare l'insegnante di Storia e Filosofia. Al momento, non ci sono ancora riuscito. Ma ho accumulato esperienza lavorativa in Polonia e Spagna, ho lavorato come redattore, traduttore, blogger per agenzie pubblicitarie, Project Administrator per una multinazionale, cameriere, magazziniere. Diciamo che ho costruito un numero considerevole di flessibili identità temporanee. E non ho la puzza sotto il naso: me la sono sempre cavata con le materie scientifiche, e sono figlio di due laureati in Fisica. Provo la stessa frustrazione che provano tutti i laureati in materie umanistiche (anche Leonardo, di certo, l'ha provata). E questo post mi ha fatto ridere. Quando mi chiudo nella mia stanzetta, mi confronto con Miller, Kafka, Joyce, Marcuse. Dopo 5 minuti mi sento un pirla, magari. Ma l'ho scelto io. Sapete che c'è? che l'uomo è l'animale delle lamentele. Dobbiamo imparare a farlo almeno con un po' di ironia. E a te, Leonardo, dico solo una cosa: sapere che hai una cattedra mi fa girare i coglioni, ma il tuo post mi ha fatto sorridere.

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  25. Lei è veramente una mente geniale. Da aspirante studentessa e professoressa di lettere che mai potrà intraprendere l' iter tanto sognato in quanto cosciente dell' impossibilità di ottenere una cattedra un domani, mi conforta tanto leggere le sue parole. Parole che mi fanno capire, riflettere e sperare di potermi ritagliare SEMPRE, sebbene non laureata in lettere, un angolo in una stanzetta in cui apprezzare i classici, magari dopo aver studiato un manuale di scienze infermieristiche con la disillusione, forse esagerata per una ragazza di 20 anni, di chi ha capito che il suo sogno non potrà mai realizzarsi, una stanzetta in cui poter essere quella 'signorina perbene' che nessuno vuole! Grazie, grazie di cuore.

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  26. Sono tanto interessanti le parole di questo articolo sotto molteplici punti di vista. Le difficoltà oggettive degli studenti di lettere sono ormai note a tutti, alcuni le ignorano altri le deridono. Ma ciò che vale la pena dire a mio avviso è che il nostro è un paese vecchio che non ha fatto i conti con la realtà e con i tempi moderni sotto ogni aspetto. Le discipline letterarie vengono insegnate così come se ci trovasse ancora nel 700. Il numero chiuso è l'unica salvezza dei saperi umanistici e lo dico da studente di lettere che soffre per la dura realtà e che sta pensando di cambiare strada. Le facoltà di lettere così come oggi le intendiamo sono fuori dal tempo. E non si può vivere fuori dal tempo pensando di essere accettati da una società competitiva come la nostra. La soluzione è rendere le facoltà umanistiche il luogo di pochi individui motivati che combattano contro la subordinazione dei saperi umnistici. Questo può avvenire soltanto con l'introduzione di criteri selettivi ponderati che valutino l'interesse e la motivazione e le capacità degli aspiranti. Molti indecisi e perdigiorno a quel punto farebbero altro. I tempi dei parcheggi universitari sono finiti. Che lo si voglia o no tutto ormai dipende da parametri economici. A meno che si voglia continuare a creare generazioni di frustrati bisogna correre al riparo. Ne vale la sopravvivenza delle facoltà umanistiche in tempi di spread. Chi vuole che tutto rimanga così? Non c'è più tempo, non ci sono più le condizioni per cui certe università diventino il punto di ritrovo di persone che utilizzano l'università come un modo per passare il tempo.

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  27. A lei piace parlar tanto di fallimento a diciannove anni perchè non sa qual è il vero fallimento a diciannove anni. Il vero fallimento a 19 anni è iscriversi commercio estero alla ca'foscari, solo perchè è una delle lauree più richieste, è obbligatorio lo stage all'estero e hai il lavoro assicurato ancora prima di laurearti. Ebbene, una stupida ragazzina di 19 anni, quale sono io, ha deciso di iscriversi a commercio estero e perchè? Perchè parenti, famigliari, insegnanti suggerivano così, pechè aveva un padre che era così fiero della sua scelta, perchè era circondata da gente che non avrebbe mai saputo lodarla se non per il suo grande futuro. Arrivi alla facoltà di economia da amante di Saffo, di Alceo, di Euripide e di Platone e ti trovi in mezzo ad una marea di studenti che ti umiliano per quanto sono più portati di te in quelle materie. Poi attacchi qualche discorso e scopri che Seneca non sanno nemmeno chi sia perchè quando hanno imparato il grafico di domanda e offerta la lezione del mondo per loro è finita lì. è lì che ti senti disperso, annegato ma soprattutto fallito, perchè non puoi essere più fallito di così se la tua mente va' oltre i grafici e gli indici di equilibrio reddittuale. In conclusione le rispondo che io non posso giudicare la sua esperienza perchè non l'ho provata sulla pelle, ma lei come fa a dire che una persona che si iscrive a commercio estero, anche se non è la sua aspirazione, è una persona razionale e avveduta? Le assicuro che la mia scelta è stata tutto tranne che razionale, perchè se si vuole essere morti a 19 anni bisogna fare esattamente la scelta che ho fatto io.

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  28. sono perfettamente d'accordo. Lettere viene snobbata quando penso che sia la facoltà più ricca dal punto di vista intellettivo di tutte. Dovrebbero inserire i test d'ngresso, verrebbe sicuramente rivalutata..
    ps: ho 19 anni faccio economia e non descrivo come mi sento.

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  29. Ma qualcosa potremo pur dire della lingua e del fatto basilare che le parole sono importanti e il lessico di un popolo ha un significato vitale per la sua Storia.
    Al mercato degli Archi a Catania, dove risiede la vera vita comune e quotidiana per migliaia di persone il massimo della matematica è addizione e sottrazione- roba che non serve manco la quinta elementare-.

    La verità è che un po' tutte le scienze sono inutili, specie se il mercato e lo zeitgeist cambiano opinione sui nostri destini. Oggi va male a Lettere, ma domani un qualche straniero impiega le sue risorse- chi può dire come e chi può negarne l'evenienza?- per mettere veramente al centro del sistema economico l'heritage e costruirci un serio circuito di sfruttamento capitalistico. Tutto è merce e tutta la merce cambia di valore.

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  30. Giustissimo.
    Oggigiorno i ragazzi che devono scegliere non hanno neppure tutto questo piacere nelle Lettere in senso assoluto. Anzi, i ragazzi vivono al di fuori del tempo, spesso e volentieri. Non è neppure un fatto di scelte, ma di difficoltà a partecipare alla vita.
    Insomma, Galimberti e Serra hanno le loro buone ragioni a raccontare le nostre generazioni in questo modo (forse anche esagerando il secondo).

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  31. Parlare di scelte è problematico, immaginiamo compierle! Le possibilità possono spaventare o quantomeno dare un certo senso di disagio ad una persona formatasi in un contesto culturale che orienta il suo sguardo alle certezze (della più diversa natura), da qui il tentativo di ponderare, calcolare, confrontare seguendo criteri il più obiettivi possibile (ma anche conformi al nostro sentire) oppure (ahinoi) superare i problemi lasciando le decisioni ad altre persone o a pensieri che, in fondo, non si sentono completamente propri…certe realtà problematiche sono spesso vittime di discussioni e rappresentazioni assai riduzionistiche (abbiamo tutti bisogno di certezze); è allora certo è un bene stare in ascolto purché non lo si faccia passivamente e acriticamente visto che gli effetti della scelta ricadono su chi sceglie e nessun altro, specialmente se si tratta di percorsi di formazione universitaria. La natura problematica di certe scelte chiamate a definire il nostro ruolo nel mondo è irriducibile e non può che essere accolta con la consapevolezza che esiste la possibilità di commettere errori, avere ripensamenti, invertire la rotta…l'importante è cercare di comprendere che i problemi sono naturali e che saperli accettare può aiutarci a vedere le cose sotto una nuova prospettiva, dipende solo da noi.

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  32. Sono una ragazza di 19 anni e mi stavo chiedendo se iscrivermi o no a lettere classiche, con grande amarezza e paura ovviamente, paura che le dicerie comuni che poi un giorno i soldi mi serviranno per vivere siano vere. Ma adesso non riesco a crederci, perchè prima di sentire queste parole ho respirato per 13 anni di scuola la passione degli insegnanti e le loro idee per la serie: la cultura vince su tutto, la cultura nobilita. Io che sono orgogliosa e introversa ho subito colto l'occasione per poter osservare gli altri e il mondo da un piedistallo. E così adesso voglio fare lettere classiche. Il suo articolo è stato illuminante, mi chiedo sempre se facendo altro potrò poi dedicarmi appieno a quella stanzetta….la coscienza ben indottrinata da 13 anni di scuola dice no e mi fissa addolorata….che fare?!?!? Grazie per ciò che ha scritto, mi sento già più elastica!

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  33. Salve, ho letto con tanta attenzione il post e tutti i commenti e ho riflettuto su ognuno di essi… sono un ragazzo di 20 anni che sostanzialmente non sa bene cosa fare nella vita. Mi sono diplomato l'anno scorso e ho utilizzato quest'anno per pensare meglio a cosa volessi fare poichè alla fine della scuola ero profondamente indeciso e impaurito, è stato l'anno dei test, un anno di studio intenso che mi ha sicuramente fatto maturare tanto… ho fatto il test di medicina e il test di lettere per la Normale di pisa, alla fine erano le 2 cose che avevo ipotizzato di poter fare, le mie materie preferite sono quelle umanistiche ma per la mia grande praticità, per la mia razionalità ho sempre avuto troppa paura di poter dire con sicurezza: voglio fare lettere! quest'anno il test alla Normale è diventato il mio scopo di vita, studiavo tutto il giorno con la speranza di entrare, per una volta nella vita ero convinto di cosa volessi fare! ma per poco non ce l'ho fatta… sono stato molto male. Mentre per medicina ho superato il test! dovrei essere contento ma mi sento preoccupato, dovrò abbandonare le mie amate lettere anche se tutto sommato sembra che il destino abbia scelto per me… medicina è una bella facoltà e le materie che si studiano mi piacciono o non avrei proprio fatto neanche il test e non l'avrei superato, però c'è quella preoccupazione che forse non è la strada giusta per me, che forse la mia strada sia lettere ma non lo riesco a capire, perchè non ho il coraggio di fare una scelta? tra pochi giorni dovrò iscrivermi all'università, molto probabilmente mi iscriverò a medicina con la consapevolezza di poter aver sbagliato e magari di cambiare strada e iscrivermi a lettere… mi date un consiglio?

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  34. 2Quando un alunno viene da me e mi dice che vuole studiare Lettere lo mando via: gli dico di no, lo osservo cambiare idea e perdere entusiasmo. E, se lo perde così facilmente, so che ho fatto bene.”

    E hai il coraggio di scrivere una cosa del genere?!? Ma che bravo, un insegnante di lettere che invita a non iscriversi a lettere. Mi pare la storiella dell'egoista che disincentivava i suoi dipendenti a migliorarsi perché aveva paura di perdere il proprio lavoro, superato da qualcuno più bravo. È questa la sua paura?!? Se non è così, meriterebbe una denuncia morale, perché è ripugnante comportarsi così. Ognuno deve essere libero di seguire le proprie passioni, che ci siano persone come lei, che anziché suggerire di seguirle, portano a far perdere entusiasmo, è offensivo per l'intelligenza umana. SI VERGOGNI!!!

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  35. Il mondo è fatto per chi fiuta il vento?!? Diciamo grazie al capitalismo che ha permesso questa condizione disastrosa per cui o ci si inventa, perdendo anche la propria coscienza di sé e il proprio essere, oppure si resta indietro. Preferisco la seconda, chi può dirmi che restare indietro sia un male?!? La società capitalistica?!? Ah bé allora….

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  36. nell'ufficio dove lavoro la meta' delle donne e' laureata in lettere (4 su un organico di 13 persone).
    Perche'? forse perche' casualmente la prima era brava e magari qualche persona laureata con il massimo dei voti in Economia e in Ingegneria si e' rivelata poco onesta (1 caso) o poco affidabile. Casi molto particolari e singolari …
    Sta di fatto che e' l'attivita' della zons meglio gestita (e il prossimo anno ci sara' spazio anche per un altra persona). non vorra' dire nulla che la mia titolare ha una figlia laureata in Lettere? forse c'e' diffidenza o non so.

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  37. Salve sono laureato in biologia, specializzato in botanica e etnologia, poi ho conseguito in Francia e UK un master in conservazione delle aree verdi storiche e naturali, nelle rispettive facolta' di Scienze Biologiche di Montpellier e Leeds. Lavoro come responsabile di aree verdi storiche (giardini e parchi), con contratti rinnovati annualmente, ad una età certo non fanciullesca. Ho avuto e ho ovviamente, colleghi botanici (biologi), ma ho collaborato anche con archeologi classici, storici delle antichità, i quali mi hanno richiesto analisi iconografiche, sulla composizione vegetale in dipinti, mosaici, arazzi, sculture, anche su colonne e capitelli marmorei. Ho sempre ricevuto grande stima e rispetto da loro parte, poiche' ad esempio la Teoria dell'Evoluzione Organica della Specie di Charles Darwin, o, dell'Eredita' dei caratteri acquisiti di Lamarck, hanno solide fondamenta nella filosofia naturale o, perche' scoprire la struttura a doppia elica del DNA o, capire l'origine della vita sul pianeta Terra, la storia Naturale che ha originato le foreste tropicali o, la cintura vulcanica del Pacifico, sono essenza di cultura e conoscenza e i miei colleghi umanisti lo hanno sempre mostrato. Da parte mia, ho sempre adorato le arti e le civiltà classiche, o scrittori come Plinio il vecchio (filosofo e naturalista) o le Metamorfosi di Ovidio (come si fa ad ignorarle), come non ho ignorato mai tutte le opere di Emilio Salgari, o Jules Verne, per cui è automatico il mio rispetto verso le discipline umanistiche, essendo poi etnobiologo, ho conosciuto antropologi fisici che sono tutti biologi, ma anche culturali che vengono da biologia, ma soprattutto da lettere e collaborando, non ci siamo mai posti domande su quale percorso di studi era migliore, semplicemente perché non ha senso, ognuno ha i suoi compiti! Sono le persone stupide, ve ne sono di superbi a lettere, o storia dell'arte (vedi un idiota come Sgarbi), ma anche a scienze e ingegneria, per non parlare di medicina, o matematica (se si vive bene senza conoscere il gerundio come qualcuno ha qui scritto, si vive altrettanto bene senza saper calcolare una equazione differenziale), vedi un certo matematico o
    Oddifreddi così presuntuoso che non rispetta nulla che non sia relazionato ai numeri, veramente noioso vivere così! Come detto sono un botanico, vi garantisco che qualche volta da biologo naturalista il sedermi e ammirare la natura per quello che e', dipingerla, senza dover spiegare sempre tutto…..mi appaga altrettanto se non di più! Rispetto per tutto ciò che è costruttivo, si tratti di filologia antica persiana, di etruscologia, di botanica sistematica, di fitosociologia delle fanerogame, di fisica spaziale, di neurochirurgia, algebra c star, o di lavorare come cassiere in un supermercato (si impara tanto a farlo sapete?), o, di semplicemente godere del bello se e' la propria scelta di vita. Per quanto riguarda il lavoro in Italia, credo che il vero problema sia la globalizzazione e, proprio i bassi livelli di cultura che connotano le persone a capo delle nostre istituzioni!

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