Perché ho scelto Scienze Inutili

La stanzetta della principessa.

Non capita molto spesso ultimamente che una cosa che leggo on line mi faccia pensare parecchio, e quando succede di solito è dello Scorfano. Eppure questo pezzo non dovrebbe fare altro che confermare le mie non originalissime tesi sul sistema educativo superiore italiano. Io sono infatti tra quelli che credono che in Italia si continui a dare troppa importanza ai licei, e soprattutto ai licei classici; che il motivo per cui continuiamo a tenerli aperti e iscriverci i figli abbia più a che fare con un problema di status che con una reale esigenza del mondo del lavoro (ma anche del mondo tout court: nessuno ha bisogno di così tanti latinisti); che questa inerzia culturale ci consegna non solo un enorme bacino di umanisti sottopagati, ma una generale sottovalutazione delle competenze tecniche e scientifiche. E bla e bla e bla, ne abbiamo parlato centinaia di volte.

E quindi lo Scorfano, che insegna in un liceo e non credo condivida la mia tesi, cosa fa? Mi mostra un laureato in lettere col massimo dei voti che stacca biglietti al cinema. Perfetto, no? Il guaio è che in lettere mi ci sono laureato anch’io, ovviamente col massimo dei voti (esistono altri voti oltre al massimo? Se non hai un centodieci quella pergamena non la vai nemmeno a ritirare), e se dopo la laurea non ho staccato biglietti, mi sono capitate anche mansioni più umilianti. Quindi, insomma, si parla di me? Do la colpa alla società per gli errori che io ho commesso? La mia rabbia contro il sistema della scuola media superiore italiana nasce dalla frustrazione di essere diventato quello che sono diventato? Ma io non me la passo così male, in realtà. Ho una cattedra, già da alcuni anni: con quello che succede in questi giorni sono abbastanza contento che Tremonti non me l’abbia ancora portata via, e il giorno che capiterà non sarà una tragedia; nel frattempo ho avuto diverse esperienze lavorative, sono riuscito a portare a termine un dottorato di ricerca e ho persino pubblicato una lunghissima tesi; ho messo su famiglia; e poi che altro c’è? Ah già, tengo un blog che mi dà qualche soddisfazione. Tutto sommato la tana che mi sono scavato in questi anni universalmente grami non mi sembra da disprezzare: anche se sospetto di avere avuto, rispetto ad altri coetanei laureati in lettere, diverse botte di puro culo (e il tempismo di laurearmi in tempo per l’ultimo oceanico concorsone: quello ha fatto la differenza, molto più di tutto quello che posso aver studiato o capito prima o dopo).

Dunque, a questo punto della mia non eccezionale ma nemmeno catastrofica parabola professionale, se vedo un neolaureato in lettere che si lamenta perché non riesce a trovare un lavoro in cui esprimere le sue competenze, cosa gli devo dire? La prima cosa è esattamente quella venuta in mente allo Scorfano, e cioè: Lo sapevi. Lo sapevi benissimo. Te l’avevano detto i genitori, i compagni, perfino gli insegnanti. Perlomeno, a me l’avevano detto davvero tutti: Vai a lettere? Vai a studiare da disoccupato. Punto. La scuola è un brutto mondo e comunque fuori c’è la fila; l’editoria è un miraggio; il giornalismo si impara da un’altra parte. Questi discorsi li abbiamo ascoltati cento, mille volte, eppure ci siamo iscritti a Lettere lo stesso. Cosa c’era di sbagliato in noi? Per prima cosa, avevamo diciott’anni. Ma questo ci scusa fino a un certo punto. A diciott’anni cos’è che non dovremmo sapere? Non sappiamo che dovremo affrancarci dai genitori, metter su famiglia, casa, proteggere i nostri cari da imprevisti, malattie e vecchiaia? In un qualche modo no, non lo sappiamo, altrimenti non ci iscriveremmo a Lettere, che se uno non è ricco di famiglia è oggettivamente una scelta dissennata. Del resto nei centri operosi era la scuola delle signorine di buona famiglia. E noi studenti di Lettere, in fondo, sotto sotto siamo tutti così: signorine di buona famiglia, di cui tutti lodano l’impegno, ma che nessuno si aspetta debbano rendersi utili: al massimo è lodevole che si trovino un modo elegante per occupare il tempo. Ecco, se volete una risposta all’eterna domanda: Perché nelle facoltà di lettere non si nega un trenta a nessuno?, la mia risposta è: ma vuoi negare un trenta a una gentile signorina di buona famiglia che si vede che s’impegna molto, e che comunque non arrecherà alcun danno a chicchessia? Devi essere una belva senza cuore (invece, il più delle volte, dall’altra parte della cattedra c’è una versione precedente, un po’ inacidita, della stessa signorina).

Qui secondo me c’è un problema. Forse è il liceo classico. Forse no. Ma insomma se ogni anno migliaia di studenti maturi in tutta Italia fanno questa scelta oggettivamente dissennata, da qualche parte nella loro formazione è mancata una lezione di vita. Una cosa banalissima, secondo me basterebbe anche una mezza giornata, quel classico momento in cui per esempio ti telefona una tizia con cui esci che ha un ritardo e non sa bene cosa fare. Tu ti siedi un attimo a fare due conti e ti rendi conto che almeno in senso tecnico sei già un adulto, che non puoi più scegliere gli indirizzi di studio come si scelgono i film al cinema, che puoi anche laurearti in lettere classiche se ti piacciono tanto, ma probabilmente non ti potrai permettere la villetta suburbana col giardino per il cane e la mansarda per i giochi dei bimbi. Perché tantissimi diciottenni, soprattutto (ma non solo) al liceo, non si siedono brevemente a fare questo ragionamento? Non potrebbe trattarsi di una lacuna nella loro formazione?

Ho ripensato a quel me stesso spensierato che aveva davvero tutta la vita davanti, che poteva provare a diventare un medico o un magistrato e invece s’iscrisse a Lettere. Cosa gli frullava nel cervellino, pure già molto ben coltivato? Non c’era nessuno che poteva dargli buoni consigli? Ho pensato a tutte le persone sagge che conoscevo – che mi apparivano sagge in quel momento, al liceo e fuori. E forse ho capito una cosa. Io non sono cresciuto in un contesto competitivo. Io sono cresciuto in un contesto che faceva tutto il possibile per proteggermi dalla competizione. È vero che persino i nostri prof ci mettevano in guardia dalla facoltà-fucina di disoccupati. Ma lo facevano con una certa dose di ironia, che era poi la vera lezione che ho trattenuto. Cioè, è vero che rischiavamo di finire sulla strada, ma c’era poi qualcosa di male nel finire sulla strada? Gli anni Ottanta erano finiti da un pezzo, c’era la crisi e Amato doveva rastrellare novantaduemilamiliardi di lire per salvare l’euro che ancora non esisteva e già rompeva i coglioni eppure no, non c’era nulla di male a immaginarsi un futuro da dropout. L’importante era essere ricchi dentro.

Cosa significhi essere ricchi dentro credo che lo spieghi meglio di tutti Niccolò Machiavelli in una lettera che è antologizzata in tutti i manuali di letteratura del liceo, quella in cui racconta il suo ingaglioffirsi in un borgo dov’era finito durante un temporaneo rovescio di fortuna, i pomeriggi passati a bere e a giocare le carte eccetera; poi però la sera entrava nel suo studio, e lì tornava un ricco, un sapiente, a suo modo un nobile, che dialogava coi grandi della letteratura e coi potenti della terra, trattandoli da pari. Ecco: invece di attirare la mia pigra attenzione sul fatto che un giorno avrei dovuto mantenere un nucleo famigliare; che un giorno soltanto il mio reddito mi avrebbe difeso dalla miseria e dalla morte; invece di contagiarmi quell’ansia calvinista che ti porta a studiare giorno e notte anche una cosa che non ti piace, o a costruire computer nei garage, al liceo mi insegnarono che non importa quanto mi sarei ingaglioffito di giorno: se studiavo i classici, ci sarebbe sempre stata una stanzetta in cui avrei potuto essere grande, essere nobile, trattare i grandi personaggi alla pari. Se studiavo i classici.

mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

E credo che sia stata quella stanzetta a fare la differenza, almeno nel mio caso. Se avessi studiato legge, avrei potuto condannare un innocente. Se avessi studiato medicina, avrei potuto ammazzare un sano. Ma studiando lettere non avrei mai ammazzato Pirandello; non solo, ma potevo immaginare di essere il suo più grande amico, e certo lui non avrebbe potuto protestare. La stanzetta non è che te la regalavano: dovevi studiare sodo, e io credo di averlo fatto. Ma non quanto deve studiare un veterinario o un architetto. Tanto non dovrò mai curare un cavallo, né disegnare un edificio che resti in piedi. Devo soltanto portare pazienza tutti i giorni, con quell’ironia che è la prima e l’ultima cosa che mi hanno insegnato al liceo, mentre assolvo le incombenze quotidiane che mi assicurano il pane, in attesa di entrare in quella stanzetta dove finalmente sono a tu per tu con Dostoevskij e Fenoglio (peggio per me se preferisco perder tempo con Facci e Merlo), e non c’è più spazio per temere le povertà, o sbigottirmi della morte.

La stanzetta è l’immunità a qualsiasi fallimento che la vita ti riserva, una specie di patto col diavolo: se tu hai paura di non farcela nella vita, ti iscrivi a Lettere e a diciannove anni sei già un perfetto fallito. Da lì in poi puoi solo fare progressi e apprezzarli, come è successo a me.

La stanzetta non è una metafora, esiste davvero. La prima che ho avuto era così piccola che un letto e una scrivania non ci stavano, bisognava scegliere, e io scelsi di dormire sul divano. La seconda era una mansarda, in cui ho ammazzato centinaia di zanzare mentre traducevo libri di cose che non conoscevo, e ogni tanto mi sentivo con David Foster Wallace. Tante volte poi, passando davanti alla mia stessa casa, guardavo in alto e pensavo questo molto strano pensiero: “io sono lì”. La terza è quella dove sto scrivendo adesso. Ma in un certo senso la stanzetta è questo stesso blog. È il posto dove io posso discutere di massimi sistemi senza pudore; posso criticare film o libri o musiche come se ne fossi un esperto, e poi nei commenti la gente dice sei un frustrato. Sono un frustrato? Può darsi, ma la mia è la stessa frustrazione di Niccolò Machiavelli, soffrirla è un onore.

Tutto questo per arrivare a dire che io, se incontrassi come lo Scorfano un neolaureato bigliettaio che si lamenta perché il mercato del lavoro non ha bisogno di lui, dopo qualche minuto di riflessione, gli direi: guarda che ti sei sbagliato. Tu non hai fatto Lettere per trovare un buon lavoro a scuola o nell’editoria. Tu hai fatto Lettere perché è quel corso di studi che dovrebbe farti sentire ricco, ricco dentro, anche se nella vita di tutti i giorni fai il bigliettaio. Dovresti staccare i biglietti spensierato, pensando ad Alceo o Arbasino. E se non hai capito questa cosa, vuol dire che non hai capito nemmeno la prima satira del primo libro delle satire di Orazio; figurati le altre.

Poi scapperei, perché una risposta così altera si merita gli schiaffi. Ma insomma noi nobili italiani, noi principesse di buona famiglia, siamo così. Non c’interessa nulla di quanto ci fruttino i latifondi o i btp: l’estratto conto lo degniamo di uno sguardo distratto, e torniamo nella stanzetta a chiacchierare con Franzen. Il mondo sarà anche pieno di gente più ricca, più elegante, più sana di noi, ma in un qualche modo dalla nostra stanzetta riusciamo a guardarli tutti dall’alto, e nessun destino ci sembra valga veramente il nostro. Siamo fatti così.

Siamo fatti male? Siamo fatti male.

104 Comments

  1. Salve sono laureato in biologia, specializzato in botanica e etnologia, poi ho conseguito in Francia e UK un master in conservazione delle aree verdi storiche e naturali, nelle rispettive facolta' di Scienze Biologiche di Montpellier e Leeds. Lavoro come responsabile di aree verdi storiche (giardini e parchi), con contratti rinnovati annualmente, ad una età certo non fanciullesca. Ho avuto e ho ovviamente, colleghi botanici (biologi), ma ho collaborato anche con archeologi classici, storici delle antichità, i quali mi hanno richiesto analisi iconografiche, sulla composizione vegetale in dipinti, mosaici, arazzi, sculture, anche su colonne e capitelli marmorei. Ho sempre ricevuto grande stima e rispetto da loro parte, poiche' ad esempio la Teoria dell'Evoluzione Organica della Specie di Charles Darwin, o, dell'Eredita' dei caratteri acquisiti di Lamarck, hanno solide fondamenta nella filosofia naturale o, perche' scoprire la struttura a doppia elica del DNA o, capire l'origine della vita sul pianeta Terra, la storia Naturale che ha originato le foreste tropicali o, la cintura vulcanica del Pacifico, sono essenza di cultura e conoscenza e i miei colleghi umanisti lo hanno sempre mostrato. Da parte mia, ho sempre adorato le arti e le civiltà classiche, o scrittori come Plinio il vecchio (filosofo e naturalista) o le Metamorfosi di Ovidio (come si fa ad ignorarle), come non ho ignorato mai tutte le opere di Emilio Salgari, o Jules Verne, per cui è automatico il mio rispetto verso le discipline umanistiche, essendo poi etnobiologo, ho conosciuto antropologi fisici che sono tutti biologi, ma anche culturali che vengono da biologia, ma soprattutto da lettere e collaborando, non ci siamo mai posti domande su quale percorso di studi era migliore, semplicemente perché non ha senso, ognuno ha i suoi compiti! Sono le persone stupide, ve ne sono di superbi a lettere, o storia dell'arte (vedi un idiota come Sgarbi), ma anche a scienze e ingegneria, per non parlare di medicina, o matematica (se si vive bene senza conoscere il gerundio come qualcuno ha qui scritto, si vive altrettanto bene senza saper calcolare una equazione differenziale), vedi un certo matematico o
    Oddifreddi così presuntuoso che non rispetta nulla che non sia relazionato ai numeri, veramente noioso vivere così! Come detto sono un botanico, vi garantisco che qualche volta da biologo naturalista il sedermi e ammirare la natura per quello che e', dipingerla, senza dover spiegare sempre tutto…..mi appaga altrettanto se non di più! Rispetto per tutto ciò che è costruttivo, si tratti di filologia antica persiana, di etruscologia, di botanica sistematica, di fitosociologia delle fanerogame, di fisica spaziale, di neurochirurgia, algebra c star, o di lavorare come cassiere in un supermercato (si impara tanto a farlo sapete?), o, di semplicemente godere del bello se e' la propria scelta di vita. Per quanto riguarda il lavoro in Italia, credo che il vero problema sia la globalizzazione e, proprio i bassi livelli di cultura che connotano le persone a capo delle nostre istituzioni!

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  2. Salve, sono una ragazza di 23 anni che martedì dovrà sostenere il test d'ammissione per infermieristica.
    Ecco, sono già laureta in Tecnica della Riabilitazione Psichiatrica ma il giorno dopo la laurea sono partita per Londra per inseguire il mio fidanzato che vive e lavora lì già da tre anni (avevo bisogno di aria nuova, il mio clima familiare non era dei migliori, ed ero e sono innamorata). Ho trascorso quasi un anno nella splendida Londra guadagnandomi da vivere facendo la cameriera ovviamente. Non ho provato subito a trovare un lavoro nella mia professione in primo luogo per il mio inglese e poi anche perchè non è ben riconosciuta come laurea in Uk. In questo anno di transizione ho capito che in realtà non voglio essere un Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica. Amo aiutare la gente, ma non sono affatto soddisfatta del mio corso di studi e non mi sento affatto pronta, ancor meno in un paese straniero. Allora perchè non fare l'infermiera? Puoi davvero essere utile per le persone, puoi aiutarle a guarire concretamente ma anche dare un supporto psicologico. È un lavoro arduo, turni di notte, essere a contatto con la vita e la morte ogni giorno. Ad essere sincera mi spaventa, mi piace l'idea di aiutare le persone, ma il lavoro quotidiano, ogni giorno o notte per 8 ore un poco mi spaventa.
    Ma la cosa che più mi spaventa è che sto rinunciando ad un sogno: Lettere. Finito il liceo la mia scelta era Lettere, sapevo e so ovviamente che non si trova lavoro, chi te lo fa fare? e bla, bla, bla…. I miei genitori non sono stati affatto ironici, ci sono stati dei violenti litigi riguardanti il MIO futuro, per mio padre ovviamente avrei dovuto fare ingegneria, pensare di fare lettere era una bestemmia nella mia casa, alla fine il compromesso di TRP.
    Ora non mi sento affatto soddisfatta della laurea e vorrei colmarla con infermieristica che mi sembra il giusto compromesso per vivere.
    Eppure sento morire qualcosa dentro.
    I libri, leggere, la letteratura sono stati il mio cibo da quando in prima elementare la maestra di italiano ci portò in quel piccolo tempio che era la biblioteca comunale per bambini e in cui spendevo i miei pomeriggi a fare i compiti e a divorare libri.
    Ho ventitrè anni e molti miei amici mi dicono che sono ancora in tempo per fare quello che davvero mi piace, ma io sono una codarda e ho una paura terribile di fare questa scelta: dovrei lasciare il mio fidanzato a Londra per 6 anni, dovrei ogni giorno lottare con i miei genitori, e ho paura di non trovare lavoro. Ho visto il concorso per insegnati, le graduatorie bloccate e ho paura.
    Certo potrei sempre coltivare la mia passione nella mia stanzetta e passare il resto del tempo in ospedale, ma è ul giusto compromesso?
    Purtroppo l'unica cosa che davvero posso dire di saper fare è divorare libri e raccontarli a chi mi vuol ascoltare…. che razza di “saper fare” è? Non lo so, però pensare che ci sia una facoltà che mi permette di approfondire la letteratura è fantastico.
    Eppure devo pensare anche a vivere…
    Non so che fare.

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