La stanzetta della principessa.

Non capita molto spesso ultimamente che una cosa che leggo on line mi faccia pensare parecchio, e quando succede di solito è dello Scorfano. Eppure questo pezzo non dovrebbe fare altro che confermare le mie non originalissime tesi sul sistema educativo superiore italiano. Io sono infatti tra quelli che credono che in Italia si continui a dare troppa importanza ai licei, e soprattutto ai licei classici; che il motivo per cui continuiamo a tenerli aperti e iscriverci i figli abbia più a che fare con un problema di status che con una reale esigenza del mondo del lavoro (ma anche del mondo tout court: nessuno ha bisogno di così tanti latinisti); che questa inerzia culturale ci consegna non solo un enorme bacino di umanisti sottopagati, ma una generale sottovalutazione delle competenze tecniche e scientifiche. E bla e bla e bla, ne abbiamo parlato centinaia di volte.

E quindi lo Scorfano, che insegna in un liceo e non credo condivida la mia tesi, cosa fa? Mi mostra un laureato in lettere col massimo dei voti che stacca biglietti al cinema. Perfetto, no? Il guaio è che in lettere mi ci sono laureato anch’io, ovviamente col massimo dei voti (esistono altri voti oltre al massimo? Se non hai un centodieci quella pergamena non la vai nemmeno a ritirare), e se dopo la laurea non ho staccato biglietti, mi sono capitate anche mansioni più umilianti. Quindi, insomma, si parla di me? Do la colpa alla società per gli errori che io ho commesso? La mia rabbia contro il sistema della scuola media superiore italiana nasce dalla frustrazione di essere diventato quello che sono diventato? Ma io non me la passo così male, in realtà. Ho una cattedra, già da alcuni anni: con quello che succede in questi giorni sono abbastanza contento che Tremonti non me l’abbia ancora portata via, e il giorno che capiterà non sarà una tragedia; nel frattempo ho avuto diverse esperienze lavorative, sono riuscito a portare a termine un dottorato di ricerca e ho persino pubblicato una lunghissima tesi; ho messo su famiglia; e poi che altro c’è? Ah già, tengo un blog che mi dà qualche soddisfazione. Tutto sommato la tana che mi sono scavato in questi anni universalmente grami non mi sembra da disprezzare: anche se sospetto di avere avuto, rispetto ad altri coetanei laureati in lettere, diverse botte di puro culo (e il tempismo di laurearmi in tempo per l’ultimo oceanico concorsone: quello ha fatto la differenza, molto più di tutto quello che posso aver studiato o capito prima o dopo).

Dunque, a questo punto della mia non eccezionale ma nemmeno catastrofica parabola professionale, se vedo un neolaureato in lettere che si lamenta perché non riesce a trovare un lavoro in cui esprimere le sue competenze, cosa gli devo dire? La prima cosa è esattamente quella venuta in mente allo Scorfano, e cioè: Lo sapevi. Lo sapevi benissimo. Te l’avevano detto i genitori, i compagni, perfino gli insegnanti. Perlomeno, a me l’avevano detto davvero tutti: Vai a lettere? Vai a studiare da disoccupato. Punto. La scuola è un brutto mondo e comunque fuori c’è la fila; l’editoria è un miraggio; il giornalismo si impara da un’altra parte. Questi discorsi li abbiamo ascoltati cento, mille volte, eppure ci siamo iscritti a Lettere lo stesso. Cosa c’era di sbagliato in noi? Per prima cosa, avevamo diciott’anni. Ma questo ci scusa fino a un certo punto. A diciott’anni cos’è che non dovremmo sapere? Non sappiamo che dovremo affrancarci dai genitori, metter su famiglia, casa, proteggere i nostri cari da imprevisti, malattie e vecchiaia? In un qualche modo no, non lo sappiamo, altrimenti non ci iscriveremmo a Lettere, che se uno non è ricco di famiglia è oggettivamente una scelta dissennata. Del resto nei centri operosi era la scuola delle signorine di buona famiglia. E noi studenti di Lettere, in fondo, sotto sotto siamo tutti così: signorine di buona famiglia, di cui tutti lodano l’impegno, ma che nessuno si aspetta debbano rendersi utili: al massimo è lodevole che si trovino un modo elegante per occupare il tempo. Ecco, se volete una risposta all’eterna domanda: Perché nelle facoltà di lettere non si nega un trenta a nessuno?, la mia risposta è: ma vuoi negare un trenta a una gentile signorina di buona famiglia che si vede che s’impegna molto, e che comunque non arrecherà alcun danno a chicchessia? Devi essere una belva senza cuore (invece, il più delle volte, dall’altra parte della cattedra c’è una versione precedente, un po’ inacidita, della stessa signorina).

Qui secondo me c’è un problema. Forse è il liceo classico. Forse no. Ma insomma se ogni anno migliaia di studenti maturi in tutta Italia fanno questa scelta oggettivamente dissennata, da qualche parte nella loro formazione è mancata una lezione di vita. Una cosa banalissima, secondo me basterebbe anche una mezza giornata, quel classico momento in cui per esempio ti telefona una tizia con cui esci che ha un ritardo e non sa bene cosa fare. Tu ti siedi un attimo a fare due conti e ti rendi conto che almeno in senso tecnico sei già un adulto, che non puoi più scegliere gli indirizzi di studio come si scelgono i film al cinema, che puoi anche laurearti in lettere classiche se ti piacciono tanto, ma probabilmente non ti potrai permettere la villetta suburbana col giardino per il cane e la mansarda per i giochi dei bimbi. Perché tantissimi diciottenni, soprattutto (ma non solo) al liceo, non si siedono brevemente a fare questo ragionamento? Non potrebbe trattarsi di una lacuna nella loro formazione?

Ho ripensato a quel me stesso spensierato che aveva davvero tutta la vita davanti, che poteva provare a diventare un medico o un magistrato e invece s’iscrisse a Lettere. Cosa gli frullava nel cervellino, pure già molto ben coltivato? Non c’era nessuno che poteva dargli buoni consigli? Ho pensato a tutte le persone sagge che conoscevo – che mi apparivano sagge in quel momento, al liceo e fuori. E forse ho capito una cosa. Io non sono cresciuto in un contesto competitivo. Io sono cresciuto in un contesto che faceva tutto il possibile per proteggermi dalla competizione. È vero che persino i nostri prof ci mettevano in guardia dalla facoltà-fucina di disoccupati. Ma lo facevano con una certa dose di ironia, che era poi la vera lezione che ho trattenuto. Cioè, è vero che rischiavamo di finire sulla strada, ma c’era poi qualcosa di male nel finire sulla strada? Gli anni Ottanta erano finiti da un pezzo, c’era la crisi e Amato doveva rastrellare novantaduemilamiliardi di lire per salvare l’euro che ancora non esisteva e già rompeva i coglioni eppure no, non c’era nulla di male a immaginarsi un futuro da dropout. L’importante era essere ricchi dentro.

Cosa significhi essere ricchi dentro credo che lo spieghi meglio di tutti Niccolò Machiavelli in una lettera che è antologizzata in tutti i manuali di letteratura del liceo, quella in cui racconta il suo ingaglioffirsi in un borgo dov’era finito durante un temporaneo rovescio di fortuna, i pomeriggi passati a bere e a giocare le carte eccetera; poi però la sera entrava nel suo studio, e lì tornava un ricco, un sapiente, a suo modo un nobile, che dialogava coi grandi della letteratura e coi potenti della terra, trattandoli da pari. Ecco: invece di attirare la mia pigra attenzione sul fatto che un giorno avrei dovuto mantenere un nucleo famigliare; che un giorno soltanto il mio reddito mi avrebbe difeso dalla miseria e dalla morte; invece di contagiarmi quell’ansia calvinista che ti porta a studiare giorno e notte anche una cosa che non ti piace, o a costruire computer nei garage, al liceo mi insegnarono che non importa quanto mi sarei ingaglioffito di giorno: se studiavo i classici, ci sarebbe sempre stata una stanzetta in cui avrei potuto essere grande, essere nobile, trattare i grandi personaggi alla pari. Se studiavo i classici.

mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

E credo che sia stata quella stanzetta a fare la differenza, almeno nel mio caso. Se avessi studiato legge, avrei potuto condannare un innocente. Se avessi studiato medicina, avrei potuto ammazzare un sano. Ma studiando lettere non avrei mai ammazzato Pirandello; non solo, ma potevo immaginare di essere il suo più grande amico, e certo lui non avrebbe potuto protestare. La stanzetta non è che te la regalavano: dovevi studiare sodo, e io credo di averlo fatto. Ma non quanto deve studiare un veterinario o un architetto. Tanto non dovrò mai curare un cavallo, né disegnare un edificio che resti in piedi. Devo soltanto portare pazienza tutti i giorni, con quell’ironia che è la prima e l’ultima cosa che mi hanno insegnato al liceo, mentre assolvo le incombenze quotidiane che mi assicurano il pane, in attesa di entrare in quella stanzetta dove finalmente sono a tu per tu con Dostoevskij e Fenoglio (peggio per me se preferisco perder tempo con Facci e Merlo), e non c’è più spazio per temere le povertà, o sbigottirmi della morte.

La stanzetta è l’immunità a qualsiasi fallimento che la vita ti riserva, una specie di patto col diavolo: se tu hai paura di non farcela nella vita, ti iscrivi a Lettere e a diciannove anni sei già un perfetto fallito. Da lì in poi puoi solo fare progressi e apprezzarli, come è successo a me.

La stanzetta non è una metafora, esiste davvero. La prima che ho avuto era così piccola che un letto e una scrivania non ci stavano, bisognava scegliere, e io scelsi di dormire sul divano. La seconda era una mansarda, in cui ho ammazzato centinaia di zanzare mentre traducevo libri di cose che non conoscevo, e ogni tanto mi sentivo con David Foster Wallace. Tante volte poi, passando davanti alla mia stessa casa, guardavo in alto e pensavo questo molto strano pensiero: “io sono lì”. La terza è quella dove sto scrivendo adesso. Ma in un certo senso la stanzetta è questo stesso blog. È il posto dove io posso discutere di massimi sistemi senza pudore; posso criticare film o libri o musiche come se ne fossi un esperto, e poi nei commenti la gente dice sei un frustrato. Sono un frustrato? Può darsi, ma la mia è la stessa frustrazione di Niccolò Machiavelli, soffrirla è un onore.

Tutto questo per arrivare a dire che io, se incontrassi come lo Scorfano un neolaureato bigliettaio che si lamenta perché il mercato del lavoro non ha bisogno di lui, dopo qualche minuto di riflessione, gli direi: guarda che ti sei sbagliato. Tu non hai fatto Lettere per trovare un buon lavoro a scuola o nell’editoria. Tu hai fatto Lettere perché è quel corso di studi che dovrebbe farti sentire ricco, ricco dentro, anche se nella vita di tutti i giorni fai il bigliettaio. Dovresti staccare i biglietti spensierato, pensando ad Alceo o Arbasino. E se non hai capito questa cosa, vuol dire che non hai capito nemmeno la prima satira del primo libro delle satire di Orazio; figurati le altre.

Poi scapperei, perché una risposta così altera si merita gli schiaffi. Ma insomma noi nobili italiani, noi principesse di buona famiglia, siamo così. Non c’interessa nulla di quanto ci fruttino i latifondi o i btp: l’estratto conto lo degniamo di uno sguardo distratto, e torniamo nella stanzetta a chiacchierare con Franzen. Il mondo sarà anche pieno di gente più ricca, più elegante, più sana di noi, ma in un qualche modo dalla nostra stanzetta riusciamo a guardarli tutti dall’alto, e nessun destino ci sembra valga veramente il nostro. Siamo fatti così.

Siamo fatti male? Siamo fatti male.

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104 risposte

  1. Un bel post da prendere a schiaffi.
    Commenterò tra qualche anno.

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  2. Mi piace la lucidità di questo post. Condivido lo spirito col quale è scritto, l'esigenza di cominciare a interrogarsi “senza rete”, ossia senza “cortine (auto-)protettive”, e senza il ricorso a rassicuranti luoghi comuni, su certi nodi della realtà italiana.
    A qualcuno il post potrà sembrare forse distruttivo nei confronti dell'oggetto di cui parla, come certe “stroncature” dei recensori di una volta (oggi sono più rare…); invece io lo trovo costruttivo. Non contesta la “liceità” di una determinata scelta (la laurea in lettere o forse, più in generale, la laurea “umanistica”) ma invita a capirne seriamente le ragioni.
    Qual è il percorso, l'atteggiamento psicologico e sociale che ci porta a fare quella scelta di studi e, in definitiva, di vita? Secondo me è vero, come dice il post, che la difficoltà di quella scelta la conosciamo a monte, il più delle volte: non possiamo quindi meravigliarci se poi il “destino lavorativo” ci si presenta tutto in salita…
    Però è anche vero che non può essere la competitività l'unico orizzonte possibile; le società, i Paesi che hanno puntato tutto su questo principio, come se fosse l'ultima e più vera religione, oggi cominciano ad accorgersi delle conseguenze piuttosto drammatiche di questo “credo” – quando appunto si trasforma in un valore (o in un codice di valori, orientamenti e comportamenti) supremo e incontrastato, anzi “totalitario”.
    E' forse sbagliato che rimangano territori ideali, presidii culturali sparsi nella società, che rispondono ad altri criteri e che quindi schiudono porte su altri modi di pensare e di intendere la realtà e i rapporti umani e sociali? A mio parere, no. Ma bisogna essere abbastanza forti e determinati da sapere, fin dall'inizio, che difficilmente ti sarà regalato qualcosa lungo il percorso e che, soprattutto in questi campi “umanistici” ormai considerati marginali rispetto al “mondo delle professioni”, conta molto la capacità di orientarsi fra le occasioni di lavoro, e magari di sapersele costruire in relazione alla propria inventiva e al proprio talento.
    Il post fa riferimento, a un certo punto, a professioni come il magistrato, il medico, ecc. Il fatto è che non tutti possiamo/dobbiamo essere magistrati, medici, ingegneri, veterinari, ecc. e che, proprio perché si tratta di professioni richiedenti una preparazione specifica, richiedono talenti particolari, anche sotto il profilo del carattere. Ecco, anche questo è il punto: non tutti possono (saper) fare tutto. L'idea della “flessibilità”, che si va affermando, è negativa anche per questo: presuppone che gli esseri umani siano perfettamente interscambiabili, sicché ciascuno possa – a seconda delle esigenze del totem/mercato del lavoro – essere oggi falegname, domani insegnante e dopodomani guardia forestale. Se diamo per buono questo principio, dobbiamo dimenticare l'idea della vocazione e anche dell'emancipazione, per abbracciare l'idea della lotteria generale, dove solo pochissimi privilegiati restano a fare quello che vogliono, e tutti gli altri, intorno, in una vorticosa rotazione, fanno ciò che devono o ciò che resta loro.
    E infine, approvo la citazione di Machiavelli.

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  3. Parto ringraziandoti per la citazione di Machiavelli: quell'epistola è un capolavoro di filosofia ed etica, tutte le volte che la spiego in classe mi sento davvero una principessa!

    Ho finito ieri gli orali della maturità e ci sono alcuni dei miei (adesso ex) alunni che hanno detto che si iscriveranno a lettere. Ne avevamo già parlato durante l'anno scolastico, e più che scoraggiarli tout court avevo presentato loro il futuro che li attendeva per come lo vedevo io, cioè una dura e lunga lotta per trovare un'occupazione nel loro ramo, lotta quasi di sicuro persa in partenza, per la quale si sarebbero dovuti armare di una buona dose di pazienza, e soprattutto li ho avvisati che dovevano essere pronti ad avere l'umiltà di accettare lavori che non avevano niente a che fare con i loro studi e che potevano sembrare anche umilianti in confronto alla preparazione che si sarebbero procurati sudando sui libri.
    Una delle mie alunne più brillanti mi ha risposto: “Guardi prof che lo sappiamo, ma anche chi fa altre facoltà è costretto a fare lo stesso, non è più come ai suoi tempi (sic) che chi faceva facoltà scientifiche trovava subito lavoro, ora è tutto uguale! Allora perché non studiare almeno qualcosa che ci piace?”.
    Cosa rispondere di fronte ad un esame della situazione lucido come questo? Andate avanti, ragazzi, fare quello che si ama a volte paga. Io mi sento ricchissima, anche se i miei scatti di anzianità si allontanano anno dopo anno dopo anno…

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  4. @deb
    io le risponderei che il mondo è cambiato ma proporzionalmente: se prima il lavoro per un ingegnere era immediato ora gli tocca faticare e se prima per uno di lettere era difficile ora è impossibile. Quindi sta buttando via tempo, 3-5 anni senza alcuna meta. Se ti piace studiare lettere fallo a casa la sera, mentre di giorno fai qualcosa che ti permetta di vivere, che si risparmiano anche le quote dell'università. Anche perchè è inutile mentirsi, il professore in una facoltà umanistica è giusto un contorno, non ti dice nulla che non possa essere trovato in un libro.

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  5. @ Ferkin, grazie per aver svalutato così bene il lavoro che faccio con amore!
    Se pensi questo di chi insegna lettere mi sa che hai avuto un cattivo insegnante…

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  6. Grazie Leonardo per aver messo nero su bianco una sacrosanta verità. Però… c'è un però. Credo che aver interiorizzato lo spregio per la volgare “roba” (per dirla alla Verga) ci tornerà assai utile in futuro. Non dico che sarà un mestiere, ma almeno una salvezza.
    Sai cosa faccio? Vado nella stanzetta e ne faccio un post per il blog. (Cos'altro potrei fare, d'altronde? :D)

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  7. Bel post, ma ho un paio di appunti da fare.

    Parto dal piu' stupido: le “scienze inutili” non sono certo limitate a lettere. Per esperienza personale ci aggiungerei quantomeno l'astronomia (studiata passando per fisica). In generale, quasi tutte le scienze “di base” sono eminentemente “inutili”, anche (soprattutto?)
    quelle in cui la selezione accademica e' severa.

    Ma soprattutto, non credo che “fatti non foste a viver come bruti” sia l'unico motivo per cui qualcuno sceglie una laurea “inutile”.
    Quasi sempre c'e' anche la volonta' di mettersi alla prova: “tutti mi dicono che e' dura.. ma qualcuno ce la fa: perche' non io?”. Tutti mi dicevano di iscrivermi a ingegneria od informatica (ripieghi dignitosissimi, viste le mie attitudini), ma per me sarebbe stato come arrendermi senza nemmeno provare a combattere.

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  8. @Emanuele: per avere una laurea in una scienza di base (e lì i 110 e lode non li regalano a tutti) devi aver capito il metodo scientifico e la matematica, che nella vita (e nel lavoro) sono tutt'altro che inutili. Non credo tu possa dire la stessa cosa del gerundivo.

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  9. Non lo so. Sono laureato in lettere anch'io (chiaro), e negli anni ho sviluppato alcune idee sul perché la gente, in Italia, si iscrive a lettere, nonostante la vulgata della disoccupazione alle porte (che ormai, però, riguarda tutti: contate i laureati in medicina senza lavoro, e poi ne riparliamo). Temo che queste ragioni siano generalmente miserelle. A lettere si studia poco, e per lo più cose che si sono già fatte alle superiori. Con un minimo di lavoro è trenta e lode assicurato. Poi negli anni miei – i '90 – aveva attecchito una prospettiva secondo me suicida, fomentata da romanzieri gggiovani dell'epoca (ricordo Giuseppe Culicchia), per cui lettere era la facoltà da scegliere se avevi aspirazioni artistiche, mentre quegli altri vendevano l'anima al Sistema. E più di tutto pesa, secondo me, la tradizione umanistica e (peggio) la sua ultima appendice, quella gentiliana: l'ideale, appunto, dell'intellettuale nella sua stanzetta, magari senza legna per il fuoco ma intento a un dialogo con i principi eterni. Ed è questo, sempre secondo me, che avrebbe dovuto essere scardinato, incenerito dalle fondamenta, e mai è stato fatto: l'idea che la letteratura e le humanities in genere nobilitino l'uomo, l'idea dello studio umanistico come connubio fra grandi anime, il culto del bello stile, il mito della ricerca accademica (in ambito umanistico, ça va sans dire) come della professione della Madonna per eccellenza, invece che un mestiere come tanti altri e con le sue rotture di scatole come tanti altri. La cura c'era, la stessa adottata in Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Germania: ed era il binomio strutturalismo/decostruzione, abbattere lo storicismo, il culto delle belle lettere, la dittatura Salinari-Sapegno, e spargere il sale sui resti; e spargerlo, soprattutto, su questa tendenza a stare sulla difensiva, sull'ideale carducciano dello studioso umile e frugale (Machiavelli ha scritto quella roba perché l'avevano silurato politicamente, non dimentichiamocene), questa vocazione alla sconfitta come di un blasone. E' drastico, ma è così: interpretare un testo richiede abilità specifiche, e nelle facoltà di lettere si dovrebbero studiare quelle, punto.
    (poi, grazie a Dio, c'è Feltrinelli: non serve una laurea in lettere per entrare, tirarsi giù Balzac o Tolstoj, e leggerseli: è che studiare lettere dovrebbe essere un'altra cosa, capire. E poi magari impegnare queste competenze facendo altri lavori, perché in teoria sarebbero competenze richiestissime – o dovrebbero esserlo, se i datori di lavoro fossero degni di questo nome)

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  10. Caro Leonardo,
    leggo il tuo blog da qualche tempo, lo adoro, l'ho consigliato a più di un amico e tutti hanno iniziato, con più o meno costanza, a seguirti col mio stesso entusiasmo.
    Fino a oggi mi sono tenuta per me il piacere di leggerti, senza avere l'educazione di ringraziarti, cosa che magari ti avrebbe fatto piacere. Solo oggi sento la necessità di commentare; per ringraziarti, sì, ma anche per raccontarti una storia sul tema che hai scelto di trattare; e l’hai trattata così bene che mi sono commossa.

    Mi hai fatto tornare in mente, vivido come se appena passato, il periodo della scelta del corso di laurea, avevo diciannove anni e la testa carica di sogni e di speranze; periodo difficile e pieno di incertezze, combattuta com’ero tra quello che avevo nel cuore, che mi piaceva e che volevo fare, e quello che la razionalità verso la quale la famiglia cercava di sospingermi insinuava che avrei dovuto scegliere per assicurarmi un futuro benestante e dignitoso (dal punto di vista economico, ma anche di prestigio).
    Loro adesso smentiscono di avermi mai costretta a fare alcunché, e in parte hanno ragione. Voglio dire, nessuno in effetti mi minacciò con la sferza, fui io che scelsi, ma all’epoca ero ingenua e anche parecchio sprovveduta, diciannove anni trascorsi in un paese del Sud Italia con la mamma insegnante in una scuola media e il papà piccolo imprenditore, entrambi con l’idea che anch’io avrei dovuto aspirare al posto fisso e/o al lavoro indipendente; e io non avevo visto altro, insomma tutti i miei amici erano come me, provinciali e sempliciotti, tutti col mito del posto fisso e della “villetta suburbana col giardino per il cane e la mansarda per i giochi dei bimbi”, e l’obiettivo di non avere la preoccupazione dei conti e delle bollette e di come riempire il piatto a pranzo e a cena. Io, dalla mia, avevo in più una tenacia e una caparbietà senza pari.
    Insomma, non fui costretta. Diciamo orientata. Che se poi esponi i tuoi dubbi alle uniche persone di cui ti sei sempre fidata, quelle che ti hanno sempre sostenuta cullata protetta nel loro mondo di posti fissi e di soldi da parte, che hanno tenuto da parte per te, per finanziarti gli studi e assicurarti un futuro, e loro ti elencano per l’opzione A tutti i rischi e per l’opzione B tutte le opportunità, diciamo che gran parte della scelta è già fatta.
    E dunque, messo da parte quello che avrei voluto fare davvero, quello che era nelle mie corde e lo è ancora, ma ora è tardi, cioè Lingue e Letterature Straniere, mi iscrissi a Ingegneria.
    Ora, se tu vuoi fare Lingue e ti costringi a fare Ingegneria significa, tanto per cominciare, che devi violentare la tua testa e imparare e applicare giorno dopo giorno un metodo di studio che non è “tuo”, che non c’entra niente con come ragioni tu, con come sei fatto tu.
    L’ostinazione che mi caratterizza mi portò, con una fatica immane, indicibile, a laurearmi in ingegneria. Per me gli anni dell’università sono stati un incubo; un immagazzinare informazioni e nozioni delle quali, in fondo, io lo sapevo, non mi importava niente. Solo per dimostrare a chissà chi che ne ero in grado, solo per rassicurarmi con il radioso orizzonte di un futuro senza pensieri.

    (continua)

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  11. (continua)

    E adesso faccio l’ingegnere, da sei anni. Ho il posto fisso, ho il contratto a tempo determinato, ho uno stipendio che non è da favola ma non è neanche da fame; e ho pure la fortuna di aver fatto da subito proprio quello che avevo studiato, proprio quello che, tra tutte le materie del mio corso di studi (ventinove sudatissimi esami), mi interessava più di altro. E da sei anni, tuttavia, non passa un singolo giorno in cui io non maledica quel momento lontano e sbiadito fermo lì dietro, nel 1997, in cui decisi di soffocare quello che ero per lanciarmi verso quello che avrei potuto avere. Perché questa storia finisce con me, oggi, che odio il mio lavoro, non mi piace nessuna delle cose che faccio, detesto il tipo di persone con le quali entro in contatto tutti i giorni per via del lavoro, rimpiango rimpiango rimpiango, e ho la certezza che se avessi scelto l’altra strada sarei stata molto più brillante e presente, nel lavoro che avrei potuto avere, di quanto lo sia ora nella mia prigione di stabilità. Soprattutto, sarei stata fuori dalla gabbia soffocante in cui trascorro la mia esistenza, e dalla quale non vedo l’uscita se non il giorno in cui andrò in pensione (più o meno nel 2040).
    E se avessi un figlio, probabilmente gli direi di fare quello che si sente, ché tanto oggi siamo tutti sul Titanic, anch’io, nonostante tutti gli sforzi che ho fatto e nonostante il mio inutile e detestato posto fisso nel prestigioso mondo dell’ingegneria, anche tu, che hai fatto Lettere e che ora ti senti realizzato (almeno, più di me), e anche quel laureato in Lettere che stacca biglietti al cinema, e al quale, con lo stesso rimpianto che provo adesso come tutti i giorni, racconterei la mia storia con queste stesse parole (preparandomi poi come te a scappare, perché sputare in faccia a quello che ho e che molti mi invidiano meriterebbe altrettanti schiaffi della tua alterigia).

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  12. Se lo scopo nella vita e' la villetta, allora la storia e' semplice: non si fa Lettere.

    Ma – a diciotto, cosi' come a ventotto, trentotto, ecc anni: la domanda qual'e'?
    Come fare i soldi? Come trovare un lavoro?
    O la domanda e': come essere felici? Come stare meglio?
    I soldi, la villetta, sono solo 2 pezzetti del puzzle. E guarda te – la coperta e' sempre un po' troppo corta. Si tratta di lottare.

    Io come Arianna ero stato messo in guardia. La mia decisione l'ho presa in ritardo – ho lasciato Lettere dopo un anno e ho cominciato a lavorare in informatica. La laurea non ce l'ho nemmeno.
    Faccio fatica come tutti: non con i soldi, ma con l'anima e il cervello.
    Lettere non mi avrebbe salvato. Non mi salvera' certo la villetta.
    Anzi – ho appena comprato un appartamento e il pensiero stesso di fare un mutuo per una villetta suburbana mi ha dato gli incubi e messo addosso una tristezza tremenda.

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  13. Scusate se intervengo ancora (poi sto zitto), ma il problema non sarà magari chiedersi perché fare lettere *piace* (tradotto: perché un/a diciannovenne pensa, anzi è sicuro, che gli/le piacerà), mentre di giurisprudenza, ingegneria, informatica, medicina non ci si pone nemmeno il problema, e anzi si parte dal principio che faranno schifo ma 'sono utili'? Cioè, perché la scelta dev'essere fra piacere e pragmatismo? E perché il piacere solo da una parte?
    Io sospetto sia per un pregiudizio atavico (la mia teoria è che cominci orientativamente col Bembo, ma forse anche prima), e anche per una questione di cattive aspettative: si parte dal principio che a lettere si passeranno quattro o cinque anni a leggere libri, e fine della storia – una prosecuzione del liceo. E invece si studia glottologia, si studia filologia romanza, semiotica, storia della lingua greca, paleografia e diplomatica: cose interessanti, per carità (il sapere è *sempre* affascinante, ma questo vale anche per la struttura delle proteine), ma la differenza con anatomia o scienza dei materiali (in termini di tecnicismo) non la vedo, né vedo perché dovrebbero essere più affascinanti. E, in generale, perché un filologo classico faccia cose più interessanti di un civilista o di un economista.
    Questo è l'unico paese in cui vedo questo, e gratta gratta c'è sotto la stessa scissione fra teoria (bene) e prassi (male) di origine umanistica, pronta a invertirsi nel suo opposto leghista o brunettiano del senso pratico VS masturbazione teorica (che è il criterio per cui gli imprenditori italiani sono restii ad assumere chi viene da facoltà 'teoriche').

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  14. Avrei voglia di scrivere un altro lungo post sull'argomento, ma risparmio me e i miei pochi lettori: perchè sono stanco, perché tra due giorni parto per un mese e perché forse sarebbe del tutto inutile. Mi tengo alcune idee per settembre, però; e tornerò sull'argomento (su cui si torna sempre, tra l'altro, anno dopo anno).
    Una cosa però ci tengo a dirla qui, subito: io sono da molto tempo (e l'ho scritto già sul mio blog) a favore del numero chiuso (molto chiuso) nella facoltà di Lettere e Filosofia (e facoltà consimili). Credo che un paese abbia bisogno di alcuni bravissimi specialisti di letteratura e di alcuni bravi (e ben preparati) insegnanti di letteratura. Nient'altro. Mi piacerebbe che venisse fatta una selezione rigorosa, sia in entrata sia in itinere, perché penso che sarebbe una delle possibili strade per incentivare coloro che davvero hanno voglia di dedicarsi alla Scienze Inutili, e disincentivare gli altri, che forse farebbero meglio a prendere altre più redditizie strade.
    (Sul “redditizio”, piccola parentesi: vivo in un piccolo paese in cui tutti sanno tutto di tutti. Vicino a me abita il primario di cardiologia di uno degli ospedali più importanti della regione; poco più in là abita il fruttivendolo del paese vicino. Il fruttivendolo almeno guadagna dieci volte quello che guadagna il cardiologo primario, per capirci. E lui sì, ha una villa pazzesca con piscina pazzesca, non il cardiologo di chiara fama.)
    Ultima cosa: io insegno lettere in un liceo pensando che i miei alunni saranno ingegneri e medici e quant'altro, e che proprio per questo il mio insegnamento è utile. Spero che saranno ingegneri e medici adulti in grado di scegliere un bel libro, di leggere un bel libro, di distinguere un buon libro da un cattivo libro. Questo vorrei sempre. Quando un alunno viene da me e mi dice che vuole studiare Lettere lo mando via: gli dico di no, lo osservo cambiare idea e perdere entusiasmo. E, se lo perde così facilmente, so che ho fatto bene.

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  15. Sono in condizioni simili a quelle che descrivi. Laureato in lettere classiche, sei anni di sopravvivenza in disp(a/e)ratissimi lavori — non ho staccato biglietti al cinema, ma ho venduto libri e detersivi porta a porta, ho smontato e traslocato scaffalature in metallo e altre amenità del genere —,
    il concorsone mi ha dato accesso alla professione docente, dopo circa dieci anni di ruolo oggi sono in procinto di diventare DOP (Dotazione di Organico Provinciale).

    Anch'io ero stato avvertito che non avrei trovato lavoro, anch'io mi sono adattato e pur avendo raggiunto una posizione apparentemente solida la prospettiva è che tornerò nel precariato.

    Quello che mi è stato sempre chiaro è che non avrei potuto seguire altro percorso; che Arianna ha descritto quello che molti miei amici hanno provato, che io stesso ho provato e che non ho mai potuto negare.

    Anch'io ho le mie stanzette (quella virtuale si chiama Wikisource).

    Mi spiace e mi costa scriverlo, ma a chi è seriamente ma seriamente innamorato di quello che lo ha portato a scegliere lettere piuttosto che altri corsi universitari, in nome di tale amore cinicamente consiglio di cominciare a cercare all'estero più che in Italia: vi sono paesi non troppo lontani dal nostro dove spesso le competenze umanistiche sono più apprezzate e meno coltivate per mancanza di insegnanti competenti… intelligenti pauca.

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  16. Ah, ho dimenticato di rigraziare per le molto generose parole iniziali. E' stanchezza, non è maleducazione. 😉

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  17. Senza offesa: ma non dovremmo essere già oltre?
    Intendo: millenni di civiltà e siamo ancora qua ad aver bisogno della pubblicità contro l'abbandono degli animali, della manifestazione a favore dei matrimoni omosessuali, delle giustificazioni per la scelta di una facoltà umanistica.
    ale

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  18. Se è una questione di soldi, siete in ottima compagnia: io sono un medico e ho vari amici, un ingegnere chimico, 32 anni, che non trova lavoro, un biochimico, 29 anni, che è borsista universitario, mille euro (sta cercando soldi –rimborso spese- per un master a Boston, e non potrà mai permetterselo), un fisico, 41 anni, ex ricercatore negli USA, tornato in Italia per amore, tecnico in un’azienda, 1700 euro mensili (in azienda gode di un orario elastico, nel senso che è più o meno sempre tirato, l’elastico), due enologi giovani, disoccupati (lavoretti), due farmacisti, una dipendente (1400 euro), l’altro informatore scientifico, licenziato a 45 anni (dopo averlo costretto a lavorare fuori regione), e così via. Non siete soli, insomma, voi professori.

    Magra consolazione, ma consolazione.

    La differenza è che siete tanti. Perché? La laurea in lettere non è a numero chiuso, e dovrebbe esserlo: selezione severa, modello ‘Normale’. Ho il sospetto che non sia nemmeno troppo difficile, o particolarmente selettiva, come fisica, matematica o chimica farmaceutica; credo non duri molto, senz’altro molto meno di medicina (10 anni, 6+4, dato l’obbligo di disporre della specialità per poter esercitare).
    Numero chiuso, quindi, corso difficile, lungo e selettivo, e quindi, e forse, paga più equa.

    No?

    Be’, fosse anche così, cioè no, e penso sia così (dello Scorfano e Leonardo mi fido eccome), consolatevi con la cultura, tenetevela stretta, le buone letture saranno sempre il vostro testo di aggiornamento, l’insegnamento sarà il vostro tramite col mondo. E, come dice Leonardo, lo guarderete dall'alto, il mondo. Penso vi possa anche restare un po’ di tempo, per nutrire le amicizie, per crescere i figli, crescerli da vicino, per coltivare passioni poco costose (le migliori), per vivere tra chi, di cultura, nutre sé per regalarla agli altri, tra chi ha strumenti (la mente) i soli capaci a pensare alla felicità. Usateli non per pensare a quanto siete sfortunati, voi, e solo voi. Usateli per chiedere che le prossime generazioni di docenti siano ben selezionate, giustamente retribuite e riconosciute nei loro meriti. E se mai aveste qualche valore aggiunto, un valore robusto, ciò che una volta chiamavano dote, usatelo magari per far soldi, tanti soldi, per comprare una casa più grande rispetto a una casa solo calda e accogliente.

    Buona fortuna.

    Scappo, stanotte sono di guardia (stamani ho iniziato la sala operatoria come anestesista, alle 7, finita alle 15. Monto notte in Rianimazione, 12 ore, durante le quali, se tutto andrà bene, riuscirò a leggere qualche pagina del Manzoni, con le bellissime note di Stella e Repossi, regalo prezioso di due amici altrettanto preziosi, maschio e femmina, fidanzati, felici, insegnanti).

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  19. Io questo post me lo stampo, me lo ripiego ben bene, e me lo tengo sotto il comodino.
    Non si sa mai che, nella notte, mi scordi dove sto andando.

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  20. a me quella mezza giornata per aprirsi gli occhi, di cui parli, capitò nel '99.

    mi volevo iscrivere a Scienze della Comunicazione. Che pinolo. Una sera bevendo vino parlai con una prof di Filosofia che non era la mia prof, ma era la prof di un mio amico. Ci mise in guardia da SdC, ché lei già conosceva tanti in giro a elemosinare contratti. Quella notte non dormii.

    Poi mi iscrissi a Scienze e Tecnologie Agrarie. Dopo due anni, cambiai per Veterinaria. Laureato con il massimo dei voti, ma Med Vet in Italia è una farsa (14 facoltà solo in Italia, in Francia 2 o 3: il 25% dei laureati europei è italiano). Sono emigrato all'estero, lavoro nell'industria farmaceutica e guadagno molto più di quanto avrei immaginato a 4 anni dalla laurea.

    L'amico che era con me quella sera poi si è iscritto, a SdC, e ora è disoccupato da anni.

    Poi conosco laureati letterati che – cazzutissimi – sono riusciti a reinventarsi manager e altro. Conta la persona, non la laurea. Molto violentemente va detto che una persona inutile + laurea = persona inutile.

    Il mondo è fatto per chi fiuta il vento. Chi non è capace di farlo,per forza di cose resta indietro.

    In ogni caso, quello che vende biglietti non mi pare un'assurdità. Il fatto che se ne lamenti, invece, è un po' un'assurdità.

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  21. è commovente, quello che hai scritto. in qualche modo, da qualche parte, parla di me. e mi hai fatto vedere la stanzetta che, ora lo capisco, l'ho costruita anche io, forse diversa dalla tua, forse inutile in modo diversa. ma l'ho costruita anche io.

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  22. della serie: never to judge a book from the cover.

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  23. Rispondo ad alcuni commenti.

    No vi prego, il numero chiuso no. Capisco che per le generazioni passate sia carico di altri significati, ma veramente, vi assicuro che serve solo per far lavorare meno i professori universitari e proteggere le categorie.

    Nella mia esperienza molte delle lauree a numero chiuso hanno una didattica pessima, sevizi osceni, tanto non ti lamenti, sei uno dei pochi che è entrato su migliaia di persone e ti senti fortunato perché avrai un lavoro, quindi stai zitto e tiri dritto, non cambi certo corso di laurea.

    Invece quello che servirebbe è una selezione durissima, come avviene in corsi di laurea con alta richiesta e senza numeri chiusi. Per dire ultimamente le iscrizioni a matematica sono aumentate moltissimo, tanto che al primo anno gli studenti non ci stanno nelle normali aule del dipartimento, vi assicuro che senza bisogno di numeri chiusi l'anno seguente gli studenti rimasti entrano perfettamente nelle aule più piccole. Lo stesso capita a giurisprudenza (tanto per fare un esempio diverso).

    Se a lettere, almeno alla triennale, non si concedesse il 30 e se si facesse una selezione durissima si otterrebbe l'effetto di migliorare la didattica, scoraggiare chi si iscrive perché non sa cosa altro fare e diminuire il numero di laureati. Ma questo richiederebbe di ripensare i corsi di laurea, di rifare i programmi, di costruire percorsi sensati, di seguire per bene gli studenti interessandosi del loro percorso didattico. Tutte cose che la maggior parte dei professori universitari non ha alcuna voglia di fare. Per cui la soluzione diventa numero chiuso, così sono tutti felici tranne gli studenti.

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  24. Ti cerchi i commenti torrenziali, eh. Però interessanti pure quelli. Non li ho letti tutti ma recupererò, mi sembra ne vallga la pena.

    Sto dall'altra parte del confine – laurea tecnica-scientifica e lavoro in tema, anche se in un contesto molto particolare, grazie a quelle competenze e soprattutto grazie all'acquisita abilità di autoformazione continua.

    Da tecnico che ama la cultura umanistica, sottoscriverei l'ultimo paragrafo parola per parola. Forse “voi” letterati non siete principessine di buona famiglia, forse lo siamo un po' tutti (e tutti abbiamo una nostra versione della stanzetta).

    O forse lo sono un po' io, che già avevo il dubbio tra ingegneria e filosofia; forse non lo sei tu – hai un minimo di competenze tecniche, e capacità di affrontare cose normali senza un preventivo corso di formazione, tieni un blog: la maggior parte della popolazione trova già il “fare login” una cosa da ingegneri.
    Forse proprio per quanto dici nell'attacco, perfetta sintesi che condivido appieno (mia moglie dice che -non so come- te l'avrei dettata io).
    Avrei molto d aggiungere sulla diffusa scarsa familiarità con le basi della cultura scientifica e tecnica, sul frequente rifiuto psicologico aprioristico per le novità e gli strumenti fatti apposta per il proprio lavoro, sulle enormi difficoltà che comporta in tantissimi contesti. Ma nche sulle tante persone di talento – speicalizzato ma con competenze multidisciplinari e trasversali.

    Tagliando molto con l'accetta, a volte mi sembra che intelligenza, curiosità e capacità, uno le abbia o non le abbia – e se le ha si vede anche al di fuori della sua specializzazione. Se non le ha, si vede anche nel suo mestiere.
    Mi piace pensare che, in fondo, questa netta separazione tra materie umanistiche e tecnico-scientifiche, e relative “attitudini”, sia esagerata – proprio figlia di quell'impostazione scolastica con la centralità del liceo classico. Forse è proprio il 30 assicurato il maggior responsabile dell'inutilità di certe scienze.

    Mettiamo lo scorfano al posto della Gelmini.

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  25. Leonardo, il giorno che ti iscrivesti a lettere ero accanto a te, che mi iscrivevo a Lingue. Cercavo affannosamente portoghese sul piano di studi e non lo trovavo, perché nessuno mi aveva detto che si trovava in un'altra facoltà (magistero). Abbandonai l'idea di studiare spagnolo e portoghese optando last minute per tedesco e russo. Scoprii che a Bologna si insegnava anche cinese, sanscrito e arabo (ma sotto la facoltà di storia) il giorno che entrai per la prima volta al dipartimento di Glottologia. Avevo 18 anni ed ero cresciuta a pane ed europa. Non avrei mai immaginato che la mi aspecializzazione in germanistica sarebbe stata soppiantata in poco più di un decennio dalla recente ascesa dell'impero di Cindia e della lingua araba, come pure dalla vertiginosa estensione al globo intero dei rapporti tra i popoli. Dico questo per suggerire a chiunque voglia studiare Lingue, di specializzarsi in una lingua minoritaria e difficile da apprendere. Anche lì ci saranno ottimi poeti e geniali intellettuali di cui pascersi l'anima, ma quanto meno avrete meno concorrenza e non vi illuderete di potervi tenere una cattedra di liceo per tutta la vita. Sono entrata di ruolo come insegnante di tedesco nella scuola media nel 2000, pensando di passare alle superiori nel giro di qualche anno. Pensavo male, perché oggi il tedesco alla scuola superiore praticamente non si studia più. Per fortuna che le tante lingue (europee) che conosco, e le vaste letture condotte fra liceo e università, mi hanno resa 'saggia' e flessibile. E splendidamente capace di consultare cataloghi bibliorafici e oriantarmi a 360° nel complesso mondo della testualità.

    A 18 anni, io almeno, capivo ben poco e sapevo ben poco del mondo (delle cose, non dei testi). A casa, mia madre mi incoraggiò per Lingue, perché si era più volte scontrata con la propria afasia all'estero, peraltro in circostanze non turistiche. Mio padre provò timidamente a suggerirmi di puntare su statistica, ma: 1) non avevo l'abitudine di ascoltare mio padre, 2)non avevo la minima volgia di pensare a dove mi avrebbe potuto portare una laurea in statistica (da figlia di matematici, peraltro, buttarsi sul versante umanistico era più che fisiologico).

    Tutto questo sbrodolamento biografico per dire che, come laureata in lingue, mi ritengo fortunata, ma se tornassi indietro forse mi specializzerei in tutt'altro. Qualcosa di pratico, di artigianale. E non dico altro.

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  26. Posso dire la mia da studente di ingegneria?
    siete dei pirla…
    Ma si, siete dei pirla perchè continuate a scrivere post come questo, dove parlate della bellezza della letteratura.
    Il resto invece, matematici, fisici, ingegneri ed affini continuano a tenere per se i loro segreti, avete mai sentito un matematico tessere le lodi di eulero? O un fisico parlarvi del momento torcente? O un ingegnere dimostrarvi un campo magnetico rotante?
    Eppure posso assicurarvi che queste tre sole cose, valgono quanto un Alighieri

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  27. OT @ Peppe: “tenere per sé”, va con l'accento. Eulero va con la maiuscola. E alla fine della frase ci va il punto fermo.
    Altrimenti, oltre ad apparire maleducato perché chiami “pirla” persone che commentano un post (post che non mi pare tu abbia letto…), fai anche la figura dell'illetterato.
    Un sentito augurio per i tuoi progressi ortografici da parte di una Signorina di buona famiglia che ha studiato Lettere.

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  28. Anonimo, chapeau.
    Peppe, hai letto “Il teorema del Pappagallo”?
    Credo di no. Tanto è vero che sei inciampato nel paradosso dei corvi.
    PS: oltre alle segnalazioni dell'Anonimo, segnalo che anche “sì”, l'avverbio, va con l'accento. Essere studente o laureato in ingegneria non autorizza a stuprare la lingua italiana.

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  29. Ribalto scherzosamente un secondo la situazione. Sono all'ultimo anno di studi in una materia che mi piace, e mi piace molto, benchè provenga dal liceo classico: economia. Ecco, il punto è che se questa scelta forse(ma forse..) un giorno mi premierà rispetto a un laureato in studi umanistici, dall'altro devo dire che questi anni sono stati duri. Quasi ogni volta che ho dovuto rispondere alla domanda “cosa studi?” mi sono trovato le facce degli interlocutori letterati (o simili) schifati o gelidi, come per dire “ah, ok. Ti piacciono i soldi/ vuoi fare il commercialista/potrai andare a lavorare in banca/…” e il disocrso virava su altre cose. All'inizio cercavo di spiegare cosa potesse essere bello degli studi economici(credetemi), ora rinuncio, anche se a me continua a picere.
    Ad ognuno la sua frustrazione.
    valerio

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  30. L'unica cosa che non capisco é il fatto che qualsiasi facoltà non umanistica sia automaticamente considerata una scelta pragmatica ma meno interessante o addirittura umile. Io ho studiato ingegneria e mi guadagno bene da vivere; tutto questo mi permette di dedicarmi ad altri “interessi” senza troppi sacrifici. Dal punto di vista umanistico la formazione ricevuta al liceo si é sempre rivelata più che sufficiente per orientare le mie letture. Quando ho scelto la mia laurea ho pensato al tipo di lavoro (responsabilità, viaggi, carriera, stipendio) che avrei voluto avere e ho scelto in funzione di quello ma non ho mai creduto che scegliere una facoltà “tecnica” mi potesse impedire di approfondire interessi più o meno umanistici.

    Insomma credo che la colpa (ma poi perché colpa, ognuno fa le sue scelte in funzione dei propri obiettivi ed interessi) non sia del diciannovenni che s'iscrive qui piuttosto che la ma dell'ide diffusa che conoscere qualcosa di Orazio sia più nobile di saper risolvere l’equazioni di secondo grado. Orazio ed equazioni di secondo grado sono entrambi parte del programma del liceo ma la maggior parte dei laureati si ricorda che Orazio era un poeta latino mentre non sa come risolvere una disequazione.

    Ps per i gramma-nazisti esistono anche persone che hanno fretta, , che scrivono su tastiere straniere senza accenti e che non hanno correttori nel browser. Esistono anche persone disgrafiche cosi per dire. Capisco prendersela con il pirla ma aggredire (stupro e illetterato sono delle aggressioni) qualcuno per un accento mi sembra eccessivo.

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  31. vuoi mettere la soddisfazione di correggere gli errori di ortografia a tronfi dirigenti che prendono tre volte il tuo stipendio??

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  32. Questo commento è stato eliminato dall’autore.

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  33. Sinceramente mi sfugge come cercare di umiliare qualcuno per qualcosa di totalmente scollerato dal tema del post, come appunto l’accento su “se”, possa far progredire la discussione o dare qualsiasi tipo di soddisfazione. In generale quelle che voleva essere il senso del mio intervento é perché é cosi sconveniente sbagliare un accento mentre è tutto sommato accettabile non saper impostare una proporzione? Esiste veramente una convinzione diffusa (giustificata o meno) che ritiene più “nobili” le professioni letterarie?
    Poi ripeto ciascuno fa le sue scelte prima e dopo la laurea ma il sistema di basi su qui queste decisioni sono prese è, a mio avviso, sfalsato. Insomma il laureato in lettere tipo è un eroe romantico mentre l’alternativa essere un noioso contabile?

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  34. Gatto, hai pienamente ragione, e mi scuso con tutti per aver contribuito ad alzare i toni e ad andare fuori tema, vestendo i panni dell'eroina romantica con la laurea in ingegneria che si erge in difesa dei letterati a cui è stato appioppato l'epiteto dei pirla 🙂 .
    Per rispondere alle tue domande, ritengo che la discriminante non sia l'aver preso un titolo “tecnico” o uno umanistico, ma la passione che ci si mette nel fare le cose. Da questo punto di vista io (e qui parlo solo per me), costretta nei panni dell'ingegnere che ha fatto la scelta sbagliata, mi sento molto “noioso contabile”, proprio perché mi manca quella passione. Gli ingegneri bravi, quelli “sul pezzo”, riescono a trasmettere la poesia nascosta nel solido di Saint-Venant. Io non ne sono capace.
    Per come la vedo io, non saper impostare una proporzione è altrettanto disdicevole che sbagliare gli accenti (e non occorre aver fatto l'università per saper fare entrambe le cose, è programma di scuola media!). Stai pur certo che mi scaglierò contro chi sbaglia le proporzioni quando i commenti ai post altrui si faranno con le proporzioni! 🙂

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  35. Credevo che l'ironia sui pirla sarebbe stata capita subito, cerco di spiegarla meglio.
    Davo dei pirla ai letterati perchè si comportano come un alchimista che dopo aver scoperto il modo di tramutare il piombo in oro, lo rivelano a tutti. Continuando a far notare la bellezza della letteratura, svelandone a tutti il segreto, si “inflaziona” la categoria.
    Il resto, capitanato dai matematici, si guarda bene dal rivelare la bellezza dietro tutto questo (vien da dire che molti matematici stessi non l'hanno compresa) riducendo “l'inflazione”.
    Un po' tutti nervosetti eh?

    @Arianna, non ho letto il libro in questione, ma è in programma da tempo…Mi sfugge l'applicazione del paradosso dei corvi… Stai cercando di farmi dire che essendo tutti i letterati pirla, il resto sia composto da gran geni?

    @Gatto
    Capisco prendersela CON il pirla ma aggredire (stupro e illetterato sono delle aggressioni) qualcuno per un accento mi sembra eccessivo.
    Stai per caso dandomi del pirla? 😀

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  36. Sì, ok, Peppe, sei ironico, ma mi sa che non hai letto il pezzo.

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  37. Che post pieno di idee vecchie. E di realtà vecchie. Laureati a spasso in giurisprudenza e medicina ce n'erano a palate quando mi sono immatricolata a lettere. Laureati in discipline scientifiche sottoutilizzati e sottoinquadrati ce ne sono sempre di più, data l'arretratezza del nostro paese. A Lettere non si studia solo “letteratura” anche storia, per dire, ma certo che c'importa della memoria, magari solo in economia, crisi, cose così? Roba da saccentoni. All'estero (vivo in Francia, al momento), un laureato in lettere ancora in corso di master può vincere a 23 anni un posto di insegnante a tempo indeterminato alle scuole medie (i concorsi ci sono tutti gli anni). A 30 anni sì e no si può essere associati in un'università. E' n o r m a l e, anche se sempre meno facile. Capita che classi intere di Normalisti italiani settore umanistico (selezione durissima, diceva qualcuno) si spostino all'estero dopo la laurea e vivano benone. E noi stiamo ancora a fare i ragionamenti che mi facevano nel mio liceo idealista cattocomunista del dopoguerra per parlare della questione letteratura/vs scienze??? Che grigiore.

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  38. Ecco, io non ho mai commentato su questo blog ma su questo pezzo (bellissimo) volevo condividere la mia opinione: non capisco (forse mi sono perso via leggendo i commenti…) il motivo di questa distinzione tra la cultura “nobile” e il sapere tecnico. Se i letterati possono trattare i grandi personaggi alla pari nella loro stanzetta, non vedo perchè non possano farlo, per esempio, i fisici o i matematici: gente come Archimede, Galileo, Newton, Gauss, Eulero e molti altri. Riprendendo quello che ha detto Peppe, anche nelle scienze può esserci una bellezza nascosta, per chi la sa apprezzare e non cerca solo le applicazioni…
    Siamo diversi, ognuno trova come realizzarsi facendo cose diverse. Per me nella frase “Tu hai fatto Lettere perché è quel corso di studi che dovrebbe farti sentire ricco, ricco dentro, anche se nella vita di tutti i giorni fai il bigliettaio”, si potrebbe sostituire “Lettere” con il corso di laurea che ognuno ha scelto, se la scelta è dovuta alla passione
    Paolo

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  39. Premessa: sono biologa, lavoro in un'azienda farmaceutica e mia madre è un insegnante, laureata in lettere. Sinceramente, pur essendo un'amante delle arti in senso lato e pur avendo letto e commentato il brano di Machiavelli al liceo, anche io come Paolo non ho mai capito come mai si dovrebbe sentire “ricco dentro” solo chi studia poesia e letteratura e non chi, magari nella stessa stanzetta, cataloga specie o dimostra teoremi o disegna progetti o scopre la teoria della relatività. Intendo dire che non solo non lo capisco ora, non lo capivo nemmeno a 19 anni e infatti ho scelto una facoltà scientifica per il puro piacere di farla. Conversare con i grandi della scienza e tentare con loro di capire come funziona il mondo in cui viviamo a me è sempre parsa una nobilissima attività. Però riconosco che al liceo (scientifico, peraltro) ero una mosca bianca: tutti, insegnanti ed allievi, erano convinti che qualcuno scegliesse una facoltà scientifica per sistemarsi nella vita, non perchè davvero si sentisse gratificato. Comunque, io e parecchie persone che conoscevo all'università abbiamo studiato biologia, o fisica, o matematica, o ingegneria, o architettura, non per calcolo, ma perchè erano belle, così come può essere bello passare il tempo sui classici. Poi penso che così come io non sono finita a fare il ricercatore come sognavo ma ho un buono stipendio in un'industria, un laureato in lettere possa far fruttare la sua laurea scelta per sentirsi ricco dentro in settori più richiesti dal mercato dal lavoro. I miei amici laureati in lettere non sono disoccupati e non lo sono mai stati: sono impiegati nel marketing o nelle risorse umane e guadagnano anche più di me con la mia laurea scientifica. Senza offesa, non dipende dalla facoltà, dipende dalle persone, dalla voglia di misurarsi con qualcosa che non hai studiato sui libri e, perchè no, da un pizzico di fortuna (o meglio, dalla capacità di vedere e sfruttare le occasioni che capitano per caso).
    Francesca

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  40. Mi associo al primo commento di Arianna.
    Anche io ho salvato il blog di Leonardo da anni nei miei “Preferiti” e lo consiglio agli amici.
    E anche io nel 1997 avrei tanto voluto iscrivermi alla facoltà di “Storia” o “Relazioni Internazionali”.
    Ma una madre insegnante di italiano e latino bastò a dissuadermi. Mi gettai sull'altra mia passione, la matematica.
    Oggi sono lureato in ingegneria, ho un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio molto superiore ai miei coetanei (che ce l'hanno). La mia laurea mi ha permesso di vivere e lavorare già in 3 paesi (e 2 continenti) diversi per lungo tempo. In altre parole mi ha permesso di coltivare (nel tempo libero) molte delle passioni che a suo tempo mi spingevano verso una facoltà umanistica.

    Questo per dire che la facoltà e, di conseguenza il lavoro, sono solo dei mezzi attraverso cui realizzare i propri obiettivi.

    Kappa

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  41. ps. non intervengo sulla bellezza della matematica o di altre discipline perchè finirei per andare OT. Ma vi assicuro che “capire” un teorema può dare lo stesso piacere che leggere un bel libro.

    Kappa

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  42. Sai, noi abbiamo fatto ingegneria, e anche ingegneria ci fa sentire ricchi dentro. E con due palle grosse così, per di più.

    Peraltro, prima di farla, alcuni di noi hanno fatto il tecnico industriale, subendo la puzza sotto il naso e lo snobismo dei liceali, poi vagli a dire che io ho fatto molta, molta, molta più matematica di un liceo scientifico, eri sempre un inferiore.

    Puzza sotto il naso che oggi è solo attenuata, perché ingegneria non è una facoltà da e per tutti, ma rimane sempre il senso del classicista di fare la bella citazione per metterti in un angolo, mentre se tu ingegnere gli parli per sbaglio di matematica, ma che brutto ma che pizza ma che cosa noiosa ma chi se ne frega.

    In Italia, non solo, è consentito essere un analfabeta della matematica e della scienza, mentre non si può esserlo in letteratura.

    No, voi avete fatto Lettere perché volevate stare con il culo caldo, avete fatto anni di università in cui passavate le giornate sostanzialmente a scopare (beati voi, eh) e preparavate un esame in un mesetto (dimmi di no, adesso), e tutto questo con la puzza sotto il naso, il tono del so tutto io, la convinzione di essere un privilegiato.

    Ecco, ora se pensi che uno legga il tuo dispiacere esistenziale, che contiene al suo interno ancora il germe della superiorità, del vostro essere ricchi dentro: prendetevela, cortesemente, in culo, voi e il vostro essere ricchi dentro. In amicizia, che la stima non viene mai meno.

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  43. Cioè aspetta, a lettere si scopava tutti i giorni e non me l'hanno detto? Maledetti. Ecco perché non c'era mai nessuno al seminario di ecdotica.

    (In amicizia, poi, se alla tua età non hai superato lo shock dei compagnucci liceali che studiavano meno di te e avevano la puzza sotto il naso, c'è un problema. Non si supera con l'ingegneria e nemmeno con le humanae litterae. Si supera mandando a fanculo uno che ha appena scritto che scegliere Lettere significa firmare il proprio fallimento a diciott'anni? Se vedi germi di superiorità, se vedi germi in generale, è un tuo problema. Il mio problema è che non guadagno tanto. Farei anche cambio, guarda).

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  44. Un'altra cosa che non si capisce è perché uno dovrebbe aver bisogno di una LAUREA in Lettere per amare le Lettere, o per capirle.

    Come dire che a leggersi da soli un'opera letteraria, non si è capaci di capirla. Che a leggere un commento di critica letteraria, non si è capaci di capirla a fondo A MENO CHE tu non abbia scaldato le panche di un'aula per un semestre, A MENO CHE non sia stato tutto certificato da un voto sul libretto.

    Esistono proprio degli step non necessari: il voto sul libretto, la pergamena di Laurea. Questi passaggi non servono, se vuoi amare le Lettere per i fatti tuoi. Sono funzionali solo al (piccolo) valore legale che una Laurea ancora possiede.

    quello che ti manca al massimo sono le nozioni accademiche: per esempio fare citazioni incrociate (eh, la poetica di Tizio, al contrario di Caio, si concentra su questo argomento, in linea con la corrente dell'epoca etc etc etc)

    Ma di fatto molti argomenti sono orizzontali: possono essere compresi a prescindere da nozioni precedenti. Al contrario, non potrai capire una Terapia se prima non hai capito la Patologia, e prima ancora la Fisiologia, e prima ancora l'Anatomia, e prima ancora la Biologia.

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  45. Leonardo, non è che confondi Niccolò Machiavelli con Emma Bovary? L'hai presa molto larga ma sempre lì si arriva: al tempo libero alienato, al consumismo culturale, al bazar del sacro letterario. Le “signorine di buona famiglia”, che noi siamo, hanno studiato Lettere perché altre Emma Bovary hanno fatto loro credere che lo svago culturale (leggere, scrivere, suonare, filosofare, ecc.) fosse qualcosa di nobile cui dedicare l'intera esistenza. Ma è la metafora della stanzetta, sostanzialmente bovaristica, a essere perniciosa. Proprio questo distingue Emma e Niccolò: lui nella stanzetta ci è stato il meno possibile, e ha usato le sue letture e il suo talento per agire concretamente. Non sono le Lettere a essere inutili, ma una certa loro concezione stanzettistica…

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  46. lascio un commento che nessuno leggerà solo perché me lo merito: ho letto il post e tutti i commenti (ochei, quasi tutti).
    per me leonardo ha scritto un bel post. riguarda lui, le sue scelte e ha generalizzato un pochino. quel tanto per capire. e poi c'è un fondo ironico.
    oltretutto è scritto bene.
    poi certo se poi si commenta generalizzando a cazzo (ops…) si va alle tifoserie contrapposte e non serve a molto.
    personalmente sono semianalfabeta e ho cominciato a lavorare a 17 anni. però ho sempre fatto il lavoro che mi piace. attualmente mi pagano per trafficare tutto il giorno con photoshop & c. pensa che durante il giorno, talvolta mi dico: ma sono proprio un cazzo di genietto! certo, quando mi riesce qualcosa di particolarmente complicato & bello. il mio lavoro è abbastanza creativo e divertente e apprezzato.
    rifarei i miei non-studi nello stesso modo? boh.
    certe settimane penso di sì e altre il contrario.
    anzi, leona', facciamo ìna cosa: ripubblica questo post fra due-tre anni e vediamo le risposte

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  47. D'accordo con l'ultimo commento.

    In quanto a “Le Scienze Inutili”: il grado di misura di quanto inutile sia una scienza secondo me sono i subprodotti che genera. Per esempio, l'Astronomia sarà inutile in se, ma per misurare certe cose bisogna avere degli strumenti e costruirli; una volta che si ha quella tecnologia è possibile applicarla ad un'altra cosa…
    Dunque, valutate (io non ne so niente del mondo letterario) quali sono i subprodotti. Se non ce ne sono tanti, entriamo nella questione “l'università e scuola pubblica deve mantenere un sistema che non genera ricchezza?” Ma bisogna misurare bene quei subprodotti…

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  48. Che poi io non sono per niente d'accordo sull'inutilità delle scienze umane. Il mondo contemporaneo non é fatto solo di dottori, ingegneri e avvocati, ma soprattutto di impiegati, quadri e amministratori. Non vedo perché gli studi umanistici sarebbero meno adeguati degli studi di economia e commercio per svolgere queste mansioni. Parlare di scienze utili e di scienze inutili non vuole dire niente in un mercato del lavoro il cui unico scopo e posizionare dei burocrati (del pubblico o del privato) adatti a fare circolare l'informazione e ottimizzare la produzione. Il problema non é che tutti vogliamo una laurea in Lettere, ma che tutti vogliamo una laurea. E che un pugno di schiavi immigrati non é in grado di mantenerci tutti.

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  49. Mi sembra manchi un dettaglio in molti commenti: lavorare vuol dire dare qualcosa agli altri, non solo prendere qualcosa per sè. Io, come, quasi tutti avevo più di una passione quando decisi che cosa fare all'università. Scelsi qualcosa che mi portasse a un mestiere che fosse un modo per contribuire alla società. Mi pare che invece tanti si aspettino di essere pagati per coltivare solo ed esclusivamente le proprie passioni. Beh… allora appassionatevi a qualcosa di utile per gli altri, per la società là fuori, di modo che abbia un motivo per darvi qualcosa in cambio.

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  50. @Paolo premesso che ho fatto ingegneria come te e che condivido il discorso della puzza sotto il naso che molti umanisti hanno direi che hai toppato alla grande…

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