sofismi su Israele, 6-8

Prima di continuare coi sofismi, vorrei rispondere a chi ha commentato “cose chiare e sensate. Ma chi lo va a spiegare alla “casalinga di voghera”?

Ecco, per una volta credo che la famosa casalinga sia vittima di un pregiudizio. La immagino davanti a un tg qualsiasi mentre scuote la testa, piange per le vittime e biasima i bombardatori. Non riesco a immaginarmela mentre mi fa un’equazione Kissinger o rilascia patenti di antisemitismo. Questi sofismi non sono pane per i suoi denti. Sono invenzioni intellettuali, concepite e collaudate da intellettuali per convincere altre persone che su internet o sui giornali cercano di farsi un’idea approfondita. È per questo che mi fanno paura. Non pretendo che la casalinga di Voghera debba farsi un’idea anche solo vaga di tutto quello che è successo dal ’48 a oggi; ma perché giornalisti e ministri devono raccontarmi balle? E devono essere per forza balle così inverosimili?

6. Sofisma del matrimonio gay
Questo è di conio recente, ma ha già riscosso un certo successo. Come fai a mettere sullo stesso piano un movimento oscurantista come Hamas e un Paese laico come Israele, dicono, un Paese dove i gay si possono sposare?

Non so cosa ne pensino i gay, ma io trovo un po’ fastidioso l’uso del “matrimonio gay” come cartina di tornasole della laicità di una nazione. Peraltro, non è nemmeno vero che i gay si possano sposare legalmente: la giurisdizione israeliana riconosce semplicemente la validità di matrimoni gay contratti in altri Paesi. Ma chi ha a cuore l’etichetta laica di Israele dovrebbe lasciare perdere l’argomento “matrimonio” in generale: sposarsi in Israele è una faccenda complicata. Il matrimonio civile non esiste: i matrimoni religiosi si possono contrarre soltanto tra membri della stessa comunità religiosa, secondo il sistema dei Millet ereditato dalla legislazione ottomana, che a quei tempi era veramente all’avanguardia in fatto di pluralismo religioso, ma oggi segna un po’ il passo dei tempi – soprattutto a confronto con quelle democrazie laiche e occidentali alle quali si paragona spesso Israele.

Quindi: i cristiani si possono sposare coi cristiani, i musulmani coi musulmani, i drusi coi drusi, gli ebrei con gli ebrei – ma anche così è troppo facile, in realtà non tutti gli ebrei israeliani hanno diritto di contrarre matrimonio con ebrei ortodossi o di discendenza sacerdotale (i kohen). Anche i figli illegittimi sono sottoposti ad alcune limitazioni. Su tutto questo ha giurisdizione il Gran Rabbinato, che a partire dal 1947 ha negoziato con il primo governo di Ben Gurion un accordo tra Stato e religione affine ai nostri concordati. Con la differenza (non mi pare da poco) che in Italia ci si può sposare anche al di fuori della Chiesa, e con qualcuno che in una chiesa non ci è entrato nemmeno per battezzarsi. Siete ancora sicuri che Israele sia un Paese così laico?

È vero che la situazione è bilanciata dalla prontezza coi cui Israele riconosce i matrimoni civili contratti all’estero: tanto che nel 2000 si è calcolato che uno sposo/a israeliano su dieci ha sconfinato per celebrare il suo matrimonio (Cipro è la tappa preferita). Tra questi, anche quelli contratti tra persone dello stesso sesso. Quanto questo renda Israele un Paese laico, decidetelo voi.

Naturalmente non penso che nessun gay, messo di fronte all’alternativa se vivere a Tel Aviv o Gaza, nutrirebbe molti dubbi (come se i gay di Gaza avessero davvero questa scelta; e come se la loro priorità in questo momento fosse il matrimonio, e non il pane e le medicine); e tuttavia non credo che la tolleranza sia un valore assoluto piovuto dal cielo, che gli israeliani hanno e i palestinesi no; ritengo che dipenda fortemente da una serie di parametri tra i quali, fondamentali, la cultura e il benessere. Dove c’è benessere e cultura di solito i gay se la passano molto meglio. Ma la cultura e il benessere di Tel Aviv e in generale di Israele sono in parte basati sullo sfruttamento delle risorse di Gaza e della Cisgiordania. Troppo comodo accusare i palestinesi di oscurantismo a pancia piena.

E comunque nemmeno il benessere israeliano si può dare per scontato. Il Paese si dibatte in una crisi economica decennale, la corruzione è endemica, e la militarizzazione del conflitto è anche una risposta a queste tensioni. Israele non è il Paese laico che molti credono, ma non è nemmeno una teocrazia di fanatici. Eppure chi ha visto almeno una volta i coloni di Hebron o gli ortodossi di Mea Sharim sa che l’integralismo ebraico esiste, è già una forza elettorale con cui i governi devono fare i conti, e ha margini di crescita.

7. Sofisma benaltrista, o dell'”indignazione selettiva”
Prima o poi arriva quello che ti chiede: perché parli solo di Israele? Dov’eri quando uccidevano i cristiani nel Darfour? I Tutsi in Ruanda? I palestinesi, però in Giordania? Com’è che salti fuori sempre e solo quando si tratta di Israele? Pacifista a senso unico! Indignato selettivo! Ecc.

Questo è un sofisma solo in parte. È vero che il conflitto israelo-palestinese ha una copertura diversa dagli altri. È vero che ha sempre coinvolto noi italiani più che altri. Ci sono ragioni storiche e culturali perché questo avviene (una vicinanza particolare con la cultura araba, un senso di colpa nei confronti della nostra comunità ebraica, ecc.); ciò non toglie chi si ricorda delle guerre soltanto quando le fa Israele possa risultare fastidioso. Resta tuttavia un argomento ad personam: anche se parlassi solo di Israele, non merito di essere giudicato per quello che dico in quel momento? Di quanti conflitti devo aver parlato prima di avere il diritto di parlare di quello di Israele? O il senso è che devo stare zitto e lasciar parlare i professionisti? In pratica non si deve parlare di Israele su un blog, a meno che non sia un blog di politica estera.

(Ora rispondo per me:) Questo non è un blog di politica estera. È un sito un po’ generalista con qualche interesse un po’ più specifico: il movimento dei movimenti (quando si muoveva), la scuola italiana, il pd, i fatti miei. Di solito cerco di scrivere cose originali, e difficilmente potrei concepirne di originali su Darfour e Tibet. Raramente mi metto a scrivere di guerre e di stragi. Ma in tutta coscienza, se dopodomani gli uzbeki cominciassero a bombardare i kazaki a tappeto, e su internet e su blog e quotidiani io trovassi una lunga serie di complimenti ai saggi uzbeki che hanno fatto bene a bombardare i kazaki che li minacciavano nella loro stessa esistenza… probabilmente m’interesserei alla storia, la studierei, cercherei di capire perché il mio giudizio sulla vicenda mi sembra tanto diverso da quello degli altri, e alla fine ne scriverei. Ovvero: non è Israele il punto qui. Se volete sapere cosa succede in Israele leggete Haaretz, leggete il Guardian. Il punto qui è come gli italiani parlano di Israele. Ne parlano in un modo stranissimo, che m’incuriosisce e un po’ mi spaventa, quando semplicemente non mi fa arrabbiare. Di questo sto parlando: della guerra no, non ho molto da dire, così come non avevo molto da dire sul Darfour.

8. Sofisma dei bambini morti
Questo è proprio passato di moda, per un motivo semplice. 

Si tratta di una forma particolare della mozione degli affetti in virtù della quale quando tu stai cercando di spiegare le ragioni di un conflitto, qualcuno ti replica postando la foto dell’ultima vittima delle autobombe – meglio in tenera età, e fotografata a cadavere non ancora ricomposto – con una didascalia che di solito dice: guarda cosa fanno i porci che tu difendi! Guarda! Guarda! E li difendi ancora? Allora Guarda ancora un po’! Guarda! Guarda! E forse un giorno capirai.

Io in realtà non ho mai capito perché la foto dovesse essere più convincente della semplice notizia: insomma, se sento alla radio che un autobomba ha straziato due bambine, dovrei essere abbastanza adulto da capire la gravità della cosa senza bisogno di un’immagine, no? Se dopo una notizia del genere non mi converto immediatamente alla Guerra al Terrore e continuo a concepire il conflitto israelo-palestinese come un fenomeno complesso, cosa potrà fare di più una foto sgranata?

Questa strana tendenza toccò il suo apice quando Al Zarqawi fece inquadrare il povero Nick Berg mentre lo decapitava, producendo il primo vero snuff video che ebbe un discreto successo in tv. Ebbene, in quell’occasione molti stimati opinionisti si comportarono come quel tuo amico delle medie che ti teneva la testa mentre ti faceva vedere Non aprite quella porta in vhs: Guarda! Devi guardare! Sennò non capisci! Sennò non sei uomo. Ricordo Antonio Polito:

Consigliamo a tutti di guardare il video della decapitazione dell’ostaggio americano, che circola su Internet. Bisogna guardare in faccia l’orrore, anche se non è degno dell’umanità degli occhi che lo guardano. Quella testa mozzata a fatica, con tutto il lavorio fisico che comporta, e il tempo che ci vuole, e l’abisso in cui sprofonda un po’ alla volta, nella più odiosa delle torture, la vittima, è in fin dei conti la ragione per cui l’Occidente è in guerra con il terrorismo islamico.
[…]Pacifisti e antiamericani guardino quel video, poi decidano qual è il problema del mondo. 

Insomma, finché i pacifisti e gli antiamericani non avessero visto lo snuff, non avrebbero capito. Inutile ragionare. Bisogna guardare. Tutto, fino in fondo. Se non guardi sei una checc… no, volevo dire, se non guardi non puoi capire il problema del mondo.
Era il 2004: sulla tv in chiaro andavano forte i realities e le teste mozzate. In seguito entrambi i generi hanno perso molto smalto, e oggi è difficile trovare un morticino utilizzato a mo’ di argomento. Forse anche perché i morticini di questi giorni sono tutti palestinesi, e quindi non sono convincenti: l’argomento funziona solo con le vittime israeliane e occidentali.
Detto questo, qualche foto di morticino qua e là l’ho vista – per esempio su beppegrillo.it. Io non le mostro: hanno senz’altro un valore documentario, ma non le considero un argomento. Mi piace pensare di avere a che fare con interlocutori che riescono a provare pietà per una persona senza bisogno di vederla martoriata in digitale.

(Ne avrei ancora parecchi, ma se preferite la pianto qui)

107 Comments

  1. Tonino, forse effettivamente non sono stato del tutto chiaro, proverò a spiegarmi meglio.L’ipotesi ad uno stato è quanto di peggio possa capitare ad Israele; ed è dunque ragionevolissimo che i politici di Israele agitino quello spettro ed agiscano per allontanarlo il più possibile.In tutti gli elementi che citi ci vedo essenzialmente il timore che quella prospettiva possa diventare prossima (da remota che è al momento); leggo in questo modo anche quel riferimento all’idea che fette crescenti della comunità internazionale starebbero progressivamente prendendo in considerazione la soluzione ad uno stato; mi sembra più un allerta interno che un’analisi della situazione; da inquadrarsi, almeno in parte, entro quella iperbolica sindrome da accerchiamento tipica della politica (anche retorica politica) israeliana, che fa il paio con le numerose lamentele – a volte recitate, a volte sincere, a volte persino condivisibili – sollevate da parte israeliana riguardo l’esistenza di posizioni pregiudizialmente antiisraeliane in enti come l’UE o l’ONU; in pratica alle mie orecchie la cosa suona come: attenzione, non è che per tenerci pezzi di sabbia araba che non ci è mai appartenuta e che nulla ha a che fare con la terra dei nostri padri poi finiamo per perdere tutto?Proprio in tal senso ti citavo Olmert; a riprova della consapevolezza, anche da parte di chi in questo momento sembra agire nella direzione diametralmente opposta, che il tempo stringe o comunque stringerà, che è meglio per Israele che la separazione in due stati avvenga.Per contro, non vedo fattualmente una discussione sull’ipotesi ad uno stato; non mi pare ci sia una <>contro-roadmap<> ad un solo stato, nè vedo un interlocutore terzo (e credibile) che la stia proponendo; mi sembra una posizione di pochi, molto astratta, e che paradossalmente verrebbe rimessa in gioco solo se Israele volesse tirare troppo la corda, continuando ad agire troppo unilateralmente.Spero di essere riuscito a spiegarmi, magari (sempre ovviamente se ti va) dimmi se la cosa ti torna o meno.

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  2. Quanto all’antiamericanismo, premetto che io sono fortemente antiamericano, e proprio nel senso, bollato come discutibile, da Leonardo: avversione per la politica estera e per il modello economico, enormi perplessità sull’organizzazione sociale, costernazione per le conseguenze dell’industria culturale, ed anche un misto di odio e commiserazione per la retorica (l’arsenale democrazia non è un’invenzione di Bush; FDR, democratico, punto di riferimento dichiarato dello stesso Obama, dinanzi al caminetto recitava più o meno le stesse puttanate) – e ciò non vuol dire che non mi piacciano i Beach Boys, o l’NBA…Il punto è che c’è qualcosa che non mi torna; potrei capire un legame tra posizioni antiamericane ed antiebraismo, almeno a livello di preoccupazione, di interrogativo; ma mi sfugge del tutto la necessità del legame tra essere antiamericano ed antiisraeliano; questo appiattimento mi sembra derivare, più che altro, da ignoranza, in particolare dal pensare – secondo me erroneamente – Israele come una marionetta – degli USA, o del World Jewish Congress, o di chi per loro.Quando si dice che destra e sinistra non sono cambiate, se ci si riferiva alla scena italiana non sono affatto d’accordo. La sinistra italiana odierna ha posizioni di destra in materia di sicurezza, polizia, gestione dello stato; ha posizioni ambigue in materia di antifascismo o laicità dello stato; il giorno della memoria delle foibe, il revisionismo sulla guerra civile, la retorica della patria, l’utilizzare un Kennedy o un Roosevelt come modello sono tutte cose che sarebbero state impensabili solo vent’anni fa; la sinistra è senz’altro arretrata; enormemente; probabilmente in base alla necessità strategica di restringere la linea del fronte per difendere meglio il fortino; resta peraltro l’interrogativo di cosa ci sia nel fortino (se esiste), di quale sia (se esiste) quel nucleo di valori di sinistra cui tutti i costi non si intende rinunciare. Se, invece, ci si riferiva alla sinistra mondiale l’analisi è – almeno per me – più difficile; col senno di poi la schematizzazione detra sinistra imposta dalla guerra fredda risulta in qualche modo forzata; eppure mi sembra si possa convenire sul fatto che le sinistre utopistiche sono state ridotte a finzione scenografica, e che, a parte rare eccezioni, chi parla ancora oggi di socialismo sembra piuttosto riferirsi ad una sorta di pragmatismo decorato con correttivi socialdemocratici, che non al significato originario del termine (ma lo stesso decadimento è stato subito da altre parole, vedi democrazia).

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  3. Münchhausen mi piace il tuo disincantato agnosticismo, avercene.Secondo me gli anti a prescindere, viscerali ci sono sempre stati a sinistra, questi sì sono, in una piccola percentuale, un dato costante nel tempo. Quello che invece è cambiato è che per tutti gli altri si è andati incontro a una massiccia smobilitazione. Risultato: a mantenere il punto, a tenere posizione restano i reduci e gli improvvisati. Slittamento a destra significa questo per me, smobilitazione e disimpegno, cedere terreno, non tanto lo spostamento del voto tra schieramenti.La propaganda funziona se non la contrasti. Oggi sul Corriere c’era un paginone sul risorgente antisemitismo a sinistra, con annesso editoriale di Stella. In realtà la grande campagna di opinione per una moderazione della sinistra ha avuto come risultanti un PD indecifrabile e inconsistente e la piazza in mano ai residuali: una profezia che si autoavvera.Ora i commentatori possono discutere proficuamente di un fronte dell’attivismo visibile in cui Ferrando, Caruso, i Cobas e le organizzazioni religiose sono il tutto e non la frangia.Il procedimento per cui si marginalizzano le istanze di una parte e se ne esalta una componente minoritaria in funzione di deleggitimazione dell’intero schieramento, bhe, non è esattamento lo stesso, il procedimento, messo in atto coi palestinesi? Situazioni inconfrontabili, vecchi stratagemmi, aria che si respira globalmente.

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  4. @ Tonino<>Ricevo con piacere la medaglia di<>disincantato agnosticismo<> : )<>Quando la politica si riduce a schieramento, richiede una più o meno sostanziale rinuncia al proprio giudizio personale e alimenta i riflessi di tipo tribale che vediamo all’opera tanto qui da noi come in medio-oriente … come, per esempio, la <>costruzione<> del nemico.<>Difficile immaginare vie d’uscita a breve termine. Sul lungo termine siamo tutti morti, però è senz’altro una buona occasione per mettere a frutto la presunzione di eternità.<>von Münchhausen

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  5. Atlantropa sì credo di capire cosa vuoi dire.Se e quando riprenderanno le trattative le linee non potranno che essere quelle delineate in passato, in quanto sono le uniche che godono di un fondamento concreto. Cioè un pregresso di negoziazioni reali, una base di ipotesi di soluzione lungamente e accuratamente dibattuta con una mediazione internazionale: quale che sia il giudizio sulla sostanza dell’accordo (pre-accordo in realtà, con impegno a tradurre gli intenti generali in un trattato vero e proprio e ad affrontare le questioni più spinose in fasi successive) e sulle reali intenzioni dei contraenti le trattative non erano comunque fuffa. Il consenso unanime nonostante il precipitare degli eventi rimane per la soluzione dei due stati.Perché prendere in considerazione altre prospettive? Ma perché l’unica prospettiva nominale, quella congelata della lettera delle trattative, è in realtà smentita e compromessa all’atto pratico da più punti di vista: gli insediamenti in Cisgiordania si sono consolidati; l’autorità della ANP e di al Fatah è gravemente in crisi; il fronte palestinese diviso, anche fisicamente, la società squagliata; il muro ha creato separazioni stagne che sigillano come nel cellophane le contraddizioni conservandole nel tempo; l’abbassamento della soglia di ciò che viene considerato legittimo nel conflitto o lo svasamento generale dei criteri morali interni ed esterni a quest’ultimo; una situazione economica nei territori di buio profondo.Bisogna chiedersi a fronte di quello che vediamo che significato ha concretamente parlare di uno stato palestinese indipendente oggi. Se il consenso generale si riferisce a qualcosa su cui manca, causa congelamento indefinito, una ricognizione dello stato dell’arte attuale, credo che questo cambi in qualche modo i termini della questione.

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  6. “Insomma, la mia opinione (semplice) è che Israele nel lungo termine abbia perso la guerra demografica: nasceranno sempre più arabi degli ebrei”

    povero Leonardo, non ne azzecca una:

    In 2012, Israel’s Jewish fertility rate (three births per woman) is trending upward, boding well for Israel’s economy and national security, exceeding any Middle Eastern Muslim country, other than Yemen, Iraq and Jordan, all of which are trending downward […]. Moreover, young Jewish and Arab-Israeli women have converged at three births, with Arab women trending below — and Jewish women trending above — three births.

    http://www.israelhayom.com/site/newsletter_opinion.php?id=2721

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  7. Va bene, si vede che non azzeccarne una sarà antisemitismo.
    Comunque hai delle difficoltà anche con l'inglese. Le giovani donne ebree e arabo-israeliane stanno convergendo su tre nascite a testa: il trend delle ebree è in salita, quello delle arabo-israeliane è in calo, quello delle palestinesi è omesso, quello delle giordane è comunque in calo ma è ancora superiore a quello israeliano. È quello che leggo nel pezzo che hai lincato tu. Che non si parli in tutto il pezzo del tasso di natalità delle palestinesi lo trovo abbastanza significativo.

    È da un po' che non ci parli di Fanfani.

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