In difesa di Caifa
Caifa è il Sommo Sacerdote che proprio in questi giorni (più o meno 1960 anni fa) si adoperava per incriminare, arrestare e – benché le leggi vigenti non glielo concedessero – fare uccidere Gesù di Nazareth, sedicente Messia. Da allora non gode di buona stampa. La storia, si sa, la scrivono i vincitori. In questo caso, gli evangelisti: quattro cronisti senza fronzoli, ma indubbiamente di parte.
A sentir loro, non c’è nessun dubbio che i mandanti del martirio di Gesù siano stati i Sommi Sacerdoti, e che tra questi Caifa abbia detto la parola risolutiva. Sono loro a pagare il traditore, Giuda. Sono loro a cercare testimonianze, anche false (Mt 26,59), per poterlo giustiziare. Sono loro a insistere con Ponzio Pilato, che “non trova in lui nessuna colpa” (Lc 23,13); sono loro a sobillare la folla perché chieda la liberazione di Barabba (Mt 27,20). I Romani, dal canto loro, forniscono i supplizi: frustate, corone di spine, chiodi e croci, quanto di meglio la tecnologia occidentale offrisse in quel momento (gli indigeni erano ancora alla lapidazione). Per l’occasione i Sommi Sacerdoti si limitano a sbeffeggiare il condannato (Mc 15,31).
A differenza degli altri personaggi coinvolti nella morte di Gesù, Caifa e il collega di nome Anna (è un uomo) non hanno tratti che possano renderli, se non simpatici, almeno un po’ umani. Giuda ha una coscienza, dei rimorsi: vorrebbe restituire i trenta denari, poi s’impicca… Ponzio Pilato è molto umano, coi suoi problemi di legalità e di ordine pubblico e le sue umanissime paure (Gv 19,8: chi gli assicura che Gesù non sia davvero una divinità?) Erode – da non confondere col padre infanticida – è un satrapo gaudente, che spera di ottenere da Gesù qualche miracolo, e, deluso, lo rimanda a Pilato con “una splendida veste” (Lc 23,8). Ma di Caifa non conosciamo nessuna debolezza. Nessun ripensamento. È l’accusatore implacabile (per inciso, “Satana” in ebraico significava anche “accusatore”).
Un segno del fatto che lo scontro di civiltà ci ha preso un po’ la mano è che ultimamente ci siamo rimessi a parlare delle responsabilità di Anna e Caifa, del popolo deicida, ecc.. Pare che il film di Gibson ne abbia dato un’immagine ripugnante. Vedremo. Una cosa si può dire da subito: l’accusa di teocidio è una grande vergogna della cristianità. La colpevolezza di Anna e Caifa (e della claque che chiamava Barabba) era da lunga pezza caduta in prescrizione. I loro discendenti non possono essere ritenuti colpevoli, perché ogni generazione ha il diritto di scontare solo i suoi, di peccati: dal Deuteronomio, 24,16: Non si metteranno a morte i padri per una colpa e i figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri; ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato. Dio, da parte sua, si arroga il diritto di punire i peccati fino alla terza e alla quarta generazione (Esdra 20, 5; Numeri 14,18; Deuteronomio 5, 9). Insomma, fino al bisnipote di Caifa. E poi basta.
In realtà Caifa, per i cristiani, è sempre stato al centro di un paradosso: accusatore di Gesù, ma anche esecutore della volontà di Dio: molto prima che corrompesse Giuda, Gesù aveva già previsto che “avrebbe sofferto molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e sarebbe stato ucciso e risuscitato il terzo giorno” (Mt 16,21). Caifa non fa che eseguire un copione divino. Senza di lui non avremmo il cristianesimo. D’altronde, il cristianesimo è quella religione in cui Gesù è morto per colpa di Caifa. Non se ne esce.
Può sembrare un problema ozioso, ma deve avere tormentato le coscienze delle prime generazioni di seguaci di Gesù, che oltre a essere cristiani erano anche ebrei. Giovanni, l’ultimo evangelista, offre una soluzione molto elegante: non solo Caifa è esecutore del volere divino, ma è persino profeta. Basta leggere le sue parole al Sinedrio quel giorno: era Dio a parlare per lui (Gv 11,47-53):
allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: “Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione”. Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.
È l’unico passo del Vangelo dove Caifa abbia la possibilità di chiarire le sue ragioni. Sono ineccepibili: quell’“uomo” mette in pericolo di vita una nazione intera, è meglio che muoia lui. Niente di personale: Caifa prende parola soltanto perché “era sommo sacerdote in quell’anno”. La finezza di Giovanni sta nel leggere queste parole a due livelli di significato. Al primo livello c’è Caifa, rappresentante degli ebrei, che si prende cura del suo popolo a costo della vita di un singolo uomo. Al secondo c’è un profeta inconsapevole, che annuncia che “un solo uomo” deve morire “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”. Gli ebrei possono fermarsi al primo livello. I cristiani arrivano al secondo – ma sono tenuto a rispettare il primo. Caifa ha fatto quello che il suo ruolo e la sua religione gli imponevano. Lo ha fatto senza esitazioni o tentennamenti. E così facendo (secondo i cristiani) ha eseguito la volontà di Dio.
Questo nel Vangelo di Giovanni. Se poi Mel Gibson e i suoi cultori la pensano diversamente… si può sempre emendare il Vangelo.
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