| Tanzio da Varallo |
13 giugno: Sant’Antonio di Padova (1195-1231), frate prodigio
Nell’ottava della Pentecoste del 1221, i frati minori dell’ordine di Francesco si ritrovarono alle pendici di Assisi. A quel punto erano circa tremila, una piccola Woodstock intorno alla Porziuncola. Però medievale, quindi senza amplificatori, senza promiscuità, senza rifiuti di plastica, e droghe sintetiche; cosa restava? Il fango, la polvere, le tende, anzi le stuoie. Capitolo delle Stuoie, così lo avrebbero chiamato. Francesco era ancora vivo, ma già in qualche modo santo, una celebrità da esibire con parsimonia mentre una cerchia di confratelli cercava di traghettare il movimento dalla rivoluzione pauperista alla normalità di un ordine mendicante. L’alternativa era finire presto o tardi bruciati o massacrati, come più in là nel secolo sarebbe capitato ai catari della Linguadoca. Francesco tutto sommato si era mosso bene, aveva saputo inginocchiarsi a Papa Innocenzo al momento giusto: ma il pauperismo radicale che predicava e ancora dettava nelle regole era potenzialmente esplosivo. Intorno a lui il movimento aveva raccolto tutto quello che la società duecentesca non riusciva a omologare: figli di papà indisposti a lasciarsi inquadrare nella borghesia comunale, come era stato Francesco stesso; avventurieri senza arte né parte che non mancano mai; mendicanti che, da quando vestivano il saio, avevano raddoppiato le entrate; predicatori dell’Apocalisse che continuavano a ripetere le profezie di Gioachino del Fiore, rischiando la scomunica; fanatici delle crociate, semplici imbroglioni e così via. Il campeggio doveva durare una settimana, ma molti rimasero altri due giorni a consumare le provviste in sovrappiù. Alla fine comunque se ne andarono tutti, i mendicanti a mendicare, i predicatori a predicare, i missionari alle missioni, finché in mezzo alle stuoie consumate e ai rifiuti degli avanzi non rimase che un ragazzo, corpulento e taciturno. E tu chi sei?, gli chiese fra Graziano, responsabile di zona in Romagna. Non ce l’hai un posto dove andare?
Il ragazzo rispose… non ho la minima idea di come rispose, mica c’ero. Ma lo immagino chinare il capo e scuotere appena la testa.
“Beh? Non hai niente da dire? T’han mangiato la lingua, fratello? Come ti chiami?”
“A’m ciam Antòni, fradel“.
“Ma sei romagnolo?”
Ovviamente no. Antonio veniva da Lisbona e per arrivare ad Assisi era passato, assurdamente, dall’Africa; ma sappiamo che aveva il dono delle lingue: le imparava subito e le riproduceva a piacere. Gente così esiste, ne ho conosciuta: così come esiste chi riesce a cavare un bel suono da uno strumento che prende in mano la prima volta. È un dono di Dio, se in Dio ci credi; ma anche se non ci credi, quando senti uno come Antonio rivolgerti la parola, il dubbio un po’ ti viene.
Nel 1980, su Linus, Altan pubblica Franz, ovvero la vita di Francesco d’Assisi a puntate. Molto prima di diventare il vignettista da prima pagina di Repubblica, Altan è stato un fumettista geniale e idiosincratico, e con Franz ha realizzato qualcosa che, per quel che ne so, nessun autore ha mai osato né prima né dopo: la demistificazione di Francesco d’Assisi. Il Franz di Altan è un ragazzino viziato e mitomane, che si lascia manovrare da poteri molto più grandi di lui, ma assolutamente umani. Verso la fine della storia, quando il lettore è ormai rassegnato a un mondo senza redenzione, dove i santi sono fantocci e i cardinali maneggioni, Altan fa entrare in scena Antonio, come un regista astuto che si tiene la guest star per le ultime sequenze. Il suo Antonio è spiazzante quanto Francesco: Altan ha fatto i compiti e sa che prima che gli artisti rinascimentali lo trasformassero in un ragazzino imberbe, nelle raffigurazioni medievali Antonio era distinguibile da Francesco perché molto meno magro, se non proprio sovrappeso. Altan aggiunge due inquietanti orecchie a punta, e i capelli crespi che avrà trovato in qualche santino brasiliano – Antonio è un santo popolarissimo in Sudamerica, dove assume i tratti somatici dei mulatti. È seduto a fianco a papa Innocenzo ed è astuto come un demonio – forse è il demonio. Con abili manovre convince il papa ad autorizzare l’ordine francescano, e Francesco a promettere di partire per la Terrasanta. Così un ordine nasce, ma Francesco deve subito allontanarsi, e Antonio gli subentra, dimostrandosi da subito molto più adatto al ruolo. Non è che le cose siano davvero andate così. Ma la sintesi di Altan ha un senso: il carisma di Antonio si fa spazio proprio nell’eclissi di Francesco, in quel periodo turbolento in cui il fondatore diventa un personaggio troppo ingombrante. Le centinaia di miracoli che gli sono state attribuite, a Francesco non si potevano attribuire perché la sua vita era un terreno di battaglia tra fazioni che raccontavano storie molto diverse, e a un certo punto fu letteralmente commissariata: le vecchie biografie distrutte e sostituite con l’unica biografia ufficiale, redatta dal capitano dell’Ordine. Per contro, l’esistenza di Antonio era molto meno controversa: dal Capitolo delle Stuoie in poi, era sempre stato dalla parte dei moderati, e i moderati lo ricompensarono alzandolo su un piedistallo che a un certo punto superò quello del fondatore.
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